I lettori imparano a riconoscere le fake news come i fact-checker

La capacità di giudizio fornita da gruppi di lettori normali può essere efficace quanto il lavoro dei fact-checker professionisti. Social media e giornali utilizzano infatti fact-checker per distinguere le notizie vere e false, ma il loro lavoro può essere parziale. Uno studio del MIT, pubblicato su Science Advances, suggerisce un approccio alternativo, che utilizzi gruppi relativamente piccoli e politicamente equilibrati di lettori laici per valutare i titoli e condurre frasi di notizie. Anche i lettori comuni, insomma, stanno imparando a distinguere le notizie vere da quelle false. Lo dimostra l’esperimento del MIT, che ha coinvolto 1.128 residenti negli Stati Uniti utilizzando la piattaforma Mechanical Turk di Amazon.

Esaminate oltre 200 notizie segnalate dagli algoritmi di Facebook

Lo studio ha esaminato oltre 200 notizie che gli algoritmi di Facebook avevano segnalato per un controllo, e le valutazioni medie dei lettori si avvicinavano molto alle valutazioni dei fact-checker professionisti.
“Questi lettori non sono stati addestrati al fact-checking e stavano solo leggendo i titoli e le frasi iniziali, e anche così sono stati in grado di eguagliare le prestazioni dei fact-checker”, affermano i ricercatori. I partecipanti all’esperimento, riporta Agi, hanno anche svolto un test di conoscenza politica e un test della loro tendenza a pensare in modo analitico. Nel complesso, le valutazioni delle persone meglio informate sulle questioni civiche e impegnate in un pensiero più analitico erano più strettamente allineate con i fact-checker. 

Un nuovo approccio promettente agli strumenti anti-disinformazione

“Non c’è niente che risolva il problema delle notizie false online – afferma David Rand, professore al MIT Sloan e coautore senior dello studio. Ma stiamo lavorando per aggiungere approcci promettenti al kit di strumenti anti-disinformazione”.
Sebbene all’inizio possa sembrare sorprendente che una folla di 12-20 lettori possa eguagliare le prestazioni dei verificatori di fatti professionisti. In un’ampia gamma di applicazioni è stato riscontrato che gruppi di laici eguagliano o superano le prestazioni dei giudizi degli esperti.
L’attuale studio mostra che ciò può verificarsi anche nel contesto altamente polarizzante dell’identificazione della disinformazione.

I colossi dei social si attivano per far funzionare il crowdsourcing

La scoperta potrebbe essere applicata in molti modi e alcuni colossi dei social media stanno attivamente cercando di far funzionare il crowdsourcing.  Facebook ha un programma, chiamato Community Review, in cui vengono assunti laici per valutare i contenuti delle notizie, e Twitter ha un proprio progetto, Birdwatch, che sollecita il contributo dei lettori sulla veridicità dei tweet. La ‘saggezza delle folle’ può essere utilizzata sia per aiutare ad applicare etichette ai contenuti rivolti al pubblico, sia per informare gli algoritmi di classificazione e quale contenuto viene mostrato alle persone. A dire il vero, osservano gli autori, qualsiasi organizzazione che utilizza il crowdsourcing deve trovare un buon meccanismo per la partecipazione dei lettori.
Se la partecipazione è aperta a tutti, è possibile che il processo di crowdsourcing possa essere ingiustamente influenzato dai ‘partigiani’.

Pandemia e viaggi sostenibili: un punto di svolta

Il mondo ricomincia con cautela a viaggiare e le persone si impegnano più di prima a farlo in modo consapevole. Insomma, la pandemia è il punto di svolta che porta le persone a impegnarsi concretamente a viaggiare in modo più sostenibile. L’81% dei viaggiatori italiani pensa infatti che si debba agire ora per poter preservare il pianeta per le generazioni future, e il 57% afferma che la pandemia li ha spinti a voler viaggiare in modo più sostenibile in futuro. Si tratta di alcuni risultati emersi da una ricerca pubblicata da Booking.com sui viaggi sostenibili.

