Rincaro dei prezzi e inflazione: la percezione dei consumatori

La carenza di molte materie prime dovuta alla crisi generata dal Covid e l’inflazione hanno spinto in alto i prezzi di bollette, generi alimentari, beni primari e servizi di base, trainando un rialzo dei prezzi su tutti i settori. I rincari sui prezzi dell’energia e la ripresa economica a livello globale iniziano a farsi sentire sui costi di diversi prodotti e servizi.
Un sondaggio Ipsos ha indagato la percezione dei cittadini di 30 Paesi in merito ai prezzi di beni e servizi, e le aspettative in relazione alle spese familiari per i prossimi tre mesi. E dalla ricerca emerge che due terzi degli intervistati dichiarano di aver pagato di più per trasporti (70%), cibi e bevande (70%), utenze e bollette (66%), rispetto a sei mesi fa. Circa la metà del campione riferisce anche un aumento dei costi di abbigliamento e calzature (55%), affitti e spese di manutenzione (51%), assistenza medica e sanitaria (51%) e intrattenimento (49%).

In Argentina è più alta la percezione dei rincari

Una percezione dei rincari molto alta si rileva soprattutto nei Paesi dell’America Latina, guidati dall’Argentina, di cui il 79% del campione riferisce un incremento dei prezzi. Ma anche nei paesi dell’Europa dell’est, come Russia (74%), Polonia (73%) e Ungheria (66%), o ancora in altre nazioni come la Turchia (75%) e il Sudafrica (73%) si evidenzia la medesima apprensione. In ogni caso, i consumatori con la maggiore percezione di prezzi più alti sono i più anziani e chi ha un reddito maggiore.

Come cambieranno le spese nei prossimi tre mesi?

Ipsos ha indagato anche le aspettative dei consumatori in relazione ai cambiamenti delle spese totali delle famiglie nei prossimi tre mesi, escluse quelle per le vacanze. E a livello internazionale, in media, il 42% del campione afferma che le spese aumenteranno. In particolare, secondo il 12% aumenteranno molto e secondo il 30% poco, mentre per il 41% non cambieranno e per il 17% diminuiranno. In questo caso, l’incremento viene percepito maggiormente dai consumatori più giovani e con reddito più alto. Soprattutto in Romania (62%), Argentina (61%) e Sudafrica (56%).

In Italia aumenti maggiori per trasporti e utenze

Per quanto riguarda l’Italia, in media, il 54% degli italiani ha percepito un aumento dei prezzi rispetto a sei mesi fa, soprattutto sui trasporti (73%), gli alimentari (62%), le utenze (73%), l’abbigliamento (49%), gli affitti e le manutenzioni (39%), le spese mediche (40%) e l’intrattenimento (42%). Per quanto riguarda le spese familiari nei prossimi tre mesi, solo il 27% degli italiani pensa che aumenteranno, mentre per il 58% resteranno stabili e per il 14% si ridurranno. Un dato in controtendenza e secondo solo al Giappone, il Paese che si aspetta meno rincari (16%) per la spesa familiare.

Gli italiani e la società ‘irrazionale’

Un sonno della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico che pretende di decifrare il senso occulto della realtà. Accanto alla maggioranza ragionevole e saggia in Italia si leva un’onda di irrazionalità. Per il 12,7% degli italiani la scienza produce più danni che benefici, e per il 5,9%, pari a circa 3 milioni di persone, il Covid semplicemente non esiste. Inoltre, per il 10,9% il vaccino è inutile e per il 31,4% è un farmaco sperimentale e le persone che si vaccinano fanno da cavie. Insomma, si osserva una irragionevole disponibilità a credere a superstizioni premoderne, pregiudizi antiscientifici, teorie infondate e speculazioni complottiste. È la società irrazionale.

Dalle tecno-fobie al negazionismo storico-scientifico

Dalle tecno-fobie, con il 19,9% degli italiani che considera il 5G uno strumento per controllare le menti delle persone, al negazionismo storico-scientifico, per il quale il 5,8% è sicuro che la Terra sia piatta e il 10% è convinto che l’uomo non sia mai sbarcato sulla Luna, stiamo precipitando nell’irrazionalità. La teoria cospirazionistica del ‘gran rimpiazzamento’ ha invece contagiato il 39,9% degli italiani, certi del pericolo della sostituzione etnica, e tutto ciò accade per interesse di presunte élite globaliste. L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale, sia le posizioni scettiche individuali, sia i movimenti di protesta, e si ritaglia uno spazio non modesto nel discorso pubblico, conquistando i vertici dei trending topic nei social network, scalando le classifiche di vendita dei libri, occupando le ribalte televisive.

Nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali

L’irrazionale che oggi si manifesta nella società non è una distorsione legata alla pandemia, ma ha radici socio-economiche profonde, seguendo una parabola che va dal rancore al sovranismo psichico, e che evolve diventando il gran rifiuto degli strumenti con cui in passato abbiamo costruito benessere e progresso: scienza, medicina, farmaci, e innovazioni tecnologiche. Questo perché siamo entrati nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. Bassa crescita economica e ridotti ritorni in termini di gettito fiscale innescano infatti la spirale del debito pubblico, una diffusa insoddisfazione sociale e la ricusazione del paradigma razionale.

L’esito di aspettative soggettive insoddisfatte

Di fatto, la fuga nell’irrazionale è l’esito di aspettative soggettive insoddisfatte. Infatti, l’81% degli italiani ritiene che oggi sia molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento di tempo, energie e risorse nello studio. Tanto che il 35,5% è convinto che non conviene impegnarsi in una laurea o in una specializzazione, per poi ritrovarsi invariabilmente con guadagni minimi e rari attestati di riconoscimento.  Inoltre, per due terzi degli italiani, il 66,2%, nel nostro Paese si viveva meglio in passato. Segno, questo, di una corsa percepita verso il basso.

Le performance delle startup e Pmi innovative Ict

Nonostante la crisi da Covid-19, a inizio ottobre 2021 il numero di startup e Pmi innovative del settore Ict iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese continua a crescere, arrivando a 7.749 (+16,3% rispetto a fine febbraio 2021) per una quota costante del 49% del totale. È quanto emerge dalla ricerca ‘Startup e Pmi innovative ict: performance economica’ di Anitec-Assinform e InfoCamere, che dimostra l’elevata capacità di resilienza di queste realtà, e ne evidenzia i punti di forza, ovvero l’attitudine al digitale e allo smart working, la velocità e flessibilità nell’adattarsi ai cambiamenti del mercato, e l’ottimo livello di competenze tecniche e informatiche. Rispetto ai filoni di attività, la ricerca sottolinea dinamiche leggermente più positive per le startup e Pmi innovative in ambito AI, blockchain, cybersecurity, e digital solutions.

Valore medio della produzione

Gli indicatori di produttività confermano che la ricerca di vantaggio competitivo in mercati molto innovativi e tecnologicamente avanzati si traduce in livelli più elevati di produttività, con medie superiori nei filoni di attività 4.0 e altre tecnologie digitali. Complessivamente, le 4.537 startup e Pmi innovative Ict con bilancio depositato nel 2020 hanno prodotto beni e servizi per un totale di 1,2 miliardi di euro, contro 1,5 miliardi di euro delle 4.863 startup e Pmi innovative non-Ict. E il valore della produzione medio per startup e Pmi innovativa Ict nel 2020 risulta pari a 263,3 mila euro (310,6 mila euro non-Ict).

Più valore aggiunto ma meno remunerazione iniziale

Le startup e Pmi innovative Ict hanno generato valore aggiunto per 406 milioni di euro, un valore superiore ai 332,8 milioni del segmento non-Ict. Complessivamente nel 2020 per ogni euro di produzione, le Pmi e startup innovative Ict hanno generato 33,8 centesimi di valore aggiunto contro 22,2 centesimi nel segmento non-Ict, a conferma del maggiore incremento di valore generato dalle attività sviluppate dalle aziende specializzate nei mercati tecnologici avanzati. Tuttavia, anche a causa dei maggiori costi per addetto, gli indicatori di profittabilità sono meno remunerativi nel settore Ict rispetto al settore non-Ict almeno nei primi anni di attività.  In ogni caso, le società in utile nel 2020 generano il 43,4% di produzione nel settore Ict contro il 47,6% nel settore non Ict.

La sostenibilità finanziaria migliora con gli anni

Quanto alla redditività del patrimonio netto (il ritorno economico dell’investimento effettuato), almeno il 50% delle startup e Pmi innovative Ict negli ultimi tre anni registra un valore pari o superiore all’1,1%. Gli indicatori finanziari confermano poi, riporta Adnkronos, come l’apparente squilibrio finanziario iniziale sia compensato dal consolidarsi delle attività successive alla fase iniziale, e con il manifestarsi di trend di crescita importanti nella valutazione delle potenzialità effettive nel medio-lungo periodo. Un’altra caratteristica distintiva di startup e Pmi innovative è il valore elevato delle risorse immateriali, soprattutto brevetti, marchi, avviamento, che partecipano al raggiungimento del vantaggio competitivo aziendale. L’indice mediano è infatti pari a 1 presso startup e Pmi innovative Ict (0,8 non-Ict), e l’indice medio è pari a 0.7 (0,6 non-Ict).

Mobilità sostenibile ed effetto Covid sul settore automotive

L’Osservatorio E-Mobility 2021 di Nomisma fa il punto sul mercato dell’auto, un settore particolarmente penalizzato dalla pandemia da Coronavirus. In Italia al crollo delle immatricolazioni durante il lockdown (-28% nel 2020 rispetto al 2019), ha seguito una ripresa (+64% la variazione gennaio-maggio 2021/2020), ridimensionata tuttavia da alcuni ostacoli, che a settembre hanno portato a un calo delle immatricolazioni (-33%) rispetto allo stesso periodo del 2020. Vanno letti in questo contesto anche l’evoluzione del Noleggio a Lungo Termine (NLT), cresciuto a dicembre 2020 del 4,1%, e il numero delle immatricolazioni di auto ecologiche, più che raddoppiato nel periodo gennaio-settembre 2021 rispetto all’intero 2019, e salito da 127mila a oltre 320mila unità per i veicoli ibridi ed elettrici.

Veicoli ibridi ed elettrici

Fra i motivi per i quali nell’ultimo anno sono stati utilizzati veicoli ibridi o elettrici rientrano lo stile di vita attento all’ambiente (43%), la possibilità di accedere nel centro città e nelle ZTL (35%), il minor costo chilometrico di manutenzione (33%), e la presenza di incentivi per l’acquisto (30%). Fra i fattori deterrenti, le criticità sono legate soprattutto a costi elevati (56% per ibridi, 57% per veicoli elettrici), mancanza di un’adeguata rete di punti di ricarica (38% per veicoli elettrici) e offerta insoddisfacente sul mercato (30% ibridi, 28% elettrici). Per chi ancora non utilizza auto ecologiche uno stimolo a farlo consisterebbe nell’abbattimento dei costi d’acquisto, l’aumento di incentivi/detrazioni per l’acquisto, e l’aumento dei punti di ricarica fuori e all’interno delle città.

Biciclette, monopattini e car sharing

La pandemia ha accresciuto la propensione degli italiani non solo verso i veicoli green, ma anche verso le forme di mobilità dolce, come biciclette e monopattini. Se l’auto resta il mezzo di spostamento principale per due italiani su tre, si consolidano, e crescono, nuove abitudini di mobilità: nel 2020 sono 2 milioni le biciclette vendute (+17%), 280mila le ebike (+44%), e +140% a valore monopattini elettrici, hoverboard e one wheel. Inoltre, se nel pieno della pandemia erano diminuiti car sharing (-27% tra 2020-2019) e noleggi (-53%), i primi mesi del 2021 indicano una netta ripresa per entrambi.

L’auto di domani resta un’utilitaria di proprietà a benzina

Nel biennio 2019-2020 un italiano su tre pensava di acquistare o noleggiare a lungo termine una nuova automobile, valutando preventivi, ricercando informazioni, chiedendo consigli. Un interesse concretizzato per il 27% dei casi, proseguito per il 35%, o rimandato (29%) e abbandonato (9%). Fra chi ha concretizzato l’acquisto, il 46% ha scelto un’utilitaria, il segmento preferito anche da coloro che stanno ancora riflettendo. Chi invece ha rinunciato, lo ha fatto perché ha preferito orientare altrove il proprio investimento (37%), ha diminuito il reddito familiare (32%) o ha riscontrato minori esigenze di spostamento (21%). In ogni caso, ancora netta la prevalenza, per quanto riguarda i carburanti, di benzina (39%) e diesel (37%), e per motore ibrido (12%).

Muoversi in città, non sempre la mente sceglie la strada più breve

Sembra una banalità: sappiamo tutti che per andare dal punto A al punto B la strada più breve è rappresentata da una linea retta che unisce i due punti. Eppure, nonostante questa consapevolezza, quando ci spostiamo in città il nostro cervello non sempre effettua questa apparentemente facile operazioni. In sintesi, la nostra mente non necessariamente sceglie il percorso più veloce. A questa singolare scoperta è giunto recentemente un team di scienziati dell’Istituto di Informatica e . Telematica del CNR di Pisa in collaborazione con il MIT di Boston e il Politecnico di Torino. Lo studio, pubblicato sulla rivista  Nature Computational Science, ha utilizzato i dati sulla mobilità a piedi di 14.000 persone.

Il nostro cervello è “progettato” per risparmiare energie

La ricerca, davvero molto ampia, ha messo in luce che i pedoni tendono a scegliere percorsi, chiamati “cammini direzionali”, che sembrano puntare direttamente verso la destinazione anche se alla fine il tragitto potrebbe essere più lungo del “percorso più breve”.
“Questa strategia, nota come navigazione vettoriale, è stata osservata in precedenti studi condotti su animali, dagli insetti ai primati”, ha detto Paolo Santi, direttore della ricerca del Cnr-Iit. “La navigazione vettoriale viene utilizzata perché richiede meno risorse cerebrali rispetto a dover calcolare il cosiddetto percorso più breve. Questo risparmio energetico del cervello potrebbe essere il risultato dell’evoluzione, al fine di lasciare al cervello più risorse per svolgere altre attività per la sopravvivenza”. Questo fenomeno sembra suggerire che il nostro cervello “distribuisca” le energie tra le diverse attività informatiche. 
“Pare esserci un meccanismo che alloca le risorse computazionali del cervello per altri usi. Trentamila anni fa, ad esempio, per sfuggire a un predatore e oggi per evitare una zona pericolosa a causa del traffico eccessivo”, afferma Carlo Ratti, docente di tecnologie urbane al dipartimento di Studi e pianificazione urbanistica del MIT e direttore della Senseable City. Lab “La navigazione vettoriale non produce il percorso più breve, ma un percorso sufficientemente vicino a quello minimo, più facile da calcolare e quindi con un minor dispendio di energia cerebrale”.

Il contributo della ricerca alla pianificazione urbana del futuro

Un simile risultato può essere prezioso per la progettazione delle città di domani. “Il potenziale contenuto nei dati di viaggio dei singoli è enorme. L’aver individuato caratteristiche comportamentali uniformi in città con caratteristiche così diverse fa ben sperare nella possibilità di utilizzare questi dati per progettare al meglio le città del futuro, rendendo gli spostamenti dei cittadini più efficaci, sicuri e, perché no, piacevoli”, afferma Alessandro Rizzo, docente di automazione e robotica presso il dipartimento di elettronica e telecomunicazioni del Politecnico di Torino.

