Lo smart working come alleato per “lavorare bene”

Lo smart working è stato prorogato, e due sono le misure che ne riguardano il prolungamento: una riguarda la proroga fino al 31 agosto dello smart working semplificato per il settore privato, l’altra, la proroga fino al 30 giugno per i lavoratori fragili o i genitori di figli con fragilità. Ma in che modo lo smart working può diventare una formula collaudata, capace di portare benefici all’interno delle organizzazioni e ai lavoratori, anche nel post-emergenza? Alla domanda risponde il white paper Lavorare bene. Lo smart working come alleato, pubblicato da Cefriel, il centro di innovazione digitale fondato dal Politecnico di Milano. 

Bilanciare le necessità personali e aziendali

Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel periodo di completa remotizzazione, il 28% ha sofferto di tecnostress e il 17% di over working. Questo dimostra che non si può parlare di smart working senza aver definito un modello organizzativo e delle policy adeguate che lo rendano attuabile e positivo per tutte le parti interessate.
“La vita in ufficio serve a creare cultura, allineamento e coaching diffuso, ma occorre considerare il fatto che il poter lavorare da remoto garantisce flessibilità e work-life balance – spiega Alfonso Fuggetta, CEO e direttore scientifico di Cefriel -. Trovare un equilibrio si può: la chiave del successo è definire progetti di smart working disegnati sulle esigenze delle persone, con focus sul raggiungimento degli obiettivi e bilanciamento tra le diverse necessità personali e aziendali”. 

Le regole del lavoro agile

Quali sono, quindi, le regole che possono orientare il nuovo, imminente, corso dello smart working?
Innanzitutto sarà necessario ripensare gli spazi, prevedendo luoghi per interazioni e luoghi di isolamento. Una possibile evoluzione degli spazi in questo senso vedrà la costruzione di isole progettuali, in cui le persone non avranno una scrivania assegnata, ma si riuniranno intorno a un team di progetto. Allo stesso tempo, sarà necessario regolare i tempi di lavoro, evitando che lo smart working diventi lavoro da remoto senza vincoli di orario. Le indicazioni da questo punto di vista sono quelle di evitare le riunioni tra le 13 e le 14.30, evitare di chiedere il coinvolgimento dei colleghi, salvo imprevisti, al di fuori dell’orario lavorativo e nel weekend. E nel caso si predispongano mail in questi range temporali, ritardarne l’invio.

Ripensare i modelli di leadership

Lavoro agile non significa lavoro solitario, per questo una delle priorità individuate da Cefriel riguarda proprio il valore delle relazioni negli ambienti lavorativi, che vanno mantenute anche da remoto. Inoltre, questa nuova modalità richiede un ripensamento sui modelli di leadership: lo smart working ha bisogno di una leadership generativa, empatica, attenta allo sviluppo e al benessere delle persone. Un modello ispirato a uno stile ‘contingente’ e flessibile, riporta Ansa, che tenga conto delle differenze fra collaboratori inesperti e maturi, e fra Junior e Senior, e in cui sia il leader ad adattare le sue azioni in base al livello di maturità di chi lo segue. 

Rientro in ufficio, c’è tutto un galateo da adottare

Lo smartworking “a tappeto”, con il normalizzarsi della situazione sanitaria, sembra destinato a terminare per moltissimi lavoratori italiani. E, anche se il rientro in sede non sarà totale, sono comunque moltissime le persone che dovranno rientrare alla propria scrivania, magari combinando giornate in presenza con l’home working. Certo è che, dopo circa due anni, non è davvero facile riabituarsi a questa ritrovata normalità. Ecco quindi che gli esperti hr di InfoJobs, la piattaforma leader in Italia per la ricerca di lavoro online, hanno stilato un piccolo galateo del rientro in ufficio, con poche e semplici indicazioni per “ri-abituarci” a vivere in un contesto lavorativo non più confinato fra le mura domestiche, ma che non può prescindere dalla coesistenza con la dimensione online. La prima regola, riferisce Adnkronos, è che serve organizzazione e, se la la modalità di lavoro è ibrida, servono pianificazione, flessibilità e rispetto delle esigenze di tutti. L’organizzazione del lavoro, soprattutto di team, dovrà necessariamente conciliare le esigenze di chi lavora da remoto e di chi è presente in ufficio, pianificando con attenzione orari e spazi e utilizzando al massimo le opportunità della tecnologia, con un approccio flessibile alla gestione dei contrattempi, piccoli e grandi, che possono inevitabilmente presentarsi.