I viaggiatori vogliono impegnarsi anche nel quotidiano

Secondo la ricerca, quindi, i viaggiatori vogliono impegnarsi a favore della sostenibilità sia nel quotidiano sia nei viaggi futuri. Il 59% degli italiani, infatti, ammette che la pandemia li ha spinti ad apportare cambiamenti positivi nella propria vita quotidiana. Fare la raccolta differenziata (63%) e ridurre lo spreco alimentare (46%) ora sono di massima priorità nelle case degli italiani. Inoltre, l’89% intende ridurre i rifiuti, l’86% il proprio consumo energetico e l’85% desidera spostarsi in modo più rispettoso dell’ambiente, ad esempio, camminando, andando in bicicletta o prendendo i mezzi pubblici, piuttosto che taxi o auto a noleggio.

Il rispetto per le comunità locali

Anche il rispetto per le comunità locali è in cima alla lista: durante i viaggi il 79% degli italiani vuole vivere esperienze autentiche e rappresentative della cultura locale, e il 92% pensa sia cruciale aumentare la comprensione culturale e la conservazione del patrimonio culturale. Inoltre, l’88% vorrebbe che l’impatto economico del settore fosse distribuito equamente a tutti i livelli della società. Il 76% degli intervistati afferma anche di voler evitare le destinazioni e attrazioni più popolari per non contribuire al sovraffollamento. In questo modo pensa di aiutare le destinazioni meno visitate e le relative comunità a trarre beneficio dagli effetti positivi dei viaggi.

Non solo buone intenzioni

Molti di questi buoni propositi stanno diventando realtà. Il 44% dei viaggiatori italiani negli ultimi 12 mesi in vacanza ha scelto di spegnere l’aria condizionata o il riscaldamento nel proprio alloggio quando non era presente, e il 41% ha portato con sé una borraccia riutilizzabile per non acquistare acqua in bottiglia. O ancora, riporta Askanews, il 30% degli intervistati ha svolto attività a sostegno della comunità locale. Il 68% ammette poi di sentirsi a disagio se il posto dove soggiorna gli impedisce di essere sostenibile, ad esempio, negando la possibilità di fare la raccolta differenziata.

Internet casa: 1 italiano su 4 la vuole per giocare ai videogames

Per lavorare e per studiare, certo, ma anche per giocare. La linea internet a casa negli ultimi mesi è diventata un’assoluta necessità per poter continuare con la propria attività professionale e scolastica, ma c’è un nutrito gruppo di italiani che la vuole per dedicarsi al passatempo preferito: i videogames. La percentuale? Tra i nostri connazionali, 1 su 4 sceglie internet casa proprio per poter avere accesso ai videogiochi. In base a un’analisi fatta da Facile.it su un campione di oltre 650.000 richieste di cambio di fornitore, la percentuale degli utenti che ha dichiarato di usare la rete domestica per giocare online è aumentata del 30%, passando dal 16% rilevato nei mesi pre-pandemia al 21% rilevato tra marzo e dicembre 2020. E le richieste del primo trimestre del 2021 rivelano come la percentuale di utenti in cerca di una linea internet casa per giocare online sia addirittura arrivata al 25%.

Non è un’attività solo per giovani

Un altro elemento che emerge dalla ricerca è che la passione per i videogame non è una prerogativa solo dei giovanissimi. Certo, i richiedenti con età compresa tra i 18 e i 24 anni sono risultati essere la categoria che, in percentuale, usa con più frequenza la rete domestica per il gaming (quasi 1 su 3 nel primo trimestre 2021), ma l’utilizzo di internet per i giochi online è addirittura raddoppiato tra gli over 55. Nello specifico, tra i richiedenti con età compresa tra i 55 e i 64 anni si è passati dal 9% pre-pandemia al 18% nel 2021, mentre tra gli over 65 la percentuale è cresciuta dal 7% al 15%.
Cresce l’uso della Smart TV
Tra i passatempi digitali degli italiani non ci sono solo i videogiochi. Anche la Smart Tv ha registrato negli ultimi mesi un sensibile aumento, spinto dalla voglia di chi è a casa di guardare film e serie televisive in streaming: si è passati dal 48% del periodo pre-pandemia al 59% del primo trimestre del 2021. Come per il gaming online, anche in questo caso l’aumento ha riguardato tutte le fasce di età, seppur con differenze significative. I giovani con età compresa tra i 18 e i 24 anni, ancora una volta, sono risultati essere i richiedenti che con più frequenza si servono della linea dati per questa finalità, con una percentuale passata dal 53% pre-Covid al 62% del primo trimestre 2021.

