Inflazione e imprenditoria: in tempi difficili sono possibili nuovi business?

Il 2022 si sta mostrando un anno ricco di avvenimenti, dall’aumento dei contagi da Covid-19 in tutto il mondo alla guerra in Ucraina, l’aumento dei prezzi e del costo della vita, e l’inflazione. In questo contesto, difficile ma portatore di sfide, quali sono le ripercussioni sull’imprenditorialità? Risponde la nuova indagine Ipsos su imprenditoria e inflazione. In media, a livello internazionale, tre intervistati su dieci (31%) hanno avviato un’attività imprenditoriale in passato e una percentuale analoga (29%) spera di farlo nel prossimo futuro. In Italia si registrano percentuali minori: il 23% afferma di aver avviato un’attività imprenditoriale in passato e il 26% sta prendendo in considerazione di farlo, ma il 51% non ha mai avviato un business.

La barriera dei finanziamenti

Al pari dell’attività, anche le aspirazioni imprenditoriali variano notevolmente nei 26 Paesi esaminati. La probabilità di avviare un’attività è più alta in molti Paesi dell’America Latina, in Sudafrica e in India, ed è significativamente più bassa in Corea del Sud, Francia, Svezia, Belgio, Paesi Bassi e Giappone. Anche in Italia non si registrano percentuali elevate, infatti, soltanto il 19% degli intervistati pensa di avviare un’attività imprenditoriale nei prossimi due anni, e la principale barriera è rappresentata dai finanziamenti, citati dal 39% degli intervistati.

Meglio lavorare per qualcun altro

In media, a livello internazionale, il 29% degli intervistati avvierebbe un’attività imprenditoriale perché potrebbe contare sui programmi sociali del proprio Paese al fine di mitigare i rischi. Percentuale che in Italia si abbassa al 22%. Allo stesso modo, il 35% dei rispondenti a livello internazionale si dichiara demotivato ad avviare un’attività imprenditoriale, ritenendo preferibile lavorare per qualcun altro, percentuale che in Italia si alza al 41%.  Analizzando, invece, fattori come il supporto del Governo, i tassi d’interesse e l’inflazione, in che misura questi contribuiscono al successo di nuove attività imprenditoriali? 

Inflazione, tassi d’interesse e supporto del Governo

Il 68% degli italiani considera il supporto del Governo il principale fattore nel determinare il successo di una nuova iniziativa imprenditoriale, percentuale molto più alta rispetto alla media internazionale (56%). Al tempo stesso, però, soltanto il 30%  ritiene che il Governo del proprio Paese stia facendo un buon lavoro nel promuovere l’imprenditorialità e assistere attivamente gli imprenditori, percentuale che si abbassa al 19% in Italia.  Subito dopo si posizionano i tassi d’interesse: il 47% degli italiani li ritiene un fattore di successo, una percentuale leggermente più bassa rispetto alla media internazionale (50%). E soltanto il 26% degli italiani, la quota più bassa tra tutti i Paesi esaminati, considera l’inflazione un fattore determinante per il successo di un’iniziativa imprenditoriale. Nel resto dei Paesi la media è pari al 40%. 

Record dei consumi per i surgelati: nel 2021 raggiunti 16 kg pro-capite

Nel 2021 il comparto dei prodotti sottozero ha registrato un nuovo record nel consumo pro-capite, salito a 16 kg contro i 15,2 kg del 2020, per consumi complessivi pari a 941.561 tonnellate. Determinante nella crescita il risultato ottenuto dal Retail, aumentato del +1,7% a volume, ma soprattutto del Fuoricasa, che dopo il brusco crollo del 2020 (-37%) è ripartito con un incremento del +19,6%. Dal punto di vista dei consumi, i primi mesi del 2022 hanno però segnato una leggera frenata del canale Retail, peraltro attesa dopo due anni di aumenti pari a quasi +14% a volume nel periodo 2020-2021. Prosegue, inoltre, la ripresa dei consumi fuori casa, incoraggiata dagli ulteriori allentamenti delle misure restrittive. Sono alcuni dati emersi dal Rapporto Annuale sui Consumi dei prodotti surgelati di IIAS – Istituto Italiano Alimenti Surgelati.