Occhio all’outfit e al savoir faire

Altrettanto importante è l’outfit, che deve essere consono al luogo e al ruolo: addio perciò a tute e pigiami sfoggiati durante il lavoro casalingo. Anche se è vero che ciò che conta è il rendimento, il look da ufficio rimane ciò che cattura lo sguardo al primo impatto, sebbene il 69% degli intervistati non ritenga che l’abito possa incidere sulla produttività. Venendo alle regole successive, InfoJobs sottolinea l’importanza del rispetto, per se stessi e gli altri. In primis, occorre essere ligi con l’orario di lavoro: per ciò che concerne l’organizzazione in ufficio, vanno considerati il più possibile gli orari “standard”. Se si tratta di un’eccezione o di una emergenza, si può anche sforare, ma meglio attenersi alle ore canoniche. Ancora, bisogna tenere a mente che la propria postazione di lavoro non è un’isola. Occhi quindi al tono della voce: ci sono colleghi (e capi) ed è preferibile adottare un tono di voce adeguato, per non disturbare ma anche per mantenere riservate le proprie conversazioni. Stesso discorso per chi parla dall’altra parte dello schermo: le cuffie in ufficio non sono un optional, ma la base del rispetto. Per stare insieme, poi, pause caffè o pranzi, sempre nel rispetto delle regole della nuova normalità, sono momenti preziosi di confronto con i colleghi. Permettono di esplorare la persona, oltre il professionista, di creare legami che possono poi sfociare in amicizie, ma anche di risolvere a quattr’occhi dubbi e problemi di lavoro. Privacy: la postazione di lavoro non è la scrivania di casa. Meglio far attenzione a non lasciare oggetti personali, documenti riservati o pc attivi, soprattutto in open space o scrivanie in condivisione. 

Lavorare anche divertendosi

La lista delle buone norme di galateo prosegue evidenziando che è meglio non fare sguardi rilevatori: non si è più protetti dallo schermo del computer di casa, ma si è in un ambiente condiviso, anche davanti a una telecamera durante le riunioni o le call. Infine, sì al bilanciamento comunque fra vita privata e professionale, sempre grazie una buona organizzazione, e soprattutto sì alla passione, fondamentale per avere successo in ogni tipo di lavoro. 

È la pizza il cibo più popolare su Internet

Con più di 22 miliardi di visualizzazioni su TikTok, e 59,1 milioni di hashtag su Instagram, è la pizza il cibo più fotografato e condiviso sui social. E il volume di ricerca mensile su Google per la pizza è in media di 13,6 milioni di ricerche nel mondo e 450mila in Italia. È quanto emerge da una ricerca di Lenstore, che ha analizzato i 100 cibi più cliccati su TikTok, Instagram e Google per scoprire quali sono quelli più popolari sui social in Italia e nel mondo. E dopo la pizza, al secondo posto tra i cibi più popolari su Internet c’è il gelato, che conta 43,9 milioni di hashtag su Instagram e 28 miliardi di visualizzazioni su TikTok. Il sushi occupa il terzo posto in classifica, con circa 7,5 miliardi di visualizzazioni su TikTok, e 32,1 milioni di hashtag su Instagram.

I cibi meno popolari

La ricerca mostra che è l’agnello il cibo meno cliccato sui social e su Google, con 558 mila hashtag su Instagram e 54 milioni di visualizzazioni su TikTok. Il volume di ricerca mensile su Google per l’agnello corrisponde a 880 ricerche in Italia e 201mila ricerche nel mondo. Al secondo e al terzo posto tra i cibi meno popolari sui social si classificano il pollo grigliato (1,1 milioni di hashtag su Instagram e 116 milioni di visualizzazioni su TikTok), e la salsa di mele (290 mila hashtag su Instagram e 815 milioni di visualizzazioni su TikTok), riporta Ansa.

…e quelli del futuro

Ma Lenstore ha anche provato a prevedere il futuro, stilando una terza classifica, quella relativa ai cibi che saranno più popolari su Internet nel 2025 in Italia e nel mondo. E la pizza è ancora in testa, seguita da sushi e mango nella lista italiana, e con il secondo e terzo posto invertiti, da mango e sushi nella lista mondiale. Ma classifiche a parte, perché fotografare e guardare le foto di cibo? 

Perché ci piace guardare il cibo su internet?