WhatsApp detta nuove condizioni e su Telegram è subito impennata di nuovi utenti

WhatsApp annuncia di aggiornare i termini di utilizzo, e nelle 72 ore successive Telegram registra 25 milioni di nuovi utenti. In pratica, dopo questa discussa decisione, nelle prime settimane di gennaio 2021 la rivale della (per ora) più utilizzata app di messaggistica ha superato il mezzo miliardo complessivo di utenti attivi mensili. “La gente non vuole più scambiare la propria privacy con servizi gratuiti”, ha dichiarato Pavel Durov, il trentaseienne fondatore di Telegram sul suo canale, senza però citare testualmente la rivale americana. Insomma, se i nuovi termini di utilizzo WhatsApp consentiranno di condividere più dati con Facebook, a quanto pare a guadagnarci sarà proprio Telegram.

Un “rifugio” sicuro per chi cerca una piattaforma di comunicazione privata e sicura

I nuovi termini di WhatsApps hanno infatti suscitato numerose critiche, in quanto gli utenti extraeuropei che non accetteranno le nuove condizioni prima dell’8 febbraio saranno tagliati fuori dall’applicazione di messaggistica. Durov ha perciò affermato che Telegram è diventato il “più grande rifugio” per quanti cercano una piattaforma di comunicazione privata e sicura e ha assicurato ai nuovi utenti che il suo team “prende questa responsabilità molto seriamente”.

Il social che rifiuta di collaborare con qualsiasi autorità 

Telegram è stata fondata nel 2013 dai fratelli Pavel e Nikolai Durov, che hanno fondato anche il social network russo VKontakte. Tutelare privacy e sicurezza degli iscritti è sempre stata una priorità dell’app russa. Tanto che una delle caratteristiche che hanno reso Telegram popolare è proprio il rifiuto di collaborare con qualsiasi autorità e quello di consegnare le chiavi di cifratura dei messaggi: Il che ha portato al suo divieto in diversi Paesi, tra cui la Russia, anche se sul finire dello scorso anno Mosca ha annunciato che revocherà il divieto, riferisce Agi. 

Una reazione alle censure di Facebook e Twitter?

La tempistica dell’ultima impennata di iscrizioni, però, fa pensare che un ruolo possano averlo avuto anche le censure operate da Facebook e Twitter a gennaio, a partire dalla cancellazione degli account di Donald Trump e dei suoi sostenitori, riporta il Secolo d’Italia. Anche se Telegram, ha spiegato l’imprenditore russo, “aveva già registrato delle forti impennate dei suoi nuovi utenti durante i 7 anni di esperienza in materia di privacy dei suoi utenti, e lo scorso anno ha registrato 1,5 milioni di nuove iscrizioni al giorno”.  

Covid, impennata di cyberattacchi nel secondo trimestre 2020

Tra il primo e il secondo trimestre del 2020 l’incremento di attacchi informatici in Italia è stato superiore al 250%, con un picco di 86 attacchi nel mese di giugno. A quanto risulta dal secondo rapporto sulle minacce informatiche elaborato dall’Osservatorio sulla Cybersecurity di Exprivia, giugno è stato il mese in cui dall’inizio dell’anno si sono verificati la maggior parte di attacchi, incidenti e violazioni della privacy a danno di aziende, privati e PA.  Secondo il rapporto la maggior parte degli attacchi è in relazione all’emergenza Coronavirus. Oltre il 60% degli episodi ha riguardato il furto di dati, con una crescita a tripla cifra rispetto al primo trimestre (+361%), superando di gran lunga sia le violazioni della privacy (11% dei casi) sia le perdite di denaro (7%).