Prosegue il cammino di crescita già iniziato negli anni precedenti

Nel 2021, i surgelati hanno proseguito il cammino di crescita già iniziato negli anni precedenti, attestandosi su un valore di mercato tra i 4,6 e i 4,8 miliardi di euro, pari al +5,3% rispetto al 2020.
A contribuire a questo risultato il mercato Retail, che ha superato le 605mila tonnellate arrivando a coprire il 66,4% del valore di mercato, e il Fuoricasa, che ha toccato 240mila tonnellate. Una ripresa però ancora lontana dai valori pre-pandemia e che necessita di essere consolidata. Si attesta su quota 96mila tonnellate il dato complessivo delle vendite e-commerce e door-to-door, che oggi rappresentano circa il 10% di tutti i consumi, con significativo incremento delle vendite online, che nel 2021 hanno continuato a crescere del +20,6% a volume e del +17,4% a valore.

Il podio del Retail: vegetali, ittici e patate

A confermare la leadership per volumi consumati nel Retail, pur con una lieve diminuzione rispetto al 2020 (-2%) i vegetali, con 255.400 tonnellate, soprattutto quelli preparati (+12,6%). Non estranea a questo risultato la tendenza a scegliere sempre più spesso proteine a base vegetale. Buoni risultati anche per i prodotti ittici, con 113.300 tonnellate nel Retail (+2%), le patate surgelate (fritte ed elaborate), con 85.700 tonnellate (+7,2% sul 2020), e pizze e snack (+1,8%, 92.400 tonnellate).
A trainare il segmento con un +4,2% gli snack salati, mentre con 37.400 tonnellate circa, i piatti ricettati segnano l’incremento percentuale più elevato: +10,2%.

Export: +18,1% per la ‘Pepperoni Pizza’

Grazie agli accordi raggiunti da UIF-Unione Italiana Food, il 2021 è stato il primo anno in cui le aziende italiane di pizze surgelate operanti su tutto il territorio della Penisola hanno potuto esportare sul mercato americano anche le pizze contenenti carne suina/prodotti di salumeria: una grande opportunità per chi voglia intercettare i gusti dei consumatori statunitensi, notoriamente amanti della ‘Pepperoni Pizza’, il cui ingrediente principale è il salame piccante. Negli ultimi due anni (2021 vs 2019) l’export di pizze surgelate Made in Italy ha così segnato una crescita del +18,1% a valore e +17,7% a volume.

Un occupato su 4 ha trovato lavoro tramite canali informali

Tra il 2011 e il 2021 i canali informali di ricerca hanno generato il 56% dell’occupazione: circa 4,8 milioni di posti di lavoro sottratti alla intermediazione ‘palese’. E oltre il 60% dell’occupazione generata dalle piccole imprese private (1-5 e 6-10 addetti), il 40% del totale del settore privato, passa in maniera consistente attraverso l’intermediazione informale. In pratica, negli ultimi dieci anni quasi un lavoratore su quattro (23%) ha trovato occupazione tramite amici, parenti, conoscenti, o attraverso contatti stabiliti nell’ambiente lavorativo (9%). Ma il canale di ricerca cresciuto maggiormente in questo periodo è l’autocandidatura, passata dal 13% al 18%, probabilmente anche in relazione al crescente ruolo dei social media.

Nel 2021 il 75% delle ricerche di lavoro passa da Internet

È quanto emerge dal policy brief dell’Inapp, che prende in esame i dati dell’indagine Inapp-Plus, sulla dinamica dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
“Sebbene solo il 2% degli occupati dichiari di avere trovato lavoro tramite app o social network – commenta Sebastiano Fadda, presidente Inapp – tuttavia, l’intermediazione digitale, se non adeguatamente regolata, rischia di alimentare ulteriormente l’informalità. Basti pensare che si è passati dal 25% degli occupati che nel 2000 dichiaravano di aver fatto ricorso a Internet durante la fase di ricerca di lavoro, al 50% del 2010, fino al 75% del 2021”.

Serve un player pubblico che sostenga i processi di allocazione e riallocazione

Tra i canali formali, si riduce il ruolo dei concorsi pubblici (10%, -7% rispetto a dieci anni fa), per effetto della riduzione del perimetro del settore pubblico e del blocco del turn-over nella PA. Si registra, inoltre, un crescente, ma comunque sempre inferiore rispetto ai canali informali, ricorso alle agenzie private e ai job center di istituzioni scolastiche e formative. In un mercato del lavoro esposto a complesse ricomposizioni e transizioni serve un player pubblico che sostenga tutti i processi di allocazione e di riallocazione della forza lavoro. I centri per l’impiego, ad esempio, trattano prevalentemente un’utenza debole (il 32% ha le medie inferiori) e riescono a condurre al lavoro poco più del 4% dell’utenza.