 “Per anni siamo stati esposti a immagini di cibo nelle nostre routine quotidiane – spiega Abigail Cockroft, di Giles Christopher Photography -. Ma nulla ha mai avuto su noi lo stesso impatto che ha avuto il fenomeno #foodporn sui social”. Con l’esplosione dei social, i food blogger di tutto il mondo hanno infatti cominciato a pubblicare i loro scatti senza restrizioni. All’improvviso questo tipo di scatti è diventato sempre più popolare e richiesto – continua la fotografa -, poiché mostrava un modo meno formale e più ‘social’ di presentare online cibi e bevande, alludendo al fatto che tutti possono cucinare e godere del cibo”.

A Milano riprende l’occupazione, ma non quella femminile

A Milano ci sono buoni segnali per quanto riguarda la ripresa dell’occupazione, ma non quella femminile. Si amplia infatti nell’ultimo anno il gender gap, a tutto sfavore delle donne: in città, nel 2021, il differenziale tra uomini e donne in termini di distanza tra i rispettivi tassi di occupazione sale a 9,8 punti percentuali dagli 8,8 nel 2020, quando la maggior tenuta dell’occupazione femminile durante l’emergenza aveva ridotto le distanze rispetto ai 10,2 p.p. nel 2019 e ai 10,9 p.p. nel 2018. Il trend decrescente è invece proseguito in Lombardia, dove negli ultimi 4 anni si è ridotto di ben 2 punti percentuali (da 15,9 nel 2018 a 13,9 nel 2021). In ogni caso, il gender gap a Milano rimane ben inferiore rispetto a quanto rilevato nel complesso della Lombardia (13,9 punti percentuali) e in Italia (17,7).  Tuttavia questo divario è assai meno ampio che nella media nazionale e lombarda.

Le donne lavoratrici

Nel contesto nazionale, il mercato del lavoro milanese rimane comunque più favorevole per le donne. Nonostante questo arretramento sul gender gap, Milano rimane più avanzata sia dell’Italia sia della Lombardia in termini di opportunità femminili.  Infatti, nel 2021 le donne lavoratrici in città risultano 664 mila, che corrispondono a un tasso di occupazione del 63,0%: una percentuale superiore non solo alla media italiana (sotto la soglia del 50%, tra le più basse in Europa), ma anche a quella lombarda (59,6%).  Sul fronte della disoccupazione, il tasso femminile (al 6,6%) non si discosta eccessivamente da quello maschile (al 6,3%), mentre il tasso di inattività (quota di donne in età lavorativa che non hanno un lavoro né lo cercano) è al 32,5% contro un 22,1% per gli uomini. In ogni caso, l’inattività femminile a Milano è ben più contenuta che in Lombardia (al 36,3%) e in Italia (addirittura al 44,6%).

L’occupazione in città

In base ai dati contenuti nell’analisi realizzata dal Centro Studi di Assolombarda e pubblicata su Your Next Milano, si scopre che il mercato del lavoro complessivo nel 2021, a Milano, non registra l’auspicato recupero dei livelli occupazionali pre Covid. Si evidenzia, infatti, un aumento rispetto al 2020, ma i 6 mila occupati in più dell’anno risultano del tutto insufficienti a colmare i -48 mila registrati nel 2020 con l’avvento della pandemia. Il conto è assai più negativo rispetto alle stime fatte lo scorso anno, in quanto l’Istat ora esclude dal computo degli occupati i cassintegrati da più di tre mesi. Differenziando tra componente femminile e maschile, il quadro annuo emerge particolarmente negativo per le donne: nel 2021 i posti di lavoro a Milano crescono esclusivamente per la componente maschile (+11 mila occupati), mentre quella femminile si riduce (-5 mila occupate).

Quali sono i sintomi della bronchite?

Soprattutto in questo periodo, ovvero nel momento in cui l’emergenza da Covid-19 non è ancora finita, tutte le volte che prendiamo una brutta influenza siamo assaliti dal dubbio.

A tal proposito, secondo i media nazionali, sono tantissime le persone che si presentano in ospedale convinti di aver contratto il Covid-19 ma che poi in realtà hanno semplicemente una bronchite.

Vediamo allora insieme di capire quali sono i sintomi della bronchite e come la si riconosce.

Cos’è la bronchite?

La bronchite è una infiammazione di quella mucosa che appunto riveste i bronchi. Parliamo quindi di un processo infiammatorio che interessa l’albero bronchiale e la sua mucosa.

La bronchite può essere contratta in forma acuta o cronica in base alla tipologia di stato infiammatorio riscontrato.

Solitamente, la bronchite acuta è causata da un virus e la sua durata è relativamente breve. Nel caso in cui tale infiammazione si presenti più volte nel corso dell’anno può essere definita cronica.

Cosa causa la bronchite?

