PMI italiane e digitalizzazione: gli investimenti crescono, ma non abbastanza

In Italia, oltre la metà delle piccole e medie imprese ha avviato percorsi di digitalizzazione. Solo una parte di questi investimenti, però, si traduce in un reale rinnovamento organizzativo.
Spesso le tecnologie introdotte sono limitate a specifiche funzioni e non producono un impatto sistemico.

Tecnologie sì, ma poco integrate

La fotografia scattata dall’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano evidenzia un divario tra l’adozione di strumenti digitali e la loro reale efficacia. La presenza di figure dedicate alla trasformazione digitale è in aumento, ma in un’impresa su tre manca ancora un referente IT.

Gli strumenti utilizzati sono frequentemente scollegati tra loro e confinati alla gestione amministrativa.

Competenze e infrastrutture: il doppio nodo da sciogliere

Tra gli ostacoli principali all’innovazione emergono fattori culturali e tecnici. Il 59% delle imprese segnala difficoltà legate alla mancanza di figure competenti, mentre il 44% accusa una scarsa propensione al cambiamento da parte del personale.

Inoltre, quasi la metà delle PMI risente di una connettività insufficiente, soprattutto nelle aree a bassa copertura di rete in fibra ottica.

Mancano formazione e utilizzo dei fondi 

Solo una minoranza delle imprese attribuisce un ruolo centrale alla formazione. Il 38% non considera prioritario aggiornare le competenze digitali del proprio team, e spesso l’imprenditore stesso rimane ai margini dei percorsi formativi.

Anche i finanziamenti pubblici per l’innovazione risultano poco utilizzati: meno di un terzo delle PMI ne ha beneficiato, ostacolata da iter burocratici complessi e scarsa conoscenza degli strumenti disponibili.

Tecnologie avanzate: un potenziale ancora inespresso

Soluzioni come cloud, eCommerce B2B o data analytics si stanno lentamente diffondendo, in particolare tra le imprese di medie dimensioni. Tuttavia, strumenti evoluti come intelligenza artificiale, blockchain e metaverso restano ancora marginali.

La difficoltà principale? Integrare queste tecnologie nei processi esistenti, più che una reale diffidenza verso l’innovazione.

Collaborazioni strategiche per colmare il divario

Secondo Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio, la chiave per accelerare la trasformazione digitale è una rete di alleanze tra pubblico e privato: “Serve un ecosistema stabile che favorisca la collaborazione tra imprese, università, startup e istituzioni.

È attraverso queste sinergie che le PMI potranno sviluppare una cultura digitale condivisa e affrontare il futuro con strumenti più efficaci”.

Sanità italiana, Fondazione GIMBE: “Finanziamenti ancora insufficienti per il SSN”

Il finanziamento della sanità pubblica italiana resta fermo ai livelli di guardia, anche se qualche lieve miglioramento c’è stato. È quanto evidenzia l’analisi della Fondazione GIMBE sui dati contenuti nel Documento di Finanza Pubblica (DFP) approvato lo scorso 9 aprile dal Consiglio dei Ministri.

“Le risorse per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) continuano a non essere all’altezza dei bisogni reali”, afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione.

Un’analisi indipendente per dati più trasparenti

Per offrire un quadro oggettivo e non strumentalizzabile, GIMBE ha elaborato un’analisi autonoma delle previsioni di spesa sanitaria per il periodo 2025-2028, confrontando i dati del DFP con quelli precedentemente fissati nel Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine (PSBMT).

Crescita economica più debole delle attese

Le previsioni aggiornate indicano un rallentamento del PIL reale: +0,7% nel 2024, contro l’1% stimato in precedenza. Per il 2025 si prevede un +0,6%, la metà rispetto alle aspettative originarie.
“Uno scenario di crescita rivista al ribasso – sottolinea Cartabellotta – condizionato dall’instabilità geopolitica e dalle tensioni commerciali internazionali”.