Una carenza di opportunità di qualità

La retribuzione di chi ha trovato lavoro grazie ai centri per l’impiego è in media 23.300 euro lordi all’anno, contro 35.000 di chi ha vinto un concorso pubblico o 32.600 di chi ha trovato lavoro nell’ambiente professionale. La quota di laureati che hanno trovato lavoro attraverso i Servizi per l’impiego è la più bassa (23%) dopo quella delle agenzie interinali (20%). Dunque, da un lato c’è un problema di carenza di opportunità di qualità e dall’altro l’onere di trattare un’utenza particolarmente fragile.
“Per un miglioramento complessivo del funzionamento del mercato del lavoro i centri per l’impiego devono essere potenziati anche nella loro interconnessione con le imprese, i servizi dell’orientamento, i servizi formativi, gli altri organismi operanti nell’intermediazione – aggiunge Fadda -. Ovvero, ai centri per l’impiego bisogna attribuire un ruolo attivo nel mercato del lavoro e offrire le condizioni per poterlo svolgere”.

Italiani preoccupati per desertificazione e siccità 

La siccità è un problema attuale e globale, e in Italia la fotografia è allarmante: oltre il 20% del territorio nazionale è a rischio desertificazione fin dal 2018, e la situazione è ulteriormente complicata dall’assenza di precipitazioni degli ultimi mesi, che non ha riguardato solo le aree meridionali del paese. Otto italiani su 10 sono preoccupati per il futuro proprio a causa di questi fenomeni, che mettono a rischio l’agricoltura. Il deficit di pioggia e neve, -60% e -80% rispetto alla media stagionale, ha infatti messo in crisi le principali aree rurali del Nord Italia, con i grandi invasi di acqua riempiti a livelli minimi, e ben al di sotto della loro capacità.

Al Nord-Ovest preoccupa il futuro

È quanto emerge da una ricerca Ipsos per Finish, realizzata in occasione della Giornata Mondiale per la Lotta alla Desertificazione e alla Siccità, che si celebra ogni anno il 17 giugno. Gli italiani sembrano aver compreso la situazione: secondo l’indagine la situazione odierna e lo spettro della desertificazione preoccupano il 62% degli intervistati, con una percentuale che aumenta all’83% se viene ampliato l’orizzonte temporale e si guarda al futuro. Preoccupazione che, nel presente, rimane elevata per il Sud Italia e le isole (69%), ma che proprio in ottica futura vede il Nord-Ovest guadagnare il primo posto (63%), a causa del forte stress idrico a cui sono sottoposte Piemonte e Lombardia. Al Nord-Ovest seguono Sud e isole (62%), Centro (59%) e Nord-Est (57%).

Un impatto diretto e inevitabile sull’agricoltura

Questa situazione ha un impatto diretto e inevitabile sull’agricoltura, settore che a causa di siccità e fenomeni atmosferici è considerato a forte rischio dal 56% degli intervistati e che pertanto, per resistere alla ‘crisi’, è costretto a trovare nuove aree da coltivare o a ricercare e accelerare su nuovi investimenti. Emerge particolare preoccupazione per quanto concerne le risorse idriche in futuro: il 25% è preoccupato per i fenomeni di prolungata siccità (+13% se paragonato ai timori sul presente), il 24% per lo scioglimento dei ghiacciai e il 19% per la presenza di fenomeni atmosferici intensi sempre più brevi e limitati ad alcuni periodi dell’anno.

Dal bagno alla cucina, le abitudini quotidiane che possono fare la differenza

Per contrastare il problema, “c’è tanto che si può fare – spiega all’Adnkronos, Luca Spadaro, responsabile progetto Finish ‘Acqua nelle nostre mani’ -. Dal bagno alla cucina: le abitudini quotidiane che possono fare la differenza sono tante”. Ad esempio, continua Spadaro, “evitare di sciacquare a mano le stoviglie prima di metterle in lavastoviglie. Questo semplice gesto consente di risparmiare 38 litri d’acqua a ogni lavaggio e, se messo in pratica da tutti, può avere un impatto notevole”.
Rispetto a due anni fa, però, “la sensibilità dei cittadini è costantemente migliorata e oggi il 33% ha smesso di sciacquare i piatti – aggiunge Spadaro -. Questo consente un risparmio idrico di circa 4mila e 500 piscine olimpioniche”.