Le cause della bronchite possono avere diversa natura. Come accennato, nel caso di bronchite acuta le ragioni sono da ricercare in un virus.

Tipicamente si tratta di quello del raffreddore o dell’influenza. Dapprima l’infezione interessa alle alte vie aeree per interessare poi i bronchi.

A contribuire a tale stato infiammatorio possono essere anche il fumo, l’inquinamento o l’inalazione di varie sostanze tossiche.

Quali sono i sintomi della bronchite?

Riconoscere la bronchite dai suoi sintomi e relativamente facile. Essi possono essere così elencati:

  • Tosse che non diminuisce
  • Respiro affannoso
  • Fiato corto
  • Deglutizione dolorosa
  • Stato febbrile
  • Sensazione continua di brividi di freddo
  • Dolori articolari
  • Senso di pesantezza sul torace
  • Debolezza generica

Non per forza i sintomi devono presentarsi tutti contemporaneamente, in quanto la bronchite può manifestarsi anche semplicemente con uno o qualcuno di essi.

Come viene diagnosticata la bronchite?

Per diagnosticare la bronchite è possibile eseguire un test di provocazione bronchiale il cui scopo è quello di misurare l’ossido nitrico che è presente nell’aria che si respira.

Può essere anche effettuata la conta leucocitaria tramite analisi del sangue o degli esami di coltura sull’espettorato. Nel caso di situazioni più delicate è possibile anche procedere con una radiografia del torace o una TAC.

È il medico di volta in volta a decidere quale possa essere il test giusto da assegnare per diagnosticare la bronchite, considerando anche il quadro clinico del paziente e altri fattori di rischio.

Qual è la cura per la bronchite?

La cura per la bronchite varia in base alla sua natura. Nel caso in cui si tratti di bronchite acuta, dunque legata ad una infezione virale, è necessario affrontare un periodo di riposo, idratarsi a sufficienza e assumere antinfiammatori, mucolitici e antipiretici.

Nel caso in cui sia presente una sovrainfezione batterica, sarà il medico eventualmente ad indicare una terapia antibiotica.

Ad ogni modo, è possibile richiedere un teleconsulto medico per accertarsi della propria situazione e ricevere il parere di un esperto.

Un consulto specialistico tramite videochiamata, in questo caso con un pneumologo, è un servizio certamente comodo soprattutto in un periodo come quello che stiamo vivendo, in cui gli spostamenti sono resi particolarmente difficili per via delle varie restrizioni.

Conclusione

Dunque ci sono anche diverse cose che possiamo fare in casa per riconoscere una bronchite e avere la certezza che non si tratti di altra patologia.

Ad ogni modo è sempre bene ascoltare il parere del proprio medico e seguire in maniera scrupolosa la cura che questi avrà deciso di assegnare al paziente.

La bronchite infatti, soprattutto in soggetti sani, può essere risolta anche nell’arco di qualche giorno in maniera efficace.

Aumenta la consapevolezza del problema scarsità dell’acqua

Aumenta, soprattutto tra i giovani, la presa di coscienza sul problema della scarsità di acqua, e diminuisce la quota di quanti ritengono che la disponibilità d’acqua non sia un problema attuale. Ma soltanto 1 italiano su 2 è cosciente del maggior consumo personale rispetto agli altri Paesi europei.  In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua 2022 del 22 marzo, Ipsos ha realizzato un’indagine per Finish al fine di comprendere la consapevolezza degli italiani in merito al problema della scarsità di acqua, le percezioni relative al proprio consumo di acqua e i principali comportamenti sostenibili per ridurne lo spreco.

Gli italiani sono tra i più spreconi d’Europa

Tra gli altri risultati dell’indagine Ipsos emerge che rispetto all’anno scorso è aumentata tra gli italiani la consapevolezza relativa al problema della scarsità dell’acqua: il 25% tra gli adulti (+4% vs 2021) e il 31% tra i giovani (+15% vs 2021). Inoltre, diminuisce anche la quota di quanti ritengono che la disponibilità d’acqua non sia un problema attuale, passata dal 9% nel 2021 al 7% nel 2022, oppure che sia un problema solamente di specifiche aree e in specifici momenti dell’anno (68% nel 2022 vs 70% nel 2021). Al tempo stesso, nonostante i dati leggermente più incoraggianti rispetto a quanto rilevato l’anno scorso, gli italiani rimangono tra i più spreconi d’Europa.