Attacchi di matrice hacktivistica +700%

Sempre nel secondo trimestre gli attacchi di matrice hacktivistica sono cresciuti del 700%. Si tratta di pratiche di azione digitale in stile hacker, un fenomeno emergente spesso collegato a campagne internazionali su temi di grande attualità, come black-lives-matter e revenge-porn. Quadruplicano, inoltre, le truffe tramite tecniche di phishing e social engineering (+307% rispetto al primo trimestre), che ingannano l’utente facendo leva su messaggi esca via e-mail, o utilizzano tecniche tramite social network per carpire dati finanziari o vari codici di accesso. Gli esperti di Exprivia però pongono l’accento anche sui sistemi di videosorveglianza, già colpiti dagli hacker nel primo trimestre con il malware Mirai.

Malware e ransomware a tema Coronavirus

Il 17% degli attacchi è avvenuto tramite malware che hanno sfruttato il Coronavirus per attirare l’attenzione degli utenti. Tra questi gli esperti hanno individuato il programma Corona Antivirus o Covid 9 Antivirus, un malware che permette ai criminali informatici di connettersi al computer delle vittime e spiarne il contenuto, rubare informazioni o utilizzarlo come vettore per ulteriori attacchi. Un altro software malevolo è CovidLock, un ransomware (malware che rende un sistema inutilizzabile esigendo il pagamento di un riscatto per ripristinarlo) che prende di mira gli smartphone Android quando si cerca di scaricare un’app di aggiornamenti sulla diffusione del Coronavirus.

I settori più colpiti

Anche nel secondo trimestre resta però ancora sconosciuta la modalità di attacco informatico in oltre il 30% dei casi. Un dato che evidenzia la necessità di elaborare adeguati sistemi di protezione.  I settori più colpiti? Nei mesi di aprile, maggio e giugno il 26% delle campagne criminali sono state indirizzate verso settori . non classificabili e il 18% ha riguardato settori multipli. Tra gli ambiti che hanno ricevuto più attacchi, la PA e il Cloud (circa il 10% ognuno), le cui piattaforme, anche dopo il lockdown, continuano a risentire dello stress per il lavoro da remoto. I comparti Finance ed Education rimangono ancora nella lista degli ambiti più vulnerabili, ma si registra una “new entry”, il settore Industria, che a giugno ha segnato un picco di attacchi probabilmente collegato alle riaperture di molte fabbriche.

Roma regina dell’estate, ad agosto 2018 oltre 1 milione di arrivi

Ad agosto Roma supera il milione di visitatori, e taglia il traguardo con 1.018.288 arrivi e 2.577.8003 presenze. Una crescita, rispettivamente, del +3,45% e del +3,25% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Di cui significativa è l’incidenza dei visitatori stranieri: secondo dati Ebtl, Ente Bilaterale Territoriale Turismo Regione Lazio, gli arrivi stranieri sono stati 815.332 e 2.116.040 le presenze.

“Nel solo mese di agosto il tasso d’internazionalizzazione della domanda turistica capitolina è schizzato all’82,09% – dichiara Carlo Cafarotti, Assessore allo Sviluppo economico, Turismo e Lavoro di Roma Capitale -. Stiamo polarizzando sempre più visitatori provenienti da mercati emergenti, in particolar modo dalla Cina”, entrata ufficialmente nella top ten dei turisti stranieri a Roma.

A settembre-ottobre più turisti cinesi

Secondo le prenotazioni effettuate nelle strutture alberghiere della capitale nei mesi di settembre-ottobre i cinesi a Roma aumenteranno del 4% (arrivi) e del 5% in termini di presenze. Entro il 2020 la Cina sarà il Paese con il maggior numero di turisti all’estero. “Noi vogliamo che scelgano noi – sostiene Cafarotti -. In tal senso, lavoriamo a stretto contatto con l’Aeroporto di Fiumicino, gatheway europeo per la Cina, con le Associazioni di settore e con i nostri professionisti di filiera”.