Gli hobby? Possono diventare un business

Chi l’ha detto che gli hobby devono rimanere solo dei passatempo? Sono invece sempre più numerose le persone che riescono a trasformare le loro passioni anche in fonti di rendita. Insomma, da leisure a business… è un attimo. Questa tendenza è stata evidenziata nel 2020, quando il giornalista americano Adam Davidson ha annunciato l’inizio dell’era della passion economy: sempre più persone infatti cercano di trasformare le proprie passioni in fonti di reddito, in particolare grazie alle nuove piattaforme di monetizzazione e agli strumenti che lo rendono più accessibile. Con la pandemia, questo slancio si è accelerato in modo esponenziale. La crisi sanitaria generata dal Covid-19 ha rafforzato lo spirito imprenditoriale degli italiani, accendendo la voglia di arricchire la propria vita lavorativa. Nel 2021, la creazione di società in Italia ha superato i livelli pre-pandemia, con 4.216 startup costituite, il 25% in più rispetto al 2020, secondo i dati pubblicati da Infocamere, ma soprattutto sono state aperte circa 549.500 nuove partite Iva con un incremento del 18,2% in confronto all’anno precedente, secondo l’osservatorio del Mef. 

Lo studio dedicato

Per scoprire di più sull’economy passion nel nostro Paese, Vista ha presentato i risultati di uno studio che conferma l’attrattiva di questo nuovo paradigma lavorativo tra i lavoratori dipendenti italiani. I risultati dello studio Vista mostrano che il 92% degli italiani ha convertito o vuole convertire la propria passione in un’attività complementare. Sono 3 su 10 gli italiani che hanno già trasformato il loro hobby in un’attività parallela. Il 13% dichiara addirittura di aver rassegnato le dimissioni dal posto di lavoro a tempo indeterminato negli ultimi 12 mesi o più per dedicarvisi pienamente. Mentre un altro 16% afferma di voler lasciare il lavoro principale nei prossimi 12 mesi per dedicarsi interamente al proprio hobby. In media, il 34% degli intervistati dichiara di dedicare circa 4 ore settimanali alla propria attività complementare, il 29% dalle 5 alle 9 ore e il 63,7%, il 22% tra le 10 e le 14 ore. Il 56% degli italiani intervistati afferma inoltre di lavorare al proprio progetto la sera, dopo il lavoro principale o nei fine settimana (51%). Quasi il 50% però, ammette di aver paura di correre un rischio troppo elevato e afferma che se dovesse avviare un’attività complementare, non saprebbe come iniziare.

Uomini e donne in ugual misura

Tra chi ha già corso il rischio di fare un primo passo in avanti per avviare un’attività complementare troviamo un equilibrio tra uomini (52,82%) e donne (47,18%), per lo più giovani, tra i 25 ei 34 anni (28%), seguiti dalla fascia di età tra i 35 e i 44 anni (21,8%). Tra gli intervistati che dichiarano di non avere ancora un’attività complementare ma di volerne una, riferisce Adnkronos, troviamo invece maggior parità tra uomini e donne ma in fasce d’età leggermente più mature, essendo quella tra i 35 ei 44 anni quella predominante (29%) seguita da quella tra i 45 ed i 54 anni (28%). Quali sono le principali passioni che gli italiani avrebbero trasformato o hanno già trasformato nella loro seconda occupazione? I risultati dello studio mostrano che gli hobby o centri di interesse che gli italiani hanno trasformato – o vorrebbero trasformare – in un’attività complementare sono: viaggi 35%; cucina 30%; cura degli animali 21%; arte, design e creatività 19,8%; alimentazione e benessere 17,6%. Anche se non mancano amanti di fotografia e video (17%), del giardinaggio (16%), forma fisica e fitness (15,4%), informatica e tecnologia (14,8%), o dell’intrattenimento (12,8%), tra gli altri.

Lo smart working come alleato per “lavorare bene”

Lo smart working è stato prorogato, e due sono le misure che ne riguardano il prolungamento: una riguarda la proroga fino al 31 agosto dello smart working semplificato per il settore privato, l’altra, la proroga fino al 30 giugno per i lavoratori fragili o i genitori di figli con fragilità. Ma in che modo lo smart working può diventare una formula collaudata, capace di portare benefici all’interno delle organizzazioni e ai lavoratori, anche nel post-emergenza? Alla domanda risponde il white paper Lavorare bene. Lo smart working come alleato, pubblicato da Cefriel, il centro di innovazione digitale fondato dal Politecnico di Milano. 

Bilanciare le necessità personali e aziendali

Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel periodo di completa remotizzazione, il 28% ha sofferto di tecnostress e il 17% di over working. Questo dimostra che non si può parlare di smart working senza aver definito un modello organizzativo e delle policy adeguate che lo rendano attuabile e positivo per tutte le parti interessate.
“La vita in ufficio serve a creare cultura, allineamento e coaching diffuso, ma occorre considerare il fatto che il poter lavorare da remoto garantisce flessibilità e work-life balance – spiega Alfonso Fuggetta, CEO e direttore scientifico di Cefriel -. Trovare un equilibrio si può: la chiave del successo è definire progetti di smart working disegnati sulle esigenze delle persone, con focus sul raggiungimento degli obiettivi e bilanciamento tra le diverse necessità personali e aziendali”. 

Le regole del lavoro agile

Quali sono, quindi, le regole che possono orientare il nuovo, imminente, corso dello smart working?
Innanzitutto sarà necessario ripensare gli spazi, prevedendo luoghi per interazioni e luoghi di isolamento. Una possibile evoluzione degli spazi in questo senso vedrà la costruzione di isole progettuali, in cui le persone non avranno una scrivania assegnata, ma si riuniranno intorno a un team di progetto. Allo stesso tempo, sarà necessario regolare i tempi di lavoro, evitando che lo smart working diventi lavoro da remoto senza vincoli di orario. Le indicazioni da questo punto di vista sono quelle di evitare le riunioni tra le 13 e le 14.30, evitare di chiedere il coinvolgimento dei colleghi, salvo imprevisti, al di fuori dell’orario lavorativo e nel weekend. E nel caso si predispongano mail in questi range temporali, ritardarne l’invio.

Ripensare i modelli di leadership

Lavoro agile non significa lavoro solitario, per questo una delle priorità individuate da Cefriel riguarda proprio il valore delle relazioni negli ambienti lavorativi, che vanno mantenute anche da remoto. Inoltre, questa nuova modalità richiede un ripensamento sui modelli di leadership: lo smart working ha bisogno di una leadership generativa, empatica, attenta allo sviluppo e al benessere delle persone. Un modello ispirato a uno stile ‘contingente’ e flessibile, riporta Ansa, che tenga conto delle differenze fra collaboratori inesperti e maturi, e fra Junior e Senior, e in cui sia il leader ad adattare le sue azioni in base al livello di maturità di chi lo segue. 

A Milano riprende l’occupazione, ma non quella femminile

A Milano ci sono buoni segnali per quanto riguarda la ripresa dell’occupazione, ma non quella femminile. Si amplia infatti nell’ultimo anno il gender gap, a tutto sfavore delle donne: in città, nel 2021, il differenziale tra uomini e donne in termini di distanza tra i rispettivi tassi di occupazione sale a 9,8 punti percentuali dagli 8,8 nel 2020, quando la maggior tenuta dell’occupazione femminile durante l’emergenza aveva ridotto le distanze rispetto ai 10,2 p.p. nel 2019 e ai 10,9 p.p. nel 2018. Il trend decrescente è invece proseguito in Lombardia, dove negli ultimi 4 anni si è ridotto di ben 2 punti percentuali (da 15,9 nel 2018 a 13,9 nel 2021). In ogni caso, il gender gap a Milano rimane ben inferiore rispetto a quanto rilevato nel complesso della Lombardia (13,9 punti percentuali) e in Italia (17,7).  Tuttavia questo divario è assai meno ampio che nella media nazionale e lombarda.

Le donne lavoratrici

Nel contesto nazionale, il mercato del lavoro milanese rimane comunque più favorevole per le donne. Nonostante questo arretramento sul gender gap, Milano rimane più avanzata sia dell’Italia sia della Lombardia in termini di opportunità femminili.  Infatti, nel 2021 le donne lavoratrici in città risultano 664 mila, che corrispondono a un tasso di occupazione del 63,0%: una percentuale superiore non solo alla media italiana (sotto la soglia del 50%, tra le più basse in Europa), ma anche a quella lombarda (59,6%).  Sul fronte della disoccupazione, il tasso femminile (al 6,6%) non si discosta eccessivamente da quello maschile (al 6,3%), mentre il tasso di inattività (quota di donne in età lavorativa che non hanno un lavoro né lo cercano) è al 32,5% contro un 22,1% per gli uomini. In ogni caso, l’inattività femminile a Milano è ben più contenuta che in Lombardia (al 36,3%) e in Italia (addirittura al 44,6%).

L’occupazione in città

In base ai dati contenuti nell’analisi realizzata dal Centro Studi di Assolombarda e pubblicata su Your Next Milano, si scopre che il mercato del lavoro complessivo nel 2021, a Milano, non registra l’auspicato recupero dei livelli occupazionali pre Covid. Si evidenzia, infatti, un aumento rispetto al 2020, ma i 6 mila occupati in più dell’anno risultano del tutto insufficienti a colmare i -48 mila registrati nel 2020 con l’avvento della pandemia. Il conto è assai più negativo rispetto alle stime fatte lo scorso anno, in quanto l’Istat ora esclude dal computo degli occupati i cassintegrati da più di tre mesi. Differenziando tra componente femminile e maschile, il quadro annuo emerge particolarmente negativo per le donne: nel 2021 i posti di lavoro a Milano crescono esclusivamente per la componente maschile (+11 mila occupati), mentre quella femminile si riduce (-5 mila occupate).

Aumenta la consapevolezza del problema scarsità dell’acqua

Aumenta, soprattutto tra i giovani, la presa di coscienza sul problema della scarsità di acqua, e diminuisce la quota di quanti ritengono che la disponibilità d’acqua non sia un problema attuale. Ma soltanto 1 italiano su 2 è cosciente del maggior consumo personale rispetto agli altri Paesi europei.  In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua 2022 del 22 marzo, Ipsos ha realizzato un’indagine per Finish al fine di comprendere la consapevolezza degli italiani in merito al problema della scarsità di acqua, le percezioni relative al proprio consumo di acqua e i principali comportamenti sostenibili per ridurne lo spreco.

Gli italiani sono tra i più spreconi d’Europa

Tra gli altri risultati dell’indagine Ipsos emerge che rispetto all’anno scorso è aumentata tra gli italiani la consapevolezza relativa al problema della scarsità dell’acqua: il 25% tra gli adulti (+4% vs 2021) e il 31% tra i giovani (+15% vs 2021). Inoltre, diminuisce anche la quota di quanti ritengono che la disponibilità d’acqua non sia un problema attuale, passata dal 9% nel 2021 al 7% nel 2022, oppure che sia un problema solamente di specifiche aree e in specifici momenti dell’anno (68% nel 2022 vs 70% nel 2021). Al tempo stesso, nonostante i dati leggermente più incoraggianti rispetto a quanto rilevato l’anno scorso, gli italiani rimangono tra i più spreconi d’Europa.

Chiudere il rubinetto e utilizzare la lavastoviglie solo a pieno carico

Infatti solo 1 italiano su 2 è cosciente del maggior consumo personale rispetto agli altri Paesi europei (220 litri in Italia vs 165 litri di media europea), ma anche questo dato è in crescita, passando dal 48% del 2019 al 54% del 2022. Inoltre, il 68% ritiene che il consumo per famiglia sia inferiore ai 100 litri giornalieri (vs i 500 litri reali).
Tra i principali comportamenti virtuosi, messi in campo dagli italiani per ridurre il proprio impatto su consumo e spreco di acqua, rientrano chiudere il rubinetto quando non necessario e utilizzare la lavastoviglie solo a pieno carico (73%), preferire la doccia alla vasca (67%) e fare docce più brevi (49%).

Entro il 2040 l’Italia sarà in una situazione critica di stress idrico

Relativamente ai consumi, dai risultati dell’indagine Ipsos l’acqua si dimostra ancora la meno controllata dagli italiani, con un trend in linea con gli anni passati: il 40% degli intervistati dichiara di controllare sempre il consumo di energia elettrica, il 38% quello di gas e soltanto il 32% si preoccupa del consumo di acqua. In ogni caso, secondo la scala del World Resources Institute, entro il 2040, l’Italia sarà in una situazione critica di stress idrico, e in merito a questa previsione, il 76% dei cittadini ritiene il dato veritiero, mentre per il 17% dei giovani si tratta di dati infondati. 

4 Pagamenti digitali: raggiunti 327 miliardi

I pagamenti digitali continuano a crescere, e nel 2021 in Italia raggiungono 327 miliardi di euro, con una crescita complessiva pari al +22% rispetto al 2020. Protagonisti della dinamica del comparto si confermano i pagamenti tramite carte contactless, e quelli effettuati in negozio tramite smartphone e altri oggetti indossabili. Il secondo semestre 2021 ha però perso uno dei driver della crescita rilevata nei primi sei mesi dell’anno: l’iniziativa del Cashback, adottata da quasi 9 milioni di italiani, circa il 18% della popolazione maggiorenne. Il Cashback è infatti stato inizialmente sospeso e poi definitivamente cancellato dal governo, a favore di misure di incentivo per i commercianti. Queste alcune evidenze emerse dall’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano.