Spesa sanitaria: numeri in crescita, ma il rapporto con il PIL resta fisso

Nel 2024, il rapporto tra spesa sanitaria e PIL sale al 6,3%, con un impegno complessivo di 138,3 miliardi di euro, in aumento del 4,9% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, oltre il 50% di questo incremento deriva dagli adeguamenti retributivi del personale sanitario.
Per il 2025 è previsto un ulteriore aumento della spesa fino a 143,4 miliardi, ma il rapporto sul PIL resta pressoché invariato al 6,4%, destinato a mantenersi stabile fino al 2028.

Più fondi sulla carta, meno certezze nella realtà

Secondo Cartabellotta, le stime di crescita della spesa sanitaria sono da considerare con cautela: «In presenza di un’economia stagnante e delle attuali incertezze globali, è difficile immaginare che gli incrementi previsti possano davvero concretizzarsi».

Due riforme in cantiere, ma i problemi strutturali restano

Nel DFP 2025 sono previsti 32 interventi collegati alla prossima manovra economica, tra cui due legati alla sanità: il rafforzamento dell’assistenza territoriale e la revisione delle professioni sanitarie.
“Senza un massiccio investimento in risorse umane e strutturali – ammonisce Cartabellotta – ogni tentativo di riforma rischia di essere inefficace”.

La sanità pubblica continua a perdere terreno

In conclusione, la Fondazione GIMBE ribadisce che il SSN soffre di sottofinanziamento cronico.
“Anche se si evitano nuovi tagli – conclude il Presidente – il peso della spesa sanitaria sul PIL resta troppo basso, lasciando il sistema sanitario pubblico sempre più fragile e vulnerabile”.

Lavoro: a febbraio 2025 più occupati e inattivi, meno disoccupati 

Nel mese di febbraio 2025, rispetto al mese precedente, in Italia crescono il tasso di occupazione, che arriva al 63,0% ((+0,1%), e quello di inattività, al 32,9% (+0,1%), mentre il tasso di disoccupazione diminuisce al 5,9% (-0,3%).
A febbraio 2025 il numero di occupati è salito a 24 milioni e 332mila. La crescita rispetto a gennaio coinvolge i lavoratori autonomi, che salgono a 5 milioni e 170mila, e i dipendenti a termine (2 milioni 710mila), mentre sono sostanzialmente stabili i dipendenti permanenti (16 milioni 451mila).

L’occupazione aumenta anche rispetto a febbraio 2024 (+567mila occupati) come sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+538mila) e degli autonomi (+141mila) a fronte del calo dei dipendenti a termine (-112mila).
È quanto emerge dai dati provvisori Istat relativi all’occupazione a febbraio 2025.

Aumenta l’occupazione per donne, dipendenti a termine e autonomi, ma non per i giovani

Rispetto al mese precedente a febbraio 2025 la crescita degli occupati e degli inattivi si associa alla diminuzione dei disoccupati.
L’aumento dell’occupazione (+0,2%, pari a +47mila unità) riguarda le donne, i dipendenti a termine, gli autonomi e tutte le classi d’età, a eccezione dei 25-34enni per i quali, come avviene per gli uomini, il numero di occupati diminuisce.

Il calo delle persone in cerca di lavoro (-4,9%, pari a -79mila unità) interessa gli uomini, le donne e tutte le classi d’età.  Quanto al tasso di disoccupazione giovanile, nel mese diminuisce al 16,9% (-1,4%) rispetto a gennaio 2025.

Crescono gli inattivi tra gli uomini e i 25-34enni

La crescita degli inattivi (+0,3%, pari a +33mila unità) coinvolge gli uomini e i 25-34enni. Questo, a fronte di un calo tra le donne e nelle altre classi d’età, a eccezione dei 25-34enni, per i quali si registra una sostanziale stabilità.
Confrontando il trimestre dicembre 2024-febbraio 2025 con quello precedente (settembre-novembre 2024), si registra un aumento di 199mila occupati (+0,8%).

La crescita dell’occupazione, osservata nel confronto trimestrale, si associa all’aumento delle persone in cerca di lavoro (+2,0%, pari a +32mila unità) e alla diminuzione degli inattivi (-1,7%, pari a -208mila unità).

In un anno diminuisce il numero di chi cerca lavoro (-18,4%)

Sempre a febbraio 2025, il numero di occupati supera quello di febbraio 2024 del 2,4%, pari a +567mila unità.
L’aumento degli occupati riguarda gli uomini, le donne, i giovani tra 25 e 34 anni e chi ha almeno 50 anni d’età, mentre per i 25-49enni si osserva una diminuzione.

Complessivamente, in un anno il tasso di occupazione sale dell’1,1%.
Inoltre, rispetto a febbraio 2024, diminuisce sia il numero di persone in cerca di lavoro (-18,4%, pari a -342mila unità) sia quello degli inattivi tra 15 e 64 anni: -0,5%, pari a -60mila unità.

Economia italiana: le prospettive per il 2025 e l’incognita dei dazi americani

Sono i possibili dazi da parte degli Stati Uniti verso l’Europa i temi più dibattuti in ambito economico. Secondo i dati del 2023, le esportazioni europee verso gli USA hanno raggiunto i 504 miliardi di euro, a fronte di importazioni per 347 miliardi, con un saldo positivo per l’Europa di 157 miliardi. Nel settore dei servizi, invece, gli Stati Uniti vantano un surplus di 108 miliardi, portando il saldo complessivo a sfavore dell’economia americana a soli 52 miliardi di dollari, pari allo 0,18% del PIL USA. È probabile, quindi, che i negoziati conducano a un compromesso senza stravolgimenti nei rapporti commerciali.

Indicatori: segnali contrastanti

I primi mesi del 2025 mostrano una crescita moderata, ma senza cali significativi. L’Indicatore dei Consumi Confcommercio (ICC) registra un modesto +0,2% a gennaio e +0,1% a febbraio nei dati destagionalizzati. Però il confronto con l’anno precedente, influenzato dalla variazione dei giorni di calendario, evidenzia un calo dello 0,9% a febbraio.

Il turismo e il settore del tempo libero continuano a trainare i consumi, mentre alimentari, elettrodomestici e mezzi di trasporto segnano una contrazione. Le presenze turistiche in Italia a gennaio hanno segnato un incremento dell’8% rispetto al 2024 e del 18,2% rispetto al 2019.

Inflazione sotto controllo, ma con riserva

L’inflazione a febbraio si è attestata all’1,6%, leggermente inferiore alle previsioni del 2%. Per marzo si stima un rialzo marginale all’1,7%. Nonostante la stabilizzazione dell’inflazione, il tema dei costi energetici rimane un tema caldo, con l’Italia ancora fortemente dipendente dalle dinamiche internazionali.

Occupazione e PIL: le stime per l’anno in corso

Gli indicatori di occupazione restano solidi, sostenuti dal turismo e dalla ripresa industriale. Il PIL mensile, in termini tendenziali, ha registrato un incremento dello 0,3% a gennaio e dello 0,1% a febbraio, con una crescita del primo trimestre stimata allo 0,4% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Però per raggiungere l’obiettivo di crescita annua dello 0,8%, sarà necessario un ulteriore slancio economico.

Riforme fiscali: una possibile spinta ai consumi

Per incentivare la crescita, un tema cardine potrebbe essere la riforma fiscale, con una riduzione delle aliquote per il ceto produttivo. Con una pressione fiscale che ha raggiunto il 42,6% nel 2024, misure di alleggerimento potrebbero stimolare il reddito disponibile e, di conseguenza, i consumi.

Consumi: dinamiche settoriali

L’Indicatore Consumi Confcommercio di febbraio evidenzia un calo dello 0,9% su base annua, con una contrazione dell’1,7% nella spesa per i beni, mentre i servizi registrano un aumento dello 0,7%. Le voci più dinamiche sono i beni e servizi per la comunicazione (+5,3%), seguiti da alberghi e ristorazione (+1,3%).

Positivo anche il settore dell’abbigliamento (+1,4%). In calo, invece, i beni per la mobilità (-5,9%), i servizi ricreativi (-1,6%) e i beni per la casa (-1,3%).

Prezzi al consumo: stabilità a breve termine

L’inflazione sembra essersi stabilizzata, con una previsione di crescita dello 0,2% a marzo. Il calo delle pressioni sui costi energetici e alimentari sta contribuendo a mantenere sotto controllo i prezzi, ma l’incertezza economica potrebbe ancora influenzare il comportamento dei consumatori.

La chiave per una ripresa solida resta il rilancio del circuito reddito-consumi, fondamentale per garantire la crescita attesa nel 2025.

Casa e famiglia: l’evoluzione demografica cambia le esigenze abitative

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una polarizzazione del concetto di famiglia: da un lato ci sono le persone che per motivi diversi vivono da sole una fase della vita, dall’altro, continua a esserci la famiglia tradizionale, formata dalla coppia con i figli senza altre persone conviventi.
Ma se all’inizio del nuovo millennio la famiglia formata da una coppia con figli era ancora la più frequente in Italia, seppure non più maggioritaria, oggi viene superata dalla famiglia monopersonale.

In questo scenario, la progressiva frammentazione e la ricomposizione dei nuclei familiari, ha un impatto inevitabile anche sul mercato immobiliare.
Sulla base di uno studio condotto da Nomisma Real Estate, la domanda di abitazioni si sta spostando sempre più verso soluzioni abitative di minori dimensioni rispetto al passato.

Fra 15 anni le famiglie tradizionali saranno solo un quarto del totale

Di fatto, questa polarizzazione è presente ormai in tutto il Paese, ma mentre nell’area del Nord-Est le due tipologie familiari principali si equivalgono, al Centro e al Nord-Ovest prevalgono le famiglie unipersonali e nel Mezzogiorno sono ancora prevalenti le coppie con figli.

Inoltre, secondo recenti previsioni, all’interno di una popolazione che procede nella tendenza a diminuire e a invecchiare, il numero delle famiglie è destinato ad aumentare, passando da 25,2 milioni del 2021 a 26,2 nel 2040. Questo, a fronte di un numero medio in calo dei componenti.
Proseguendo in questa tendenza, nei prossimi 15 anni le coppie con figli sono destinate a ridursi drasticamente, fino ad arrivare a circa un quarto del totale delle famiglie.

Nuovi single sempre più orientati alla locazione

Al contempo, le preferenze abitative delle famiglie senza figli, e soprattutto dei single, si orientano sempre più verso soluzioni flessibili in termini di spazi, ma anche di godimento dell’abitazione, a favore della locazione.
Sul fronte dell’evoluzione demografica, le previsioni al 2040 stimano quasi il 39% delle famiglie costituito da persone che vivono da sole, con un incremento particolarmente marcato tra gli over 65.

L’universo degli anziani si estende da una prima fascia di ‘giovani anziani’ fino agli ultra-ottantacinquenni, i ‘grandi anziani’, ovvero, i gruppi di popolazione che vedono limitare le proprie funzionalità, e di conseguenza, il loro ruolo attivo nella società.

Il senior living e la richiesta di abitazioni age friendly

Secondo l’indagine Nomisma, gli anziani propensi a cambiare la propria abitazione sono appena il 13% degli over 65. Ma traducendo questa percentuale in valori assoluti, si tratta di quasi 2 milioni di famiglie, in grado, quindi, di generare una nuova domanda abitativa.
Più in particolare, la domanda espressa dalla popolazione anziana richiede ‘abitazioni age friendly’, magari supportate dalla tecnologia dell’Ambient Assisted living.

La scelta di cambiare casa a favore di abitazioni inserite in condomini di ‘senior living’ richiede, però, un vero e proprio salto culturale.
Riconoscere l’importanza della socialità, della qualità e sicurezza abitativa e della presenza di servizi di base per la vita assistita, garantisce una configurazione abitativa gradita, ma meno intrusiva dei tradizionali modelli istituzionali.

Animali domestici: italiani pronti a cambiare abitudini in nome della sostenibilità

Il 51% degli italiani vive con almeno un animale domestico, principalmente, cani (58%) e gatti (56%). In media, gli italiani dedicano un’ora e mezza al giorno alla cura dei loro animali, e la spesa per il loro mantenimento si aggira intorno a 700 euro l’anno.
Il 40% di proprietari è consapevole dei consumi legati alla gestione dei pet, e il 61% vorrebbe rendere più sostenibili le abitudini degli amici a quattro zampe.

Più di un italiano su due (56%) crede infatti che sia importante la sostenibilità nella cura degli animali, con la quota che sale al 61% nel caso della propensione a cambiare abitudini e comportamenti per essere più green nella gestione quotidiana dei propri amici.
Lo conferma la nuova ricerca del Pulsee Luce e Gas Index, l’osservatorio sulle abitudini green degli italiani, realizzato da Pulsee Luce & Gas in collaborazione con NielsenIQ.

Poca consapevolezza sull’impatto ambientale dei pet

Risulta invece minore la consapevolezza dell’impatto ambientale dei propri animali. Il desiderio di ridurre il loro l’impatto ambientale resta infatti limitato nella pratica: solo il 15% degli intervistati ha cercato attivamente informazioni per migliorare da questo punto di vista. 

Il 47% degli italiani ritiene però che ci siano abbastanza indicazioni e dati sul tema della sostenibilità legato agli animali domestici, prevalentemente su siti web ufficiali/istituzionali (42%) generici (36%) e programmi TV (31%).
In ogni caso, quasi la metà dei proprietari (48%) valuta il materiale delle confezioni degli alimenti e il 49% considera l’impatto ambientale del cibo scelto.

L’attenzione inizia dalla dieta

Nel caso dei cani, una quota non indifferente (oltre un terzo del campione) prepara alimenti freschi in casa, mentre, più in generale, il 20% acquista spesso o con maggiore frequenza cibi biologici.
Sul fronte della toelettatura dei cani, il 47% si affida a negozi specializzati, mentre il 42% opta per il lavaggio tra le mura domestiche, solitamente in doccia o nella vasca da bagno.

L’attenzione all’ambiente è presente nella tipologia di prodotti utilizzati per la pulizia, con un italiano su quattro che usa quelli naturali o biodegradabili. Ma la grande maggioranza (78%) ricorre a shampoo o saponi specifici.

Lettiere, cucce, giocattoli: l’importanza dei materiali

Per l’asciugatura, il 42% degli italiani utilizza l’asciugatura naturale contro il 55% di chi usa il phon, un asciugacapelli (46%) o uno specifico per l’animale (9%).
Un altro aspetto rilevante riguarda la gestione dei bisogni degli animali. I possessori di gatti dichiarano di avere una lettiera agglomerante (38%) o ecosostenibile (36%), mentre nel caso dei proprietari dei cani, il 79% raccoglie i rifiuti dei propri amici con sacchetti biodegradabili.

Importanti sono anche gli accessori. L’85% degli italiani ha acquistato accessori, principalmente giocattoli (81%), seguiti da collari e guinzagli (68%), cucce e gabbiette (68%).
In particolare, più di un italiano su due (53%) presta attenzione ai materiali degli accessori, lavandoli a mano (67%), in lavatrice (30%) o lavanderia (3%).

Lavoro: +8,4% offerte per la stagione invernale

È quanto emerge dall’Osservatorio professioni invernali 2024, condotto da InfoJobs: l’inverno 2024 si è confermato ricco di opportunità professionali, guidate dai settori turismo e ristorazione, e commercio (Gdo e retail).

In totale sono state 15.898 le offerte registrate tra ottobre e dicembre 2024, +8,4% rispetto all’anno precedente (14.660), con turismo e ristorazione che hanno registrato una crescita del 20% rispetto al 2023, passando da 2.269 a oltre 2.700 opportunità.
Un dato che riflette il crescente afflusso di turisti, attratti da località sciistiche e città italiane. E che conferma il ruolo centrale di questi comparti nel trainare l’espansione del mercato del lavoro invernale.

La maggior parte delle offerte si è concentrata su contratti temporanei, una scelta strategica per affrontare i picchi di affluenza turistica e l’aumento delle vendite natalizie.

Commercio: lo slancio è partito già a ottobre

Allo stesso tempo, buon incremento anche per il settore commercio, Gdo e retail, che è passato da 12.391 offerte nel 2023 a 13.179 nel 2024, aumentando le opportunità lavorative del 6,4%.
Se invece si osserva il dettaglio del trimestre preso in considerazione si notano alcune particolarità. Il settore commercio, Gdo e retail è partito con slancio già a ottobre, registrando 5.868 offerte, il +10% rispetto al 2023,

Il mese di ottobre 2024 sembra infatti riflettere l’attenzione degli italiani verso le spese oculate, spinte anche dal ritorno delle promozioni autunnali, come il Black Friday, oltre al successo degli acquisti di Natale anticipati per evitare la corsa ai regali dell’ultimo minuto.

Ristorazione: il boom di novembre inverte il trend tradizionale

Novembre nel settore turismo e ristorazione ha registrato un vero boom: +26%, passando da 1.027 a 1.297 opportunità.
Un dato che sembra invertire il trend tradizionale, spostando a novembre una parte dell’attività che solitamente si concentra a dicembre.

Gli italiani, popolo che ama il buon cibo e il piacere della convivialità, hanno voluto anticipare le cene pre-natalizie con colleghi e amici, contribuendo così a sostenere il dinamismo del settore in un mese meno usuale per queste abitudini.

Professioni più cercate: camerieri, commessi, pasticceri

Per il settore turismo e ristorazione, le professioni più ricercate sono state cameriere, animatore turistico, barman, chef, addetto al catering.
Da segnalare anche altre figure, come pizzaiolo e lavapiatti.

Per commercio, Gdo e retail, le figure più ricercate per il periodo invernale sono state addetto vendite, responsabile di negozio, addetto alla macelleria, addetto alla cassa, addetto agli scaffali.
Altri ruoli chiave per la stagione invernale e il corretto flusso di approvvigionamento e vendita rilevate da InfoJobs, comprendono addetto alla pasticceria e magazziniere.

Italia, imprese artigiane di stranieri: exploit negli ultimi dieci anni

Gli imprenditori stranieri impegnati nell’artigianato rappresentano oggi oltre 200mila unità, pari al 20% del totale degli imprenditori individuali in questo comparto. Nell’ultimo decennio, la loro presenza è cresciuta del 20%, con un aumento di 33.847 nuove attività.

Eppure questa dinamicità non è stata sufficiente a compensare il calo del 14,6% registrato dalle imprese artigiane a titolarità italiana nello stesso periodo. Questo fenomeno ha determinato una perdita complessiva di quasi 100mila imprese.

Lombardia, Emilia Romagna e Toscana lei regioni più “multiculturali”

L’artigianato straniero è particolarmente concentrato in Lombardia, Emilia Romagna e Toscana, che insieme accolgono quasi la metà di queste attività. Tuttavia, regioni come Campania, Calabria e Basilicata hanno mostrato tassi di crescita superiori al 40%, segno di una diffusione sempre più ampia sul territorio nazionale.

Le costruzioni restano il settore di riferimento, con il 29,1% delle imprese artigiane a titolarità straniera (117mila unità). Anche i servizi alle imprese mostrano una crescita importante: le imprese straniere in questo ambito rappresentano oggi il 27,8% del totale, con un incremento del 55% negli ultimi dieci anni.

Cambiamenti demografici e ruolo delle donne

L’età media degli imprenditori stranieri sta aumentando, con una forte crescita tra gli over 50 (+125,7%) e un incremento ancora maggiore tra gli over 70 (+223,5%). Parallelamente, è aumentata anche la partecipazione femminile: il rapporto Donne/Uomini è salito da 17,1 a 20,1, con crescite più accentuate nelle regioni del Nord.

Il trend riflette una maggiore integrazione delle donne straniere nelle economie locali, in particolare nelle aree più sviluppate.

Paesi di provenienza e settori chiave

Gli artigiani stranieri provengono principalmente da quattro Paesi. Nei settori delle costruzioni, i romeni e gli albanesi rappresentano una forza significativa con oltre 50mila imprese complessive. Nei servizi, invece, i titolari di origine cinese ed egiziana sono particolarmente attivi, soprattutto nei trasporti e nella ristorazione.

Un motore di cambiamento 

La crescita delle imprese artigiane straniere sta trasformando il settore, arricchendolo con nuove competenze e approcci. Questa evoluzione rappresenta una risposta alle sfide del ricambio generazionale e offre un contributo fondamentale per mantenere vivo un comparto che si trova al centro della tradizione produttiva italiana.

Imprese: cresce la domanda di lavoro, ma rimane il mismatch tra offerta e richieste

Le imprese italiane prevedono circa 356mila nuove assunzioni nel mese di dicembre e oltre 1,3 milioni nel trimestre dicembre 2024-febbraio 2025. Rispetto all’anno precedente, si registra una crescita dell’1,0% su base mensile e dell’1,2% su base trimestrale.

Eppure, nonostante questo dato positivo, quasi la metà delle posizioni aperte (48,9%) presenta difficoltà di reperimento. Complessivamente, si tratta di circa 174mila profili. I dati emergono dal Bollettino Excelsior, elaborato da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro.

Quali sono i settori che non trovano personale?
I servizi si confermano il motore principale della domanda di lavoro, con oltre 268mila assunzioni programmate a dicembre (+3,5% su base annua) e 927mila nel trimestre (+4,7%). Particolarmente dinamici i settori del turismo e del commercio, che beneficiano dell’avvio della stagione invernale e delle festività natalizie, con rispettivamente 76mila (+8,1%) e 59mila (+4,6%) assunzioni previste.

In controtendenza l’industria, che registra un calo delle assunzioni: 87mila a dicembre (-6,1%) e 381mila nel trimestre (-6,4%). Le imprese manifatturiere programmano 57mila assunzioni a dicembre e 256mila nel trimestre, mentre nel settore delle costruzioni si prevedono 30mila assunzioni nel mese e 125mila nel trimestre.

Tipologie contrattuali e mismatch
Il contratto a tempo determinato rimane la formula più utilizzata, coprendo il 56,1% delle assunzioni previste (circa 200mila contratti). Seguono i contratti a tempo indeterminato (81mila), mentre l’apprendistato, insieme ad altre formule, registra percentuali minori.

Il mismatch tra domanda e offerta è particolarmente evidente nei settori metallurgico, delle costruzioni, del legno e mobile, e della meccatronica, con percentuali superiori al 60%. Tra le figure più difficili da reperire vi sono ingegneri (62,5%), tecnici della salute (65,0%) e addetti alla carpenteria metallica (73,9%).

Giovani e immigrati sono una risorsa preziosa
Le imprese programmano per dicembre circa 68mila assunzioni di lavoratori immigrati, pari al 19,1% del totale. La domanda si concentra nei servizi operativi (30,1%), trasporti e logistica (24,9%) e costruzioni (24,1%).

Inoltre, il 29% delle assunzioni di dicembre (103mila posti) è destinato ai giovani sotto i 30 anni, con buone opportunità nei settori finanziario, commerciale e informatico.
A livello geografico, le imprese del Nord Est segnalano le maggiori difficoltà di reperimento (54%), seguite dal Nord Ovest (49,4%), dal Sud e Isole (46,0%) e dal Centro (45,7%).

Brevetti: nel 2023 l’innovazione parte dalla provincia

Lo conferma l’analisi effettuata da Unioncamere e Dintec: non sono le grandi città a guidare la crescita delle domande italiane di brevetto pubblicate nel 2023 dall’EPO (European Patent Office), bensì le province, soprattutto del Nord Italia.
Allargando l’osservazione a tutto il territorio italiano, sono infatti le province a segnare aumenti anche a due cifre nel numero di brevetti pubblicati.

Quanto alle grandi città, sebbene Milano sia da sempre in pole position per numero di brevetti italiani in Europa, nel 2023 registra una lieve flessione del 3,82%, con 698 brevetti pubblicati rispetto ai 726 del 2022.
Bologna, con 26 brevetti in più, e Torino, in leggero aumento (+3), mantengono saldamente la seconda e terza posizione nella classifica per provincia, mentre Roma mostra un lieve rallentamento (-8 brevetti) nella sua capacità innovativa.

La fotografia di una realtà variegata

Considerando solo le province che hanno pubblicato almeno 40 brevetti, nonostante su numeri contenuti, si riscontrano variazioni a due cifre per Alessandria, Monza, Rimini, Ancona, Bari, Modena, Novara, Lucca, Mantova, Chieti, Vicenza, Varese, Udine e Verona.

Il quadrò è quello di una realtà variegata, quindi, tanto più importante in un momento in cui la capacità innovativa del nostro Paese ha mantenuto una crescita moderata, ma costante. Sono, infatti, 4.780 le domande italiane pubblicate dall’EPO lo scorso anno, lo 0,13% in più del 2022.

“L’Italia mantiene un trend di crescita costante”

“Tra il 2015 e il 2023 – commenta il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli – l’Italia ha mantenuto un trend di crescita costante (+33% rispetto al 2015), superando stabilmente le 4.500 domande per il secondo anno consecutivo. Nel 2023, di fatto, si conferma il risultato dell’anno precedente ma emerge una novità: sono in crescita le nuove domande di brevetto che utilizzano tecnologie ‘verdi’, oggi particolarmente importanti per sostenere la transizione ecologica del nostro sistema produttivo”. 

Determinante, comunque, l’apporto delle regioni settentrionali del Paese, dove si registrano variazioni positive per il Nord Ovest (+1,67%) e  il Nord Est (+1,44%). Mezzogiorno (-3,79%) e Centro (-5,62%) registrano un leggero rallentamento.
Il bilancio delle regioni vede comunque in testa Lombardia (1.484 brevetti), Emilia Romagna (829) e Veneto (668), tutte con valori in incremento rispetto all’anno precedente. 

Tecnologie green traiano la ricerca

La parola d’ordine sono le tecnologie green, alle quali nel 2023 sono attribuibili 371 domande di brevetto pubblicate dall’EPO, a fronte delle 290 del 2022.
L’innovazione ‘verde’ passa per le Energie Alternative (+53%), l’Immagazzinamento di Energia (+39%) e i Trasporti (+30%). In crescita anche alcuni ambiti che utilizzano le KET, tecnologie abilitanti ad alta intensità di conoscenza, in particolare, quelle legate alla manifattura avanzata e alla micro e nano elettronica. 

Tra i campi tecnologici, risulta in aumento la capacità di brevettazione italiana nell’ambito delle Tecniche industriali e trasporti, il segmento più diffuso con 1.477 domande di brevetto italiano in Europa nel 2023, la Meccanica e illuminazione (543) e l’Elettricità (404).