Non meno importante la nuova sinergia stabilita con il Programma europeo International Urban Cooperation, che vedrà Roma e tre città cinesi impegnate nello scambio integrato su temi di smart city, mobilità, efficienza energetica, sviluppo e turismo.

La performance migliore la stabilisce il lusso

Trend positivo anche per la fascia del lusso, che rispetto al mese di agosto 2017 registra un aumento del 4,68% (arrivi), e del 4,64% in fatto di presenze. Di gran lunga la miglior performance di settore, riferisce Askanews.

Più turisti a Roma, quindi, e anche di qualità. “Stiamo modellando la nostra offerta in base all’analisi dei flussi e al target di visitatori che si va delineando nella capitale – spiega ancora Cafarotti -. Il viaggio a Roma è esperienziale, può essere ritagliato su misura a seconda delle diverse esigenze di ognuno. Di qui, i nostri percorsi dell’arte, del gusto, della moda, del verde o semplicemente la nostra Roma per famiglie”.

La Capitale traina il comparto a livello nazionale

“Di qui, soprattutto, la nostra attenzione alla specializzazione della filiera dell’accoglienza e alla cura degli itinerari proposti – puntualizza l’Assessore -. Perché la capitale, regina delle città d’arte e traino di comparto anche nazionale, fa da apripista alla valorizzazione di tutto il territorio circostante. Sempre più visitatori, giunti a Roma, colgono l’occasione di visitare altri luoghi del Lazio – afferma Cafarotti -. Il nostro impegno in questo è totale, certi che la messa a sistema di mezzi, strategie e risorse, resti il modo più efficace per valorizzarle tutte”.

Sprecare meno, la parola d’ordine degli italiani in casa

Un approccio virtuoso ed ecosostenibile verso la propria abitazione permette di tutelare l’ambiente, ma anche di ottenere un risparmio economico  significativo. Gli italiani l’hanno capito, tanto che l’82% dei nostri connazionali dichiara di seguire un comportamento attento alla sostenibilità ambientale all’interno delle proprie mura domestiche. È quanto emerge dall’ultima ricerca dell’Osservatorio Sara Assicurazioni, la compagnia assicuratrice ufficiale dell’Automobile Club d’Italia. Gli italiani sono sempre più consapevoli, al punto che più di uno su tre (39%) si dice persino disposto a investire in interventi edilizi per riqualificare la propria abitazione e renderla così più efficiente.

Spegnere le luci quando non si è in casa e utilizzare lampadine a Led

Tuttavia, per limitare gli sprechi e gestire al meglio i consumi, oltre ai veri e propri lavori di ristrutturazione si possono anche adottare piccoli accorgimenti e attenzioni nei gesti di tutti i giorni, riporta Adnkronos. Ad esempio, molti ormai sanno che diminuire il consumo di energia fa bene all’ambiente oltre che alle bollette. Il 67% degli intervistati, infatti, spegne luci e dispositivi elettronici quando non è in casa, o quando non si trova all’interno della stanza, mentre il 59% sostituirebbe le vecchie lampadine a incandescenza con lampadine a Led, che possono durare da 8 a 10 volte in più e consumano molto meno.

Il 90%) degli italiani utilizzerebbe fonti rinnovabili per le proprie abitazioni

Il 51% degli intervistati, inoltre, preferisce acquistare elettrodomestici di classe energetica elevata, mentre il 36% ha dichiarato di fare un uso razionale del condizionatore. La sensibilità verso l’ambiente si conferma anche in tema di fonti di energia: quasi la totalità degli italiani (90%) utilizzerebbe fonti rinnovabili per le proprie abitazioni, da quella solare a quella geotermica.

E alla domanda se la domotica possa rappresentare un alleato valido per risparmiare energia, il 93% degli intervistati risponde affermativamente. Pur con alcune perplessità legate alla difficoltà di utilizzo, e sul fatto che ancora non sia sufficientemente diffusa.