Anche senza incentivi gli italiani preferiscono il contactless
Proprio in questo contesto, però, gli italiani hanno dimostrato il cambio di passo definitivo nei confronti della digitalizzazione dei pagamenti. E quelli con carte contactless (126,5 miliardi di euro nel 2021) si confermano i preferiti dagli italiani per effettuare acquisti nei negozi fisici. Una tendenza resa possibile dalla diffusione delle carte e dei POS abilitati, spinta dall’innalzamento del limite per i pagamenti senza PIN dai 25 euro ai 50 euro, e acuita nel corso del 2020 e del 2021 dai timori legati al possibile contagio dovuto al ‘contatto’. A rappresentare la maggiore crescita del comparto sono però i Mobile e i Wearable Payments in negozio (ovvero pagamenti da smartphone o da oggetti indossabili, come gli smartwatch), che superano 7 miliardi di euro, raddoppiando il loro valore rispetto al 2020 (+106%).

Al Mobile Wallet si affiancano i wearable

Il successo dei pagameneti da smartphone è da ricondursi alla combinazione di una serie di fattori percepiti nell’uso quotidiano: semplicità, velocità e utilità, che portano gli utilizzatori di questi strumenti a preferirli rispetto ad altri metodi.
Al concetto di Mobile Wallet, ovvero lo smartphone che va a sostituire il portafoglio fisico in molti dei suoi scopi, si stanno affiancando i wearable, utilizzati in maniera più specifica per il pagamento contactless, e capaci di rendere l’esperienza di pagamento in alcune situazioni ancora più veloce e semplice per il consumatore.

I trend del futuro

Tra i trend più interessanti del 2021 anno c’è il Buy Now, Pay Later, cresciuto con un ritmo senza precedenti non solo negli USA, ma anche in Europa.
“Sono però diverse le novità che stanno cambiando e arricchendo il mondo dei pagamenti – commenta Ivano Asaro, Direttore dell’Osservatorio -: nel prossimo futuro le direttrici di innovazione già presenti sul mercato, come la Strong Customer Authentication (SCA), il paradigma dell’Open API e la Request To Pay (RTP), avranno un ruolo sempre più importante”.
Senza dimenticare le innovazioni che probabilmente vivremo più profondamente tra qualche anno, basate su tecnologie rivoluzionarie quali blockchain e distributed ledger, come il Digital Euro e le altre Central Bank Digital Currency (CBDC).

Effetto pandemia: sul lavoro dominano insicurezza e incertezza 

Non è una novità: almeno a partire dalla ‘grande recessione’ del 2008 l’Italia è attraversata da un’ansia e un’insoddisfazione sociali molto ampie, e destinate a non essere scalfite nel tempo. Ma più in particolare, nei mesi tra prima e seconda ondata del coronavirus il rapporto curato da Lavoro&Welfare e lo Studio Labores sull’occupazione rileva un livello di incertezza sul futuro e insicurezza sociale connessa al lavoro molto elevata. Solo meno del 20% degli intervistati si dichiara del tutto sicuro e al riparo dai rischi connessi al lavoro. Il sentimento collettivo d’insicurezza resta dunque molto radicato, ed è connesso non solo alla precarietà lavorativa, ma rende conto di un’estesa vulnerabilità sociale che attraversa una parte rilevante dei lavoratori.

“Un rimescolio profondo nel senso del lavoro e nel vissuto dei lavoratori”

“La pandemia – commenta Mimmo Carrieri, docente di Sociologia economica e Sociologia delle relazioni di lavoro all’Università La Sapienza – ha comportato un rimescolio profondo nel senso del lavoro e nel vissuto dei lavoratori, ancora non concluso e che attende di essere tradotto in indirizzi nuovi nelle politiche pubbliche e nei comportamenti degli attori sociali”. Se a inizio 2021 si poteva misurare il costo della crisi dovuta al Covid-19 in quasi un milione di occupati, alla fine dell’anno tale costo si è attestato attorno alle 300.000 unità. Secondo i dati del rapporto, l’Italia, sia nel secondo sia nel terzo trimestre 2021, ha evidenziato però una dinamica migliore della media della zona Euro, rispettivamente + 1,4% e +1,2% contro +1,2% e +1,0%, e dei Paesi assunti a confronto, Germania, Polonia, Francia, Spagna.

Dipendenti: nel secondo semestre 2021 stesso livello del 2019

“Quanto ai dipendenti permanenti, i dati mostrano che nel secondo semestre 2021 si sono assestati praticamente sullo stesso livello del 2019, ma non si tratta tanto di un recupero trainato dalla creazione di nuovi posti di lavoro quanto della riattivazione, in buona parte, di posti pre-esistenti grazie al rientro di molti lavoratori dalla Cassa integrazione”, aggiunge Carrieri.
Anche per i dipendenti a termine il recupero ha permesso di ritornare a partire da settembre 2021 sui valori del 2019.
Non si tratta quindi di una nuova crescita della precarietà, ma del recupero di un livello analogo a quello raggiunto in precedenza a ridosso della pandemia, riferisce Italpress.

Lavoratori indipendenti: nessun segnale di recupero del pre-pandemia

Per quanto riguarda i lavoratori indipendenti, il trend di contrazione è stato congiunturalmente accelerato dalla pandemia in coincidenza del periodo del primo lockdown. Poi è proseguito, “pur con un’intensità via via più modesta, senza finora mettere in evidenza alcun segnale di recupero delle posizioni pre-pandemiche”, sottolinea Carrieri.
Secondo Cesare Damiano, già ministro del Lavoro e presidente di Lavoro&Welfare, “il lavoro a tempo determinato è stato vittima del blocco dei licenziamenti che ha riguardato esclusivamente il lavoro stabile. Una diminuzione prevedibile alla quale è seguito, nei mesi recenti, una ripresa che lo colloca al livello del 17% del totale dell’occupazione dipendente”.

Retail in Italia, il ruolo dell’eCommerce

Integrare online e offline: ecco la parola d’ordine dei retailer, che nel 2021 hanno incrementato i loro investimenti nel digitale. Nell’ultimo anno, infatti, l’aumento di risorse nel digitale ha visto un’incidenza sul fatturato che è passata dal 2% nel 2020 al 2,5%. Ancora, come reazione al prolungarsi della pandemia e delle conseguenti misure restrittive, anche nel 2021 cresce l’importanza dell’eCommerce nel Retail italiano. Il canale online, pur rimanendo secondario in termini di consumi rispetto all’offline (abilita solo il 10% degli acquisti a valore totali), è sempre più motore di innovazione e di crescita: è infatti responsabile di circa il 20% dell’incremento totale dei consumi. Il fermento digitale è dimostrato anche dal fatto che nel 2021 oltre l’85% dei primi 300 retailer italiani per fatturato è presente online, anche tramite modelli di vendita che integrano digitale e negozio fisico: i più diffusi sono click&collect (65%), reso offline degli ordini eCommerce (37%) e verifica online della disponibilità di prodotti in negozio (30%). Sono alcuni dei dati emersi dall’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail della dalla School of Management del Politecnico di Milano.

“L’eCommerce B2c ha reso meno amara la crisi dei consumi”

Commenta questo fenomeno Valentina Pontiggia, Direttrice dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail: “L’eCommerce B2c non ha solo reso meno amara la crisi dei consumi durante la pandemia, ma ha anche generato nuovi equilibri tra online e offline e favorito nuove modalità di interazione e di vendita che si stanno propagando a tutto il commercio, anche fisico: alcuni esempi sono i pagamenti digitali e biometrici, il marketing one to one e la personalizzazione del prodotto.Con il Covid-19, non sono cambiate solo le abitudini di consumo degli italiani, ma è anche maturata la consapevolezza delle aziende di quanto sia indispensabile fondare la propria strategia sull’integrazione e collaborazione tra fisico e online. Si continua a ridurre progressivamente lo spazio del Retail “solo fisico” così come di quello “solo online” a vantaggio di modelli omnicanale che sappiano coniugare i punti di forza dei diversi canali”.

Gli investimenti in tecnologia

Durante il 2021, gli investimenti in tecnologia digitale nel back-end tra i top retailer italiani sono stati funzionali, in primis, all’approfondimento della conoscenza del cliente in chiave omnicanale. I sistemi di business intelligence analytics sono stati potenziati dal 17% dei player (implementati complessivamente dal 75% del campione) e il 9% ha lavorato sulle soluzioni di customer relationship management (già presenti nel 66% dei casi), con l’obiettivo di integrare le informazioni derivanti da diversi canali per comprendere esigenze e abitudini dei consumatori, abituali e non. Allo stesso tempo sono state implementate innovazioni volte a ottimizzare attività e processi lungo la supply chain: il 13% dei retailer ha adottato soluzioni all’interno dei magazzini (58%) per automatizzarne la gestione e incrementarne le performance; il 9% ha infine potenziato i sistemi automatizzati di demand, inventory e distribution planning (51%), per effettuare previsioni più accurate della domanda e semplificare l’intero processo distributivo.