Chiudere il rubinetto e utilizzare la lavastoviglie solo a pieno carico

Infatti solo 1 italiano su 2 è cosciente del maggior consumo personale rispetto agli altri Paesi europei (220 litri in Italia vs 165 litri di media europea), ma anche questo dato è in crescita, passando dal 48% del 2019 al 54% del 2022. Inoltre, il 68% ritiene che il consumo per famiglia sia inferiore ai 100 litri giornalieri (vs i 500 litri reali).
Tra i principali comportamenti virtuosi, messi in campo dagli italiani per ridurre il proprio impatto su consumo e spreco di acqua, rientrano chiudere il rubinetto quando non necessario e utilizzare la lavastoviglie solo a pieno carico (73%), preferire la doccia alla vasca (67%) e fare docce più brevi (49%).

Entro il 2040 l’Italia sarà in una situazione critica di stress idrico

Relativamente ai consumi, dai risultati dell’indagine Ipsos l’acqua si dimostra ancora la meno controllata dagli italiani, con un trend in linea con gli anni passati: il 40% degli intervistati dichiara di controllare sempre il consumo di energia elettrica, il 38% quello di gas e soltanto il 32% si preoccupa del consumo di acqua. In ogni caso, secondo la scala del World Resources Institute, entro il 2040, l’Italia sarà in una situazione critica di stress idrico, e in merito a questa previsione, il 76% dei cittadini ritiene il dato veritiero, mentre per il 17% dei giovani si tratta di dati infondati. 

4 Pagamenti digitali: raggiunti 327 miliardi

I pagamenti digitali continuano a crescere, e nel 2021 in Italia raggiungono 327 miliardi di euro, con una crescita complessiva pari al +22% rispetto al 2020. Protagonisti della dinamica del comparto si confermano i pagamenti tramite carte contactless, e quelli effettuati in negozio tramite smartphone e altri oggetti indossabili. Il secondo semestre 2021 ha però perso uno dei driver della crescita rilevata nei primi sei mesi dell’anno: l’iniziativa del Cashback, adottata da quasi 9 milioni di italiani, circa il 18% della popolazione maggiorenne. Il Cashback è infatti stato inizialmente sospeso e poi definitivamente cancellato dal governo, a favore di misure di incentivo per i commercianti. Queste alcune evidenze emerse dall’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano.

Anche senza incentivi gli italiani preferiscono il contactless
Proprio in questo contesto, però, gli italiani hanno dimostrato il cambio di passo definitivo nei confronti della digitalizzazione dei pagamenti. E quelli con carte contactless (126,5 miliardi di euro nel 2021) si confermano i preferiti dagli italiani per effettuare acquisti nei negozi fisici. Una tendenza resa possibile dalla diffusione delle carte e dei POS abilitati, spinta dall’innalzamento del limite per i pagamenti senza PIN dai 25 euro ai 50 euro, e acuita nel corso del 2020 e del 2021 dai timori legati al possibile contagio dovuto al ‘contatto’. A rappresentare la maggiore crescita del comparto sono però i Mobile e i Wearable Payments in negozio (ovvero pagamenti da smartphone o da oggetti indossabili, come gli smartwatch), che superano 7 miliardi di euro, raddoppiando il loro valore rispetto al 2020 (+106%).

Al Mobile Wallet si affiancano i wearable

Il successo dei pagameneti da smartphone è da ricondursi alla combinazione di una serie di fattori percepiti nell’uso quotidiano: semplicità, velocità e utilità, che portano gli utilizzatori di questi strumenti a preferirli rispetto ad altri metodi.
Al concetto di Mobile Wallet, ovvero lo smartphone che va a sostituire il portafoglio fisico in molti dei suoi scopi, si stanno affiancando i wearable, utilizzati in maniera più specifica per il pagamento contactless, e capaci di rendere l’esperienza di pagamento in alcune situazioni ancora più veloce e semplice per il consumatore.

I trend del futuro

Tra i trend più interessanti del 2021 anno c’è il Buy Now, Pay Later, cresciuto con un ritmo senza precedenti non solo negli USA, ma anche in Europa.
“Sono però diverse le novità che stanno cambiando e arricchendo il mondo dei pagamenti – commenta Ivano Asaro, Direttore dell’Osservatorio -: nel prossimo futuro le direttrici di innovazione già presenti sul mercato, come la Strong Customer Authentication (SCA), il paradigma dell’Open API e la Request To Pay (RTP), avranno un ruolo sempre più importante”.
Senza dimenticare le innovazioni che probabilmente vivremo più profondamente tra qualche anno, basate su tecnologie rivoluzionarie quali blockchain e distributed ledger, come il Digital Euro e le altre Central Bank Digital Currency (CBDC).

Effetto pandemia: sul lavoro dominano insicurezza e incertezza 

Non è una novità: almeno a partire dalla ‘grande recessione’ del 2008 l’Italia è attraversata da un’ansia e un’insoddisfazione sociali molto ampie, e destinate a non essere scalfite nel tempo. Ma più in particolare, nei mesi tra prima e seconda ondata del coronavirus il rapporto curato da Lavoro&Welfare e lo Studio Labores sull’occupazione rileva un livello di incertezza sul futuro e insicurezza sociale connessa al lavoro molto elevata. Solo meno del 20% degli intervistati si dichiara del tutto sicuro e al riparo dai rischi connessi al lavoro. Il sentimento collettivo d’insicurezza resta dunque molto radicato, ed è connesso non solo alla precarietà lavorativa, ma rende conto di un’estesa vulnerabilità sociale che attraversa una parte rilevante dei lavoratori.

“Un rimescolio profondo nel senso del lavoro e nel vissuto dei lavoratori”

“La pandemia – commenta Mimmo Carrieri, docente di Sociologia economica e Sociologia delle relazioni di lavoro all’Università La Sapienza – ha comportato un rimescolio profondo nel senso del lavoro e nel vissuto dei lavoratori, ancora non concluso e che attende di essere tradotto in indirizzi nuovi nelle politiche pubbliche e nei comportamenti degli attori sociali”. Se a inizio 2021 si poteva misurare il costo della crisi dovuta al Covid-19 in quasi un milione di occupati, alla fine dell’anno tale costo si è attestato attorno alle 300.000 unità. Secondo i dati del rapporto, l’Italia, sia nel secondo sia nel terzo trimestre 2021, ha evidenziato però una dinamica migliore della media della zona Euro, rispettivamente + 1,4% e +1,2% contro +1,2% e +1,0%, e dei Paesi assunti a confronto, Germania, Polonia, Francia, Spagna.

Dipendenti: nel secondo semestre 2021 stesso livello del 2019

“Quanto ai dipendenti permanenti, i dati mostrano che nel secondo semestre 2021 si sono assestati praticamente sullo stesso livello del 2019, ma non si tratta tanto di un recupero trainato dalla creazione di nuovi posti di lavoro quanto della riattivazione, in buona parte, di posti pre-esistenti grazie al rientro di molti lavoratori dalla Cassa integrazione”, aggiunge Carrieri.
Anche per i dipendenti a termine il recupero ha permesso di ritornare a partire da settembre 2021 sui valori del 2019.
Non si tratta quindi di una nuova crescita della precarietà, ma del recupero di un livello analogo a quello raggiunto in precedenza a ridosso della pandemia, riferisce Italpress.

Lavoratori indipendenti: nessun segnale di recupero del pre-pandemia

Per quanto riguarda i lavoratori indipendenti, il trend di contrazione è stato congiunturalmente accelerato dalla pandemia in coincidenza del periodo del primo lockdown. Poi è proseguito, “pur con un’intensità via via più modesta, senza finora mettere in evidenza alcun segnale di recupero delle posizioni pre-pandemiche”, sottolinea Carrieri.
Secondo Cesare Damiano, già ministro del Lavoro e presidente di Lavoro&Welfare, “il lavoro a tempo determinato è stato vittima del blocco dei licenziamenti che ha riguardato esclusivamente il lavoro stabile. Una diminuzione prevedibile alla quale è seguito, nei mesi recenti, una ripresa che lo colloca al livello del 17% del totale dell’occupazione dipendente”.

Retail in Italia, il ruolo dell’eCommerce

Integrare online e offline: ecco la parola d’ordine dei retailer, che nel 2021 hanno incrementato i loro investimenti nel digitale. Nell’ultimo anno, infatti, l’aumento di risorse nel digitale ha visto un’incidenza sul fatturato che è passata dal 2% nel 2020 al 2,5%. Ancora, come reazione al prolungarsi della pandemia e delle conseguenti misure restrittive, anche nel 2021 cresce l’importanza dell’eCommerce nel Retail italiano. Il canale online, pur rimanendo secondario in termini di consumi rispetto all’offline (abilita solo il 10% degli acquisti a valore totali), è sempre più motore di innovazione e di crescita: è infatti responsabile di circa il 20% dell’incremento totale dei consumi. Il fermento digitale è dimostrato anche dal fatto che nel 2021 oltre l’85% dei primi 300 retailer italiani per fatturato è presente online, anche tramite modelli di vendita che integrano digitale e negozio fisico: i più diffusi sono click&collect (65%), reso offline degli ordini eCommerce (37%) e verifica online della disponibilità di prodotti in negozio (30%). Sono alcuni dei dati emersi dall’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail della dalla School of Management del Politecnico di Milano.

“L’eCommerce B2c ha reso meno amara la crisi dei consumi”

Commenta questo fenomeno Valentina Pontiggia, Direttrice dell’Osservatorio Innovazione Digitale nel Retail: “L’eCommerce B2c non ha solo reso meno amara la crisi dei consumi durante la pandemia, ma ha anche generato nuovi equilibri tra online e offline e favorito nuove modalità di interazione e di vendita che si stanno propagando a tutto il commercio, anche fisico: alcuni esempi sono i pagamenti digitali e biometrici, il marketing one to one e la personalizzazione del prodotto.Con il Covid-19, non sono cambiate solo le abitudini di consumo degli italiani, ma è anche maturata la consapevolezza delle aziende di quanto sia indispensabile fondare la propria strategia sull’integrazione e collaborazione tra fisico e online. Si continua a ridurre progressivamente lo spazio del Retail “solo fisico” così come di quello “solo online” a vantaggio di modelli omnicanale che sappiano coniugare i punti di forza dei diversi canali”.

Gli investimenti in tecnologia

Durante il 2021, gli investimenti in tecnologia digitale nel back-end tra i top retailer italiani sono stati funzionali, in primis, all’approfondimento della conoscenza del cliente in chiave omnicanale. I sistemi di business intelligence analytics sono stati potenziati dal 17% dei player (implementati complessivamente dal 75% del campione) e il 9% ha lavorato sulle soluzioni di customer relationship management (già presenti nel 66% dei casi), con l’obiettivo di integrare le informazioni derivanti da diversi canali per comprendere esigenze e abitudini dei consumatori, abituali e non. Allo stesso tempo sono state implementate innovazioni volte a ottimizzare attività e processi lungo la supply chain: il 13% dei retailer ha adottato soluzioni all’interno dei magazzini (58%) per automatizzarne la gestione e incrementarne le performance; il 9% ha infine potenziato i sistemi automatizzati di demand, inventory e distribution planning (51%), per effettuare previsioni più accurate della domanda e semplificare l’intero processo distributivo.

La Smart Home diventa un “fenomeno di massa”

La Smart Home si fa spazio sempre più come fenomeno di massa: gli italiani sono sempre più interessati ad acquistare oggetti smart per la casa, e quasi la metà possiede almeno un oggetto smart. Cresce infatti la diffusione degli oggetti smart nelle case: il 46% delle persone possiede almeno un dispositivo connesso (+3% rispetto al 2020), in particolare tra i 18 e i 34 anni (63%) e tra coloro che hanno una maggiore familiarità con le tecnologie (78%). Le motivazioni che spingono all’acquisto? Comfort (38%), sicurezza (22%) e la possibilità di controllare a distanza i dispositivi connessi (14%). Inoltre, aumenta il livello di conoscenza: a fine 2021 il 74% degli italiani dichiara di aver sentito parlare almeno una volta di Smart Home o ‘casa intelligente, +5% rispetto al 2020. La pubblicità in TV è la prima fonte di conoscenza (51%), seguita da internet (34%), il word-of-mouth dei conoscenti (26%) e i social network (20%). Sono alcuni risultati della ricerca sulla Smart Home di BVA Doxa, condotta per l’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano.

Il mercato raggiunge 650 milioni di euro

Nel 2021 il mercato della Smart Home ha quindi ripreso a correre, registrando una crescita del 29% rispetto al 2020 e raggiungendo quota 650 milioni di euro.
Gli elettrodomestici guidano il mercato, con una quota pari al 21% e un tasso di crescita del 35%, grazie a un progressivo ampliamento dell’offerta e al boom di alcune tipologie di piccoli elettrodomestici, come robot aspirapolvere e purificatori d’aria. Gli smart speaker però dominano il mercato, con una quota pari al 20% (+25%), e vedono gli acquisti orientarsi sempre più su dispositivi dotati di display, che corrispondono al 25% degli speaker venduti nel 2021.
Rimane però molto da fare per abilitare una vera integrazione con la Smart Home. In Italia solo l’11% dei possessori di smart speaker li utilizza per gestire altri oggetti smart in casa.

In ripresa le soluzioni per la sicurezza e per la climatizzazione

In ripresa le soluzioni per la sicurezza, con una quota del 19% e una crescita (+20%) che però non permette di colmare il gap rispetto al 2019. Si tratta di un mercato trainato da soluzioni hardware (videocamere, sensori per porte/finestre e serrature connesse), anche se si osservano sempre più offerte legate ad abbonamenti per fare chiamate automatiche di emergenza o attivare servizi di pronto intervento in caso di allarme. Caldaie, termostati e condizionatori connessi rappresentano invece il 17% del mercato, per una crescita del +45% rispetto al 2019 favorita da Superbonus ed Ecobonus, e dalla possibilità di ottenere benefici nel risparmio energetico e comfort.
La rimanente quota è costituita da casse audio, lampadine, smart plug e dispositivi per gestire tende e tapparelle da remoto.

Retailer multicanale e filiera tradizionale crescono più dell’online

Nel 2021 gli eRetailer hanno continuato a cavalcare la forte spinta agli acquisti online (+25%) raggiungendo il 35% del mercato, mentre i retailer multicanale e la filiera tradizionale hanno visto una crescita addirittura del +45%. I retailer multicanale hanno aumentato sensibilmente il valore di fatturato (+29%) grazie al ritorno dei clienti nei negozi e al crescente interesse verso la possibilità di gestire da remoto dispositivi ed elettrodomestici connessi in casa. Anche la filiera tradizionale ha osservato una forte crescita nel 2021 (+40%), dovuta soprattutto alla spinta data dagli incentivi, Ecobonus su tutti. Rimangono limitate per il momento le vendite di utility, assicurazioni e telco, anche se soprattutto per le prime due, è stato un anno di rilancio sul fronte delle nuove offerte per la casa.

Per gli under 30 l’azienda del futuro è ibrida e flessibile

Per il futuro la strada da seguire è quella di un modello di lavoro ibrido, che tenga conto della flessibilità e del giusto bilanciamento tra vita privata e vita lavorativa, ma che allo stesso tempo faciliti una costante presenza in ufficio. Un fattore imprescindibile per il futuro del lavoro. Questa richiesta emerge dalla survey Il futuro del lavoro in Italia, commissionata da Nestlé in Italia a Toluna, con l’obiettivo di indagare le preferenze e le necessità degli under 30, i ragazzi e ragazze che si stanno affacciando al mondo del lavoro.

I giovani mostrano una forte capacità di adattamento

Con l’obiettivo di ascoltare e dare voce a chi ha appena concluso gli studi o a chi ha appena iniziato a lavorare, lo studio riflette sul rinnovato mondo del lavoro, raccontando come gli ultimi due anni abbiano modificato i modelli organizzativi tradizionali aprendo nuove prospettive per il futuro.
In generale, nonostante le preoccupazioni, i giovani hanno dimostrato forte capacità di adattamento alla nuova situazione lavorativa. Infatti, il 74% degli under 30 valuta positivamente l’esperienza di lavoro degli ultimi mesi, in quanto ha contribuito a favorire la propria autonomia (47%) e ha accelerato l’acquisizione di nuove competenze utili per crescere (44%).

Tornare a lavorare in ufficio o continuare a lavorare da casa?

È chiaro, nel lavoro da remoto non mancano alcuni aspetti negativi a cui le aziende dovranno prestare massima attenzione, come la ridotta socializzazione (33%) e la difficoltà di ‘staccare’ dal lavoro e godersi il tempo libero (26%). Se da un lato lo smart working regala più tempo da dedicare alle proprie attività, dall’altro rischia di portare alla mancanza di un confine netto e necessario tra lavoro e casa, a scapito della sfera privata. Insomma, la prospettiva futura di un modello di lavoro ibrido è la preferita da più della metà degli intervistati (52%), ma circa un terzo dei giovani preferirebbe tornare totalmente in ufficio, riconoscendo i benefici e i vantaggi del lavorare in presenza rispetto al lavorare sempre da casa (12%).

Tutelare il corretto bilanciamento tra vita personale e professionale

Come tutte le aziende che vogliono guardare avanti, Nestlé sta costruendo il suo modello di lavoro ascoltando il parere e le necessità delle persone, ma ritiene anche fondamentale considerare le esigenze di chi non sta ancora lavorando e che magari arriverà in azienda tra qualche anno.
Con l’introduzione dello smart working già dal 2012 l’azienda adotta una forma di lavoro che garantisce maggiore flessibilità alle persone, tutelando il corretto bilanciamento tra vita personale e professionale. Oggi l’azienda, riporta Adnkronos. ha deciso di aggiornare il proprio modello coniugandolo al meglio con politiche di welfare aziendale, che diventano sempre più importanti per far vivere bene il lavoro, e che possono favorire la crescita, personale e aziendale.