L’acqua, un bene prezioso da preservare

Anche per quanto riguarda i consumi idrici gli italiani si dimostrano attenti: il 69% degli intervistati preferisce infatti la doccia al bagno, il 59% adotta accorgimenti per utilizzare l’acqua in modo razionale e il 37% ritiene utili i dispositivi frangi getto nei rubinetti. Secondo la ricerca, infine, l’attenzione dei connazionali si concentra anche sul tema dell’inquinamento idrico, tanto che quasi un italiano su tre (27%) dichiara di preferire detersivi ecosostenibili proprio in virtù del loro minore impatto ambientale.

Tre reati ambientali ogni ora: la fotografia dell’ecomafia

Rifiuti, edilizia, agroalimentare, ittica, racket di animali e ristorazione i settori incriminati di appartenere al grande gruppo dei “criminali” ambientali, con record di arresti a dir poco stellari.

Le cifre choc del Rapporto Ecomafia 2018

Dal Rapporto Ecomafia 2018 di Legambiente spiccano, infatti, 538 ordinanze di custodia cautelare emesse per reati ambientali nel 2017 (139,5% in più rispetto al 2016), regolamentate dalla legge 68, perno delle inchieste su traffici illegali e sequestri e conseguenti denunce.

Risulta quindi determinante l’applicazione della legge 68 e l’apertura di inchieste  sui traffici illegali di rifiuti, che sono all’origine dell’incremento registrato nel 2017 degli illeciti ambientali, ben 30.692 (+18,6% per cento rispetto all’anno precedente, per una media di 84 al giorno, più o meno 3,5 ogni ora), del numero di persone denunciata (39.211, con una crescita del 36%) e dei sequestri effettuati (11.027, +51,5%).Più che reati, di fatto, si tratterebbe piuttosto di azioni delittuose, come affermato il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa.

Le proposte del ministro dell’Ambiente

Tra le sue proposte infatti, oltre a puntare a una maggiore efficacia applicativa, vi è l’istituzione di “un fondo unico di garanzia ambientali”, cui si aggiunge il sequestro a fini di confisca allargato per chi commette illeciti ambientali. “Chi commette un reato ambientale e non sa giustificare i proventi della propria attività, allora subisce la confisca dei beni. La legge esiste già, basta linkarla all’ambiente e dare tutto al fondo unico” ha detto all’AdnKronos Costa.

Al Centro Sud la maggior parte delle infrazioni

Secondo i dati, apparterrebbero al Centro Sud le cinque regioni a tradizionale insediamento mafioso con all’attivo il 44% delle verbalizzazioni per infrazione. Cima dell’iceberg la Campania, seguita dalla Sicilia, dalla Puglia, dalla Calabria e dal Lazio.

L’identikit dei reati

Il presidente di Legambiente Stefano Ciafani spiega come i numeri del rapporto Ecomafia 2018 mostrino i “passi da gigante fatti grazie alla nuova normativa”: in un anno sono stati effettuati 158 arresti per i delitti di inquinamento ambientale, disastro e omessa bonifica, con ben 614 procedimenti penali avviati, 538 ordinanze di custodia cautelare, 11.027 sequestri e 76 inchieste per traffico organizzato di rifiuti. Ed è proprio quest’ultimo il settore dove si registra il numero più alto di illeciti, in particolar modo con finte operazioni di trattamento e riciclo. Tra le tipologie di rifiuti predilette dai criminali svettano i fanghi industriali, le polveri di abbattimento fumi, i RAEE, i materiali plastici, gli scarti metallici (ferrosi e non), carta e cartone.

In Italia Amazon supera Google come brand più influente nel 2018

Amazon diventa il brand più influente del 2018, e spodesta Google dalla prima posizione. E nella classifica The Most Influential Brands 2018 di Ipsos quest’anno sono due le new entry nella Top 10 dei marchi più influenti in Italia: PayPal, per la prima volta in classifica direttamente al quarto posto, e Ikea, che si piazza in decima posizione.