Imprese agricole lombarde, fatturato in progresso nonostante le difficoltà

Nonostante le difficoltà dovute alla pandemia, il settore agricolo lombardo conferma la sua capacità di resilienza, e gli indicatori di fatturato e redditività mostrano un lieve progresso rispetto alla seconda metà del 2020, anche per via del buon andamento delle quotazioni dei principali prodotti. Nei primi sei mesi del 2021 il comparto risente ancora degli effetti della pandemia sui settori che contribuiscono indirettamente alla creazione del valore aggiunto agroalimentare, come ristorazione, ricezione, intrattenimento, e istruzione. A questo si aggiunge la crescita dei costi di produzione e le difficoltà di approvvigionamento di macchinari e pezzi di ricambio, che colpiscono in maniera trasversale tutti i comparti. Se i rincari di energia e petrolio si ripercuotono su fertilizzanti e fitofarmaci, gli effetti più gravi riguardano la zootecnia, il cuore dell’agricoltura lombarda, per via del rally senza precedenti delle quotazioni di cereali e altri alimenti che compongono la razione animale.

Tasso di crescita a due cifre per l’Export agroalimentare

Si tratta di alcuni risultati dell’analisi congiunturale del primo semestre 2021 per il settore agricolo lombardo realizzata da Unioncamere Lombardia e Regione Lombardia, con il supporto del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano.
“Lo stato di salute dell’agricoltura lombarda è solido: lo confermano sia i consumi interni sia l’export – dichiara il Presidente di Unioncamere Lombardia Gian Domenico Auricchio -, a testimonianza di quanto sia importante avere una base forte e diversificata di imprese e produttori”.
Secondo lo studio, infatti, l’export agroalimentare mostra una decisa ripartenza, raggiungendo nei primi 6 mesi del 2021 un tasso di crescita a due cifre dopo lo stallo dell’anno precedente.

I rincari non consentono di sfruttare le condizioni favorevoli del mercato

Il risultato complessivo dell’agricoltura regionale è il risultato di dinamiche settoriali differenziate. Il lattiero-caseario, ad esempio, beneficia del buon andamento della domanda mondiale, e dei prezzi delle principali produzioni che si mantengono sopra i livelli dello scorso anno. Il rincaro dei mangimi non consente però di sfruttare appieno le condizioni favorevoli del mercato. Anche le quotazioni delle carni suine mostrano un andamento positivo, sia nel circuito DOP sia non DOP, ma anche in questo caso la redditività risulta compressa dall’impennata dei costi produttivi.

Cereali, un settore in ottima salute per via dei prezzi di mais e frumento
Le carni bovine evidenziano i risultati peggiori nel comparto zootecnico, senza riuscire a recuperare rispetto alla situazione difficile del 2020. La lieve crescita delle quotazioni e la stabilità dei consumi non permettono infatti di compensare i maggiori costi per l’alimentazione animale. I cereali, al contrario, rappresentano il settore in maggiore salute per via dei record raggiunti dai prezzi di mais e frumento, che dovrebbero rimanere elevati anche nei prossimi mesi permettendo di assorbire senza problemi i rincari degli input produttivi. Il vino, poi, continua a soffrire le limitazioni del canale Ho.Re.Ca, sebbene le valutazioni siano in miglioramento rispetto a un 2020 estremamente negativo, anche grazie alla diversificazione dei canali distributivi. In questo caso, i prezzi mostrano alcuni segnali di ripresa, che però non si sono estesi a tutte le denominazioni.

I boschi italiani aumentano di quasi 587 mila ettari in 10 anni

La marcia dei boschi italiani non sembra fermarsi. In 10 anni aumentano la loro superficie e la biomassa, e con esse la capacità di assorbire anidride carbonica: quasi 587 mila ettari di boschi in più per 290 milioni di tonnellate di CO2 sottratte all’atmosfera. È quanto emerge dall’ultimo Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi forestali di Carbonio, la cui attività di monitoraggio degli ecosistemi forestali si inserisce nella realizzazione degli obiettivi strategici individuati dall’Unione Europea nell’ambito del Green Deal. Ovvero, il raggiungimento della neutralità delle emissioni inquinanti entro il 2050.

La biomassa cresce del 18,4% pari a 165,4 metri cubi a ettaro

Più in particolare, la lettura dei dati evidenzia un aumento della superficie forestale di circa 586.925 ettari, per un valore complessivo di 11.054.458 ettari di foresta, pari al 36,7 % del territorio nazionale. La consistenza dei boschi italiani, espressa come metri cubi di biomassa è aumentata del 18,4%, e i valori a ettaro sono passati da 144,9 a 165,4 metri cubi. Lo stock di carbonio nella biomassa epigea e nel legno morto è poi passato dai 490 milioni di tonnellate della rilevazione del 2005 a 569 milioni di tonnellate di Carbonio organico, equivalente a un valore di CO2 che passa da 1.798 milioni di tonnellate a 2.088 milioni di tonnellate. In pratica, un incremento di 290 milioni di tonnellate di CO2 stoccata e quindi sottratta all’atmosfera.

Più foreste meno CO2

L’anidride carbonica è il gas serra maggiormente responsabile dell’innalzamento globale delle temperature. Le foreste invece svolgono un ruolo essenziale nel garantire gli equilibri naturali e ambientali globali, e contemporaneamente, nel contribuire al soddisfacimento dei bisogni del genere umano. Affinché le foreste “contino” nelle scelte e nelle strategie politiche ed economiche del Paese, bisogna prima di tutto “contare” le foreste, riporta Askanews. La sottrazione dall’atmosfera e l’immagazzinamento dei gas a effetto serra, in particolare del diossido di carbonio o anidride carbonica, è una delle funzioni più importanti riconosciute alle foreste, che in questo modo contribuiscono a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici e a regolare il clima.

Una formidabile macchina biologica

Le foreste, inoltre, come tutto il regno vegetale, rappresentano un ponte insostituibile tra il mondo inorganico e quello degli esseri viventi, e una formidabile macchina biologica che cattura carbonio dall’atmosfera, lo immagazzina nelle sue fibre e lo tiene bloccato per tempi anche molto lunghi. Un metro cubo di legno secco contiene infatti circa 260 kg di carbonio, pari a circa la metà del suo peso.

L’Italia eccelle nell’economia circolare, non per stile di vita green

Nella classifica dei Paesi europei più attivi nell’economia circolare l’Italia è prima, seguita da Olanda, Austria e Danimarca. Le buone prestazioni sul fronte dell’economia circolare nascono da vari fattori, innanzitutto da condizioni oggettive e tradizionali. La nostra ‘geografia’, infatti, caratterizzata in prevalenza da un clima mite, favorisce bassi consumi di energia, e la strutturale carenza di materie prime, ha ‘abituato’ l’economia italiana a ottimizzare l’uso di energia e risorse naturali. Ma se l’Italia eccelle nell’economia circolare arranca sul fronte dei comportamenti ‘green’, ed è in deciso rallentamento in settori-chiave della transizione ecologica. Come ad esempio la produzione e il consumo di energie rinnovabili. Se nel 2004 l’Italia contava il 6,3% di energia pulita sui consumi finali, e il 17,1% nel 2014, raggiungendo il target europeo del 17% con largo anticipo, nel 2019 si è fermata al 18%. È quanto emerge dal Rapporto di Circonomia, il Festival nazionale dell’economia circolare di Alba.

Prestazioni ambientali in contrasto con il declino economico e sociale

Per quanto riguarda le rinnovabili elettriche, poi, nel 2010 la produzione elettrica da nuove rinnovabili, escludendo l’idroelettrico, era pari all’8%, valore inferiore alla media europea, e se nel 2015, con un balzo trainato dal fotovoltaico, era arrivata al 23%, si è fermata alla stessa percentuale fino al 2019. Inoltre, le prestazioni ambientali dell’Italia contraddicono il persistente declino del Paese sotto il profilo economico e sociale. L’Italia arretra, talora in assoluto, più spesso in termini relativi rispetto agli altri Paesi, sotto il profilo del reddito, delle condizioni sociali, dei tassi occupazionali, dei divari di genere e generazionali.

Comportamenti di consumo poco sostenibili

La terza ‘ombra’ riguarda i comportamenti, gli stili di vita e di consumo. Nel confronto con altri Paesi europei l’Italia, che nell’indice di circolarità primeggia, mostra un’assai maggiore lentezza nell’aprirsi a modelli di consumo e stili di vita ‘circolari’. Nelle nostre case consumiamo più energia della media dei cittadini europei: peggio di noi fanno solo Belgio e Lussemburgo. E la penetrazione del solare termico nei consumi domestici è un quarto di quello della Spagna e meno di metà di quello della Germania.

Indietro per spesa alimentare bio e mobilità alternativa

Sebbene siamo uno dei principali produttori europei di prodotti alimentari biologici, per consumi bio sia rispetto alla spesa alimentare sia per abitante l’Italia è dietro buona parte dei Paesi del Nord Europa. Altro capitolo nel quale fatichiamo è quello della mobilità alternativa: da una parte siamo il Paese europeo con il più alto tasso di motorizzazione privata dall’altra pur essendo i primi produttori europei di biciclette i ritmi di vendita di bici ed e-bike sono ampiamente al di sotto della media europea. Nell’ambito dei comportamenti ‘green’, vanno poi sottolineate le profonde differenze tra le regioni. Dalla diffusione delle energie rinnovabili all’utilizzo degli eco-bonus, dal car-sharing alla raccolta differenziata, il gap tra Nord e Sud  è vistoso e non pare in via di riduzione.

Smartworking, connessione, disconnessione e riconnessione

Lo smartworking è una tipologia contrattuale regolata dalla legge 81 del 2017. Poiché prevede una modalità di prestazione da remoto diversa da quella che si è affermata durante la pandemia “bisogna assicurare in maniera effettiva il diritto alla disconnessione, alla connessione e alla riconnessione”, spiega la giuslavorista dell’Università di Milano Alessandra Ingrao.
Il diritto alla disconnessione presuppone infatti “che il dispositivo debba essere disconnesso dal server aziendale, cosicché il lavoratore non debba farsi carico di non rispondere a chiamate o messaggi. La connessione, invece, resta a carico degli individui qualora l’azienda non supporti i costi – continua Ingrao -. Infine, la riconnessione è il diritto, una volta, terminata la pandemia, di ritornare in ufficio e poter contrattare le condizioni con cui tornare, evitando la completa spersonalizzazione da isolamento connessa alla sindrome della capanna”.

Rimescolare le carte dopo una fase di telelavoro estremo

Dopo una fase di telelavoro estremo durante i lockdown e una successiva spinta verso il ritorno in ufficio, questi tre diritti stanno rimescolando le carte. Ma la possibilità di recuperare fondi disinvestendo dagli uffici fisici in centro città per destinarli a viaggi e iniziative aziendali sta attivando soprattutto le aziende Fintech, che come People.ai Inc, hanno ridotto gli uffici dei propri quartier generali, chiuso le sedi satellite e riprogettato strutture operative per renderle fruibili da remoto.
L’azienda, in questo modo, ha potuto impiegare l’85% del budget immobiliare del 2019 reinvestendolo in vantaggi per i dipendenti, tra cui un viaggio per tutto lo staff di 200 persone, e altri organizzati in forma ridotta per i singoli team.

Riportare tutti indietro al lavoro in ufficio sarebbe un errore

 “Riportare tutti indietro al lavoro in ufficio sarebbe un errore – commenta il CEO di People.ai Inc Oleg Rogynskyy  – è con la rigidità di vedute che si perdono i talenti”. Anche l’incubatore di startup All Turtles Corp. ha deciso di chiudere gli uffici di Parigi, Tokyo e San Francisco per spostare tutto online, mente un gigante come HSBC intende ridurre i propri uffici del 20% entro la fine del 2021, sfruttando la tendenza al lavoro da casa durante la pandemia globale per ridurre le spese immobiliari.

Passare a un modello di lavoro ibrido

“Stiamo passando a un modello di lavoro ibrido ove possibile, offrendo ai nostri dipendenti la flessibilità di lavorare in un modo adatto sia a loro che ai loro clienti – dichiara il capo di HSBC Noel Quinn, come riporta Adnkronos -. Avremo bisogno di meno spazio per uffici e abbiamo in programma di ridurre la nostra impronta globale di oltre 3,6 milioni di piedi quadrati, o circa il 20%, entro la fine del 2021”. 
A maggio poi la banca ha anche iniziato un test pilota per il venerdì pomeriggio senza Zoom nel tentativo di alleviare lo stress causato dagli infiniti incontri virtuali durante la pandemia.

Lavorare all’estero? Sì, ma senza muoversi da casa per il 93% degli italiani

Lavorare per un’azienda straniera senza uscire dai confini italiani? Un’opzione non solo possibile, ma anche una prospettiva allettante per molti professionisti. Se la recente crisi sanitaria ha cambiato radicalmente il mondo del lavoro, con l’avvento dello smart work su larga scala, allo stesso tempo si sono aperte nuove opportunità che raramente sono state esplorate prima della pandemia, come lavorare per una multinazionale estera senza nemmeno uscire di casa. Una recente indagine di Wyser rivela che professionisti e manager italiani vorrebbero instaurare rapporti di lavoro con aziende internazionali restando in Italia: ha infatti risposto così il 93% degli intervistati su un campione composto da oltre 1.500 persone. I motivi sono molteplici: vivere un’esperienza di respiro internazionale senza allontanarsi dalla famiglia, esplorare nuove prospettive e metodologie di lavoro, affrontare nuove sfide professionali e addirittura per aiutare l’ambiente abbattendo gli spostamenti abitazione-ufficio.

Le relazioni? Funzionano anche a distanza

Chi è disposto a operare esclusivamente da remoto non sembra avere preoccupazioni in merito ai rapporti interpersonali, preziosi fra colleghi, e sulla comunicazione all’interno del team. La lontananza fisica, quindi, non è certo un ostacolo perché “l’empatia non conosce confini” e l’elemento umano “può essere coltivato anche da dietro lo schermo” sono le risposte maturate dopo un anno di distanziamento sociale. I risultati dell’indagine evidenziano poi il desiderio dei lavoratori italiani di sfruttare appieno le potenzialità del lavoro a distanza, confermando così i risultati dello studio Wyser del 2020, in cui il 60% degli intervistati si è dichiarato pronto a cambiare lavoro se costretto a rientrare a tempo pieno presso il proprio ufficio. 

Dall’Italia per realtà estere e dall’estero per realtà italiane

Tali dati sono anche in linea con le tendenze internazionali: secondo uno studio,  di McKinsey il 52% dei lavoratori desidera un futuro del lavoro più flessibile Quindi, da un lato, se le aziende con sede all’estero hanno una forte appeal per gli italiani che desiderano lavorare da remoto, dall’altro lato ci sono anche persone intenzionate a lavorare per realtà italiane pur vivendo all’estero. Per il 42% dei partecipanti al sondaggio, la Spagna è la meta oltreconfine più gettonata per un trasferimento,  seguita dal Regno Unito (31%) e dalla Francia (11%). Il restante 16% punta non solo a mete europee come Portogallo, Irlanda o Germania, ma guarda anche oltre, fino ad arrivare alla Cina, all’Indonesia o agli Stati Uniti. Tale scelta è dettata non solo da elementi prettamente professionali, ma anche da quelli culturali e dallo stile di vita della nazione indicata, un orientamento condiviso dal 71% degli intervistati, per cui la qualità della vita rappresenta il principale fattore da valutare nella scelta del paese estero da cui continuare a lavorare per aziende con sede in Italia.