Inflazione e imprenditoria: in tempi difficili sono possibili nuovi business?

Il 2022 si sta mostrando un anno ricco di avvenimenti, dall’aumento dei contagi da Covid-19 in tutto il mondo alla guerra in Ucraina, l’aumento dei prezzi e del costo della vita, e l’inflazione. In questo contesto, difficile ma portatore di sfide, quali sono le ripercussioni sull’imprenditorialità? Risponde la nuova indagine Ipsos su imprenditoria e inflazione. In media, a livello internazionale, tre intervistati su dieci (31%) hanno avviato un’attività imprenditoriale in passato e una percentuale analoga (29%) spera di farlo nel prossimo futuro. In Italia si registrano percentuali minori: il 23% afferma di aver avviato un’attività imprenditoriale in passato e il 26% sta prendendo in considerazione di farlo, ma il 51% non ha mai avviato un business.

La barriera dei finanziamenti

Al pari dell’attività, anche le aspirazioni imprenditoriali variano notevolmente nei 26 Paesi esaminati. La probabilità di avviare un’attività è più alta in molti Paesi dell’America Latina, in Sudafrica e in India, ed è significativamente più bassa in Corea del Sud, Francia, Svezia, Belgio, Paesi Bassi e Giappone. Anche in Italia non si registrano percentuali elevate, infatti, soltanto il 19% degli intervistati pensa di avviare un’attività imprenditoriale nei prossimi due anni, e la principale barriera è rappresentata dai finanziamenti, citati dal 39% degli intervistati.

Meglio lavorare per qualcun altro

In media, a livello internazionale, il 29% degli intervistati avvierebbe un’attività imprenditoriale perché potrebbe contare sui programmi sociali del proprio Paese al fine di mitigare i rischi. Percentuale che in Italia si abbassa al 22%. Allo stesso modo, il 35% dei rispondenti a livello internazionale si dichiara demotivato ad avviare un’attività imprenditoriale, ritenendo preferibile lavorare per qualcun altro, percentuale che in Italia si alza al 41%.  Analizzando, invece, fattori come il supporto del Governo, i tassi d’interesse e l’inflazione, in che misura questi contribuiscono al successo di nuove attività imprenditoriali? 

Inflazione, tassi d’interesse e supporto del Governo

Il 68% degli italiani considera il supporto del Governo il principale fattore nel determinare il successo di una nuova iniziativa imprenditoriale, percentuale molto più alta rispetto alla media internazionale (56%). Al tempo stesso, però, soltanto il 30%  ritiene che il Governo del proprio Paese stia facendo un buon lavoro nel promuovere l’imprenditorialità e assistere attivamente gli imprenditori, percentuale che si abbassa al 19% in Italia.  Subito dopo si posizionano i tassi d’interesse: il 47% degli italiani li ritiene un fattore di successo, una percentuale leggermente più bassa rispetto alla media internazionale (50%). E soltanto il 26% degli italiani, la quota più bassa tra tutti i Paesi esaminati, considera l’inflazione un fattore determinante per il successo di un’iniziativa imprenditoriale. Nel resto dei Paesi la media è pari al 40%. 

Eventi globali di shopping online: una grande opportunità per i brand

Classificare i festival e gli eventi di shopping online globali come ‘occasioni sporadiche per generare entrate aggiuntive’ è un errore. Questi eventi potrebbero essere il prossimo settore destinato a evolversi insieme all’e-commerce, poiché generano grandi entrate per i brand. La partecipazione a questi eventi può essere infatti molto vantaggiosa per chi è alla ricerca di opportunità internazionali. Questo perché i brand possono facilmente affermare la loro presenza online su piattaforme globali, e con i dati giusti, testare e monitorare la performance dei prodotti su ogni piattaforma e mercato. In modo da decidere dove allocare le risorse e investire in pubblicità e promozioni per migliorare il ROI complessivo.

Dal Prime Day al Black Friday al Cyber Monday

Durante le 48 ore del Prime Day di Amazon dello scorso anno le vendite totali online negli Stati Uniti hanno superato 11 miliardi di dollari. E i retailer hanno totalizzato vendite superiori a 1 miliardo di dollari all’anno, per un aumento del 29% nelle vendite online rispetto a un giorno medio di giugno.
Sebbene l’Amazon Prime Day sia attualmente disponibile solo in alcuni mercati, il suo impatto aumenterà con l’aggiunta di nuove categorie, brand e paesi, grazie al crescente interesse dei consumatori. Quanto al Black Friday, oggi è l’esperienza di shopping più attesa al mondo. Secondo NielsenIQ Foxintelligence, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito hanno registrato un picco di vendite online durante il Black Friday del 2021. Un trend intensificato nel successivo Cyber Monday, soprattutto negli acquisti di elettrodomestici e cellulari.  

L‘Asia dei Double Days 

Il Double 11 (o Singles Day, che si svolge l’11/11) e altri Double Days (1/1, 2/2…) sono gli eventi online più significativi in Asia. I giganti cinesi dell’e-commerce Alibaba e JD.com hanno generato vendite per 139 miliardi di dollari durante il Double 11 nel 2021. Sebbene il loro impatto rimanga visibile soprattutto in Asia, i Double Days stanno iniziando a guadagnare spazio in Medio Oriente, in particolare in Turchia. L’Asia ospita mercati globali pionieristici dell’e-commerce come la Cina e la Corea del Sud e genera il 50% delle vendite online globali. Per questo motivo, i brand che cercano opportunità in Asia dovrebbero prestare molta attenzione a questi eventi di shopping online.

Sviluppare una strategia e-commerce di successo

L’online è sicuramente l’ambiente perfetto per trovare prezzi più bassi. I manufacturer devono tenere d’occhio le nuove opportunità derivanti dagli eventi globali di e-commerce, che possono trasformarsi in una nuova fonte di reddito e crescita. I brand devono affrontare questi eventi in modo strategico, identificando i prodotti e le categorie più richiesti, realizzando campagne pubblicitarie e promozioni efficaci e ottimizzando i canali di distribuzione allineati con i consumatori, i mercati, le piattaforme e i tempi giusti. Metriche chiave come le vendite giornaliere, il monitoraggio dei prezzi e delle promozioni, il posizionamento dei prodotti sugli scaffali digitali consentono un approccio olistico alla performance di vendita online e garantiscono il successo della strategia di e-commerce.

Record dei consumi per i surgelati: nel 2021 raggiunti 16 kg pro-capite

Nel 2021 il comparto dei prodotti sottozero ha registrato un nuovo record nel consumo pro-capite, salito a 16 kg contro i 15,2 kg del 2020, per consumi complessivi pari a 941.561 tonnellate. Determinante nella crescita il risultato ottenuto dal Retail, aumentato del +1,7% a volume, ma soprattutto del Fuoricasa, che dopo il brusco crollo del 2020 (-37%) è ripartito con un incremento del +19,6%. Dal punto di vista dei consumi, i primi mesi del 2022 hanno però segnato una leggera frenata del canale Retail, peraltro attesa dopo due anni di aumenti pari a quasi +14% a volume nel periodo 2020-2021. Prosegue, inoltre, la ripresa dei consumi fuori casa, incoraggiata dagli ulteriori allentamenti delle misure restrittive. Sono alcuni dati emersi dal Rapporto Annuale sui Consumi dei prodotti surgelati di IIAS – Istituto Italiano Alimenti Surgelati.

Prosegue il cammino di crescita già iniziato negli anni precedenti

Nel 2021, i surgelati hanno proseguito il cammino di crescita già iniziato negli anni precedenti, attestandosi su un valore di mercato tra i 4,6 e i 4,8 miliardi di euro, pari al +5,3% rispetto al 2020.
A contribuire a questo risultato il mercato Retail, che ha superato le 605mila tonnellate arrivando a coprire il 66,4% del valore di mercato, e il Fuoricasa, che ha toccato 240mila tonnellate. Una ripresa però ancora lontana dai valori pre-pandemia e che necessita di essere consolidata. Si attesta su quota 96mila tonnellate il dato complessivo delle vendite e-commerce e door-to-door, che oggi rappresentano circa il 10% di tutti i consumi, con significativo incremento delle vendite online, che nel 2021 hanno continuato a crescere del +20,6% a volume e del +17,4% a valore.

Il podio del Retail: vegetali, ittici e patate

A confermare la leadership per volumi consumati nel Retail, pur con una lieve diminuzione rispetto al 2020 (-2%) i vegetali, con 255.400 tonnellate, soprattutto quelli preparati (+12,6%). Non estranea a questo risultato la tendenza a scegliere sempre più spesso proteine a base vegetale. Buoni risultati anche per i prodotti ittici, con 113.300 tonnellate nel Retail (+2%), le patate surgelate (fritte ed elaborate), con 85.700 tonnellate (+7,2% sul 2020), e pizze e snack (+1,8%, 92.400 tonnellate).
A trainare il segmento con un +4,2% gli snack salati, mentre con 37.400 tonnellate circa, i piatti ricettati segnano l’incremento percentuale più elevato: +10,2%.

Export: +18,1% per la ‘Pepperoni Pizza’

Grazie agli accordi raggiunti da UIF-Unione Italiana Food, il 2021 è stato il primo anno in cui le aziende italiane di pizze surgelate operanti su tutto il territorio della Penisola hanno potuto esportare sul mercato americano anche le pizze contenenti carne suina/prodotti di salumeria: una grande opportunità per chi voglia intercettare i gusti dei consumatori statunitensi, notoriamente amanti della ‘Pepperoni Pizza’, il cui ingrediente principale è il salame piccante. Negli ultimi due anni (2021 vs 2019) l’export di pizze surgelate Made in Italy ha così segnato una crescita del +18,1% a valore e +17,7% a volume.

Un occupato su 4 ha trovato lavoro tramite canali informali

Tra il 2011 e il 2021 i canali informali di ricerca hanno generato il 56% dell’occupazione: circa 4,8 milioni di posti di lavoro sottratti alla intermediazione ‘palese’. E oltre il 60% dell’occupazione generata dalle piccole imprese private (1-5 e 6-10 addetti), il 40% del totale del settore privato, passa in maniera consistente attraverso l’intermediazione informale. In pratica, negli ultimi dieci anni quasi un lavoratore su quattro (23%) ha trovato occupazione tramite amici, parenti, conoscenti, o attraverso contatti stabiliti nell’ambiente lavorativo (9%). Ma il canale di ricerca cresciuto maggiormente in questo periodo è l’autocandidatura, passata dal 13% al 18%, probabilmente anche in relazione al crescente ruolo dei social media.

Nel 2021 il 75% delle ricerche di lavoro passa da Internet

È quanto emerge dal policy brief dell’Inapp, che prende in esame i dati dell’indagine Inapp-Plus, sulla dinamica dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
“Sebbene solo il 2% degli occupati dichiari di avere trovato lavoro tramite app o social network – commenta Sebastiano Fadda, presidente Inapp – tuttavia, l’intermediazione digitale, se non adeguatamente regolata, rischia di alimentare ulteriormente l’informalità. Basti pensare che si è passati dal 25% degli occupati che nel 2000 dichiaravano di aver fatto ricorso a Internet durante la fase di ricerca di lavoro, al 50% del 2010, fino al 75% del 2021”.

Serve un player pubblico che sostenga i processi di allocazione e riallocazione

Tra i canali formali, si riduce il ruolo dei concorsi pubblici (10%, -7% rispetto a dieci anni fa), per effetto della riduzione del perimetro del settore pubblico e del blocco del turn-over nella PA. Si registra, inoltre, un crescente, ma comunque sempre inferiore rispetto ai canali informali, ricorso alle agenzie private e ai job center di istituzioni scolastiche e formative. In un mercato del lavoro esposto a complesse ricomposizioni e transizioni serve un player pubblico che sostenga tutti i processi di allocazione e di riallocazione della forza lavoro. I centri per l’impiego, ad esempio, trattano prevalentemente un’utenza debole (il 32% ha le medie inferiori) e riescono a condurre al lavoro poco più del 4% dell’utenza.

Una carenza di opportunità di qualità

La retribuzione di chi ha trovato lavoro grazie ai centri per l’impiego è in media 23.300 euro lordi all’anno, contro 35.000 di chi ha vinto un concorso pubblico o 32.600 di chi ha trovato lavoro nell’ambiente professionale. La quota di laureati che hanno trovato lavoro attraverso i Servizi per l’impiego è la più bassa (23%) dopo quella delle agenzie interinali (20%). Dunque, da un lato c’è un problema di carenza di opportunità di qualità e dall’altro l’onere di trattare un’utenza particolarmente fragile.
“Per un miglioramento complessivo del funzionamento del mercato del lavoro i centri per l’impiego devono essere potenziati anche nella loro interconnessione con le imprese, i servizi dell’orientamento, i servizi formativi, gli altri organismi operanti nell’intermediazione – aggiunge Fadda -. Ovvero, ai centri per l’impiego bisogna attribuire un ruolo attivo nel mercato del lavoro e offrire le condizioni per poterlo svolgere”.

Italiani preoccupati per desertificazione e siccità 

La siccità è un problema attuale e globale, e in Italia la fotografia è allarmante: oltre il 20% del territorio nazionale è a rischio desertificazione fin dal 2018, e la situazione è ulteriormente complicata dall’assenza di precipitazioni degli ultimi mesi, che non ha riguardato solo le aree meridionali del paese. Otto italiani su 10 sono preoccupati per il futuro proprio a causa di questi fenomeni, che mettono a rischio l’agricoltura. Il deficit di pioggia e neve, -60% e -80% rispetto alla media stagionale, ha infatti messo in crisi le principali aree rurali del Nord Italia, con i grandi invasi di acqua riempiti a livelli minimi, e ben al di sotto della loro capacità.

Al Nord-Ovest preoccupa il futuro

È quanto emerge da una ricerca Ipsos per Finish, realizzata in occasione della Giornata Mondiale per la Lotta alla Desertificazione e alla Siccità, che si celebra ogni anno il 17 giugno. Gli italiani sembrano aver compreso la situazione: secondo l’indagine la situazione odierna e lo spettro della desertificazione preoccupano il 62% degli intervistati, con una percentuale che aumenta all’83% se viene ampliato l’orizzonte temporale e si guarda al futuro. Preoccupazione che, nel presente, rimane elevata per il Sud Italia e le isole (69%), ma che proprio in ottica futura vede il Nord-Ovest guadagnare il primo posto (63%), a causa del forte stress idrico a cui sono sottoposte Piemonte e Lombardia. Al Nord-Ovest seguono Sud e isole (62%), Centro (59%) e Nord-Est (57%).

Un impatto diretto e inevitabile sull’agricoltura

Questa situazione ha un impatto diretto e inevitabile sull’agricoltura, settore che a causa di siccità e fenomeni atmosferici è considerato a forte rischio dal 56% degli intervistati e che pertanto, per resistere alla ‘crisi’, è costretto a trovare nuove aree da coltivare o a ricercare e accelerare su nuovi investimenti. Emerge particolare preoccupazione per quanto concerne le risorse idriche in futuro: il 25% è preoccupato per i fenomeni di prolungata siccità (+13% se paragonato ai timori sul presente), il 24% per lo scioglimento dei ghiacciai e il 19% per la presenza di fenomeni atmosferici intensi sempre più brevi e limitati ad alcuni periodi dell’anno.

Dal bagno alla cucina, le abitudini quotidiane che possono fare la differenza

Per contrastare il problema, “c’è tanto che si può fare – spiega all’Adnkronos, Luca Spadaro, responsabile progetto Finish ‘Acqua nelle nostre mani’ -. Dal bagno alla cucina: le abitudini quotidiane che possono fare la differenza sono tante”. Ad esempio, continua Spadaro, “evitare di sciacquare a mano le stoviglie prima di metterle in lavastoviglie. Questo semplice gesto consente di risparmiare 38 litri d’acqua a ogni lavaggio e, se messo in pratica da tutti, può avere un impatto notevole”.
Rispetto a due anni fa, però, “la sensibilità dei cittadini è costantemente migliorata e oggi il 33% ha smesso di sciacquare i piatti – aggiunge Spadaro -. Questo consente un risparmio idrico di circa 4mila e 500 piscine olimpioniche”.

Digitalizzazione: i vantaggi per la gestione delle risorse umane

Se ancora non tutte le aziende hanno recepito le novità più consistenti che la digitalizzazione e l’AI mettono a disposizione della gestione del personale, come ogni campo dell’Impresa 4.0 anche il settore HR può ricavare consistenti benefici dalla digitalizzazione. TeamSystem, un gruppo italiano impegnato nel fornire soluzioni digitali ad aziende, liberi professionisti e associazioni, ha lanciato una guida sulla digitalizzazione nella gestione delle risorse umane, in modo da fare chiarezza sugli aspetti più discussi all’interno del dibattito professionale. 

Il team 4-D: diversificato, disperso, digitale e dinamico

La guida redatta da Alessandra Venieri aiuta quindi tutti i destinatari B2B del prodotto a comprendere quali sono i vantaggi della digitalizzazione e quale potrebbe essere il ritorno economico per l’azienda. Il manuale parte infatti da una constatazione: il lungo e difficile periodo che il mondo del lavoro sta attraversando rischia di interferire con i processi di team building e di attaccamento al brand. Bisogna, a questo punto, creare condizioni favorevoli per superare le criticità. L’obiettivo più condiviso è attualmente quello di creare un team 4-D, diversificato, disperso, digitale e dinamico. In questo contesto rientra lo strumento digitale, che è un catalizzatore formidabile di questi processi. Nel linguaggio di settore è infatti definito ‘contesto favorevole’.

Attenzione prolungata e duratura sul dipendente

Il primo passo da compiere è porre un’attenzione prolungata e duratura sul dipendente. L’ufficio delle risorse umane non dovrebbe semplicemente occuparsi delle selezioni, ma anche spingere i dipendenti verso il potenziamento delle loro conoscenze e competenze, soprattutto di quelle immediatamente spendibili sul mondo del lavoro. È il concetto di Learning Organization, che fra le altre cose, rivoluziona totalmente il concetto di formazione in azienda. Questa dovrebbe essere pratica prima che teorica, flessibile e sempre ancorata alla realtà. Lo scopo è quello di rendere appagato il collaboratore e garantire che le sue idee diano un reale contribuito al business aziendale. Questo particolare tipo di formazione permette non solo un maggior attaccamento alla vision aziendale, ma fornisce anche un plus nelle relazioni con l’esterno.

L’ufficio HR deve diventare un hub per l’innovazione

Una delle disfunzioni maggiori nelle aziende italiane è la poca chiarezza sulle mansioni e la suddivisione degli incarichi. Solo a partire da una distribuzione chiara e inequivocabile è possibile impostare target, obiettivi e raccogliere dati utili alla vita dell’azienda. In base a questi ultimi, infatti, si dovrebbe calibrare l’offerta formativa per il dipendente, in modo che sia sempre mirata a colmare eventuali lacune o carenze. Per rendere possibile tutto ciò è importante che l’ufficio HR diventi un hub per l’innovazione. Le risorse umane dovrebbero essere quindi affiancate da strumenti di business intelligence, in modo da posizionare l’azienda sui mercati in modo corretto ed efficace.

Gli hobby? Possono diventare un business

Chi l’ha detto che gli hobby devono rimanere solo dei passatempo? Sono invece sempre più numerose le persone che riescono a trasformare le loro passioni anche in fonti di rendita. Insomma, da leisure a business… è un attimo. Questa tendenza è stata evidenziata nel 2020, quando il giornalista americano Adam Davidson ha annunciato l’inizio dell’era della passion economy: sempre più persone infatti cercano di trasformare le proprie passioni in fonti di reddito, in particolare grazie alle nuove piattaforme di monetizzazione e agli strumenti che lo rendono più accessibile. Con la pandemia, questo slancio si è accelerato in modo esponenziale. La crisi sanitaria generata dal Covid-19 ha rafforzato lo spirito imprenditoriale degli italiani, accendendo la voglia di arricchire la propria vita lavorativa. Nel 2021, la creazione di società in Italia ha superato i livelli pre-pandemia, con 4.216 startup costituite, il 25% in più rispetto al 2020, secondo i dati pubblicati da Infocamere, ma soprattutto sono state aperte circa 549.500 nuove partite Iva con un incremento del 18,2% in confronto all’anno precedente, secondo l’osservatorio del Mef. 

Lo studio dedicato

Per scoprire di più sull’economy passion nel nostro Paese, Vista ha presentato i risultati di uno studio che conferma l’attrattiva di questo nuovo paradigma lavorativo tra i lavoratori dipendenti italiani. I risultati dello studio Vista mostrano che il 92% degli italiani ha convertito o vuole convertire la propria passione in un’attività complementare. Sono 3 su 10 gli italiani che hanno già trasformato il loro hobby in un’attività parallela. Il 13% dichiara addirittura di aver rassegnato le dimissioni dal posto di lavoro a tempo indeterminato negli ultimi 12 mesi o più per dedicarvisi pienamente. Mentre un altro 16% afferma di voler lasciare il lavoro principale nei prossimi 12 mesi per dedicarsi interamente al proprio hobby. In media, il 34% degli intervistati dichiara di dedicare circa 4 ore settimanali alla propria attività complementare, il 29% dalle 5 alle 9 ore e il 63,7%, il 22% tra le 10 e le 14 ore. Il 56% degli italiani intervistati afferma inoltre di lavorare al proprio progetto la sera, dopo il lavoro principale o nei fine settimana (51%). Quasi il 50% però, ammette di aver paura di correre un rischio troppo elevato e afferma che se dovesse avviare un’attività complementare, non saprebbe come iniziare.

Uomini e donne in ugual misura

Tra chi ha già corso il rischio di fare un primo passo in avanti per avviare un’attività complementare troviamo un equilibrio tra uomini (52,82%) e donne (47,18%), per lo più giovani, tra i 25 ei 34 anni (28%), seguiti dalla fascia di età tra i 35 e i 44 anni (21,8%). Tra gli intervistati che dichiarano di non avere ancora un’attività complementare ma di volerne una, riferisce Adnkronos, troviamo invece maggior parità tra uomini e donne ma in fasce d’età leggermente più mature, essendo quella tra i 35 ei 44 anni quella predominante (29%) seguita da quella tra i 45 ed i 54 anni (28%). Quali sono le principali passioni che gli italiani avrebbero trasformato o hanno già trasformato nella loro seconda occupazione? I risultati dello studio mostrano che gli hobby o centri di interesse che gli italiani hanno trasformato – o vorrebbero trasformare – in un’attività complementare sono: viaggi 35%; cucina 30%; cura degli animali 21%; arte, design e creatività 19,8%; alimentazione e benessere 17,6%. Anche se non mancano amanti di fotografia e video (17%), del giardinaggio (16%), forma fisica e fitness (15,4%), informatica e tecnologia (14,8%), o dell’intrattenimento (12,8%), tra gli altri.

Attacchi ransomware: un’azienda su 10 pagherebbe il riscatto

La parola ransomware è ormai nota nel mondo aziendale, e secondo quanto emerge dal nuovo report di Kaspersky, ‘How business executives perceive ransomware threat’, i dirigenti dell’88% delle organizzazioni vittime di un attacco ransomware sceglierebbero di pagare il riscatto se dovessero subirne un altro. Tra le organizzazioni che non ne sono ancora state vittime, il 67% sarebbe disposto a pagare, ma non subito. Sebbene i ransomware rimangano una delle minacce più diffuse, con due terzi delle aziende che hanno già subito un attacco, il pagamento del riscatto sembra essere percepito dai dirigenti come un modo sicuro di affrontare il problema.

Il modo più efficace per riavere i propri dati

Le aziende che hanno già subito un attacco sono anche più propense a pagare prima possibile per ottenere l’accesso immediato ai propri dati (33% delle aziende già attaccate in passato contro il 15% delle aziende che non sono mai state vittime), o a pagare dopo un paio di giorni di tentativi di decriptazione non andati a buon fine (30% contro il 19%). I dirigenti aziendali che hanno già pagato un riscatto sembrano ritenere che questo sia il modo più efficace per riavere i propri dati, e il 97% di loro è disposto a farlo di nuovo. La disponibilità delle aziende a pagare potrebbe essere attribuita alla scarsa consapevolezza su come rispondere a tali minacce, o al troppo tempo necessario a ripristinare i dati, poiché l’attesa prolungata potrebbe far perdere più denaro di quello impiegato per pagare il riscatto.

Una minaccia molto seria per le aziende

I ransomware rimangono una minaccia reale per la sicurezza informatica. Il 64% delle aziende conferma di aver subito un incidente di questo tipo mentre il 66% prevede che prima o poi ne subirà uno simile, ritenendolo più probabile rispetto ad altri tipi di minacce (attacchi DDoS, alle supply-chain, APT, cryptomining o cyberspionaggio).
“La nascita di nuovi sample e l’utilizzo dei ransomware da parte di alcuni gruppi APT in attacchi avanzati li ha resi una minaccia molto seria per le aziende – dichiara Sergey Martsynkyan, VP, Corporate Product Marketing di Kaspersky -. Anche un’infezione accidentale può causare gravi danni e compromettere la continuità aziendale, ecco perché i dirigenti sono costretti a prendere decisioni difficili in merito alla possibilità di pagare il riscatto”.

Non è mai consigliabile inviare denaro ai criminali

“Tuttavia – aggiunge Martsynkyan – non è mai consigliabile inviare denaro ai criminali, in quanto ciò non garantisce la restituzione dei dati crittografati e incoraggia gli attaccanti a ripetere l’operazione. Noi di Kaspersky stiamo lavorando duramente per aiutare la comunità aziendale a evitare questo tipo di situazioni. È importante che le aziende seguano i principi di sicurezza di base e cerchino soluzioni di sicurezza affidabili per ridurre al minimo il rischio di un incidente ransomware”.

Perché l’acqua della doccia diventa improvvisamente fredda?

Una delle parentesi di benessere quotidiano che amiamo maggiormente è probabilmente il momento della doccia. Quando facciamo la doccia infatti, ci rilassiamo profondamente e ci lasciamo coccolare dal calore dell’acqua che ci accarezza la pelle.

Questo piacevole benessere quotidiano però, delle volte è interrotto a causa dell’acqua che diventa improvvisamente fredda.

Non è per nulla piacevole infatti, constatare che l’acqua calda della doccia diventa improvvisamente fredda, magari per tornare poi ad essere nuovamente calda e così via.

Probabilmente dietro questo tipo di comportamento c’è un piccolo problema alla caldaia o regolazione necessaria. Vediamo allora di individuare le possibili cause e soluzioni di seguito.

La temperatura massima dell’acqua è troppo alta

Le caldaie a produzione istantanea di acqua calda hanno una precisa caratteristica. Nel momento in cui l’acqua erogata raggiunge la temperatura desiderata, bloccano l’erogazione di calore.

Ciò significa che nell’intervallo di tempo tra il momento in cui percepiamo l’acqua fredda e quello in cui la caldaia si riattiva per ricominciare a riscaldarla, avvertiremo questa sensazione poco piacevole di freddo.

Per rimediare in questo caso la soluzione più semplice è quella di diminuire la temperatura massima erogata. In questa maniera la caldaia continuerà a produrre continuamente acqua calda senza questi fastidiosi sbalzi di temperatura. In questo caso dunque è sufficiente lavorare sulla regolazione della temperatura per risolvere il problema.

La portata del soffione

Devi sapere che il tuo soffione della doccia ha una sua portata, che di norma si aggira sui 15 litri al minuto. Se la portata del tuo soffione è notevolmente inferiore alla capacità della caldaia di generare acqua calda, questa tenderà ad accumularsi generando il fenomeno dell’acqua fredda.

Dunque il problema in questo caso potrebbe risolversi cambiando il soffione della doccia e quindi acquistandone uno che abbia una portata superiore. Orientativamente uno con una portata di 20 litri al minuto dovrebbe essere sufficiente.

Il calcare

Anche il calcare è in grado di influire sulla temperatura dell’acqua. Questo è un problema che si verifica maggiormente in quelle zone servite da un’acqua particolarmente dura e dunque ricca di calcare.

Quando questo si accumula infatti, crea delle incrostazioni che sono in grado di influire sulla portata della doccia, riducendola. Per lo stesso principio di poco fa, dunque quello dell’accumulo dell’acqua e della portata ridotta, l’acqua potrebbe uscire fredda.

Per risolvere questo problema è necessario smontare il soffione della doccia ed immergerlo in aceto bianco o altra sostanza apposita per un paio d’ore. Fatto questo, le incrostazioni di calcare si scioglieranno e sarà possibile reinstallare il soffione.

Problema di altra natura

Se il problema che interessa la tua caldaia non è relativo a nessuno dei tre evidenziati sopra, allora potrebbe essere di altra natura.

Non sempre il problema è facile da individuare e soprattutto non sempre si tratta di qualcosa che è possibile risolvere autonomamente. Tra l’altro stiamo parlando di un dispositivo delicato, probabilmente il più delicato che esiste in casa, e per questo è meglio affidarsi a mani esperte quando ci si rende conto che non si tratta di una problematica facilmente risolvibile quando non si hanno le giuste competenze.

Capita ad esempio che a causa di un malfunzionamento la caldaia si spenga durante il funzionamento per riavviarsi dopo una decina di secondi, rilasciando dell’acqua fredda durante questo intervallo.

In questo caso è necessario contattare un tecnico esperto nella installazione caldaie che andrà ad apportare il giusto tipo di intervento e collauderà nuovamente il dispositivo per accertarsi che tutto funzioni bene.

Sarà anche l’occasione per verificare che la caldaia sia perfettamente funzionante o andare a sostituire eventuali pezzi ormai usurati.

Lo smart working come alleato per “lavorare bene”

Lo smart working è stato prorogato, e due sono le misure che ne riguardano il prolungamento: una riguarda la proroga fino al 31 agosto dello smart working semplificato per il settore privato, l’altra, la proroga fino al 30 giugno per i lavoratori fragili o i genitori di figli con fragilità. Ma in che modo lo smart working può diventare una formula collaudata, capace di portare benefici all’interno delle organizzazioni e ai lavoratori, anche nel post-emergenza? Alla domanda risponde il white paper Lavorare bene. Lo smart working come alleato, pubblicato da Cefriel, il centro di innovazione digitale fondato dal Politecnico di Milano. 

Bilanciare le necessità personali e aziendali

Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel periodo di completa remotizzazione, il 28% ha sofferto di tecnostress e il 17% di over working. Questo dimostra che non si può parlare di smart working senza aver definito un modello organizzativo e delle policy adeguate che lo rendano attuabile e positivo per tutte le parti interessate.
“La vita in ufficio serve a creare cultura, allineamento e coaching diffuso, ma occorre considerare il fatto che il poter lavorare da remoto garantisce flessibilità e work-life balance – spiega Alfonso Fuggetta, CEO e direttore scientifico di Cefriel -. Trovare un equilibrio si può: la chiave del successo è definire progetti di smart working disegnati sulle esigenze delle persone, con focus sul raggiungimento degli obiettivi e bilanciamento tra le diverse necessità personali e aziendali”. 

Le regole del lavoro agile

Quali sono, quindi, le regole che possono orientare il nuovo, imminente, corso dello smart working?
Innanzitutto sarà necessario ripensare gli spazi, prevedendo luoghi per interazioni e luoghi di isolamento. Una possibile evoluzione degli spazi in questo senso vedrà la costruzione di isole progettuali, in cui le persone non avranno una scrivania assegnata, ma si riuniranno intorno a un team di progetto. Allo stesso tempo, sarà necessario regolare i tempi di lavoro, evitando che lo smart working diventi lavoro da remoto senza vincoli di orario. Le indicazioni da questo punto di vista sono quelle di evitare le riunioni tra le 13 e le 14.30, evitare di chiedere il coinvolgimento dei colleghi, salvo imprevisti, al di fuori dell’orario lavorativo e nel weekend. E nel caso si predispongano mail in questi range temporali, ritardarne l’invio.

Ripensare i modelli di leadership

Lavoro agile non significa lavoro solitario, per questo una delle priorità individuate da Cefriel riguarda proprio il valore delle relazioni negli ambienti lavorativi, che vanno mantenute anche da remoto. Inoltre, questa nuova modalità richiede un ripensamento sui modelli di leadership: lo smart working ha bisogno di una leadership generativa, empatica, attenta allo sviluppo e al benessere delle persone. Un modello ispirato a uno stile ‘contingente’ e flessibile, riporta Ansa, che tenga conto delle differenze fra collaboratori inesperti e maturi, e fra Junior e Senior, e in cui sia il leader ad adattare le sue azioni in base al livello di maturità di chi lo segue.