Anche quest’anno l’istituto di ricerche di mercato ha identificato i 100 marchi che sono in grado di influenzare le nostre vite secondo l’opinione di oltre 4.000 italiani. E che non solo rappresentano l’evoluzione del mercato, ma anche le nostre abitudini nella vita di tutti i giorni.

Facilitare i processi quotidiani è un valore per determinare l’influenza di un marchio

Il primo posto di Amazon e l’ingresso della società di pagamento digitale testimoniano che la facilitazione dei processi quotidiani è un valore determinante dell’influenza dei marchi. I big del Web infatti trionfano: al terzo posto in classifica c’è Whatsapp, al quinto Facebook, seguono al sesto Apple, poi Microsoft, Youtube e Samsung.

Ikea, dal canto suo, è l’unico brand non tech e non di servizi che riesce a raggiungere per la prima volta la Top 10. Il colosso svedese dell’arredamento si dimostra quindi maestro nello storytelling incentrato sulla libertà di scelta, che in questo caso diventa espressione della propria identità.

Fuori dalla Top 10 le aziende del food

Fuori dai dieci, per la prima volta, tutte le aziende del comparto cibo, che rimangono comunque nei posti alti della classifica generale. Questo grazie al grande valore che in Italia si attribuisce ancora al settore alimentare, e alla capacità di tali brand (Nutella, Parmigiano Reggiano ecc) ad aver costruito negli anni un forte legame nazionale con i consumatori.

Non a caso questi brand si piazzano molto in alto se si parla di Trustworthy (fiducia e affidabilità) e della Corporate Citizenship (impegno e ruolo sociale).

Entertainment e moda: Netflix e Zalando

Finita l’era dei palinsesti fissi, il settore tv e dei nuovi servizi collegati è in continua evoluzione. Il suo simbolo è Netflix, che nel giro di un anno ottiene un avanzamento record, dall’81a posizione del 2017 alla 26a di oggi: un balzo di 60 posizioni. Un’altra crescita significativa è quella di Spotify, piattaforma streaming musicale, che registra un salto in avanti di quasi 30 posti rispetto al 2017, riporta Askanews.

Tra le aziende del settore moda spicca Zalando, new entry al 29o posto. In questo caso il consumatore premia un servizio rapido, personalizzabile, con un ampio catalogo di offerta che permette grande libertà di scelta, e dà la possibilità di esprimere il proprio stile

Netflix: con 125 milioni di abbonati il titolo vola in Borsa

Il numero degli abbonati a Netflix vola, e arriva a un totale di 125 milioni. Grazie all’aumento di 7,4 milioni di abbonamenti, di cui 5,5 milioni a livello internazionale, e 1,9 milioni negli Stati Uniti, i risultati del colosso della tv in streaming spingono il titolo in Borsa, dove arriva a guadagnare l’8% a 333,98 dollari per azione, ai massimi storici.

Il balzo fa volare la capitalizzazione di mercato di 140 miliardi di dollari, anche se a spingere i conti nei primi tre mesi, oltre alla crescita degli abbonamenti, è stato anche l’aumento dei prezzi, saliti del 14%.

 

Doppia conferma per il colosso dello streaming

Se le stime diffuse a gennaio indicavano una crescita netta di 6,35 milioni di utenti ne sono arrivati molti di più, con una crescita anno su anno del 43%. Per la piattaforma di streaming quindi è una doppia conferma: l’espansione internazionale ha spinto la crescita e il ritocco dei prezzi di fine 2017 non ha messo in fuga gli utenti. Anzi, il numero di abbonati è il dato che più ha sorpreso i mercati. E per il trimestre in corso Netflix stima di aumentare il numero degli abbonati di ulteriori 6,2 milioni, 1,2 negli Stati Uniti e 5 milioni all’estero.

Investimenti in contenuti per una piattaforma da Oscar

La società guidata da Reed Hastings nel primo trimestre 2018 ha vinto il suo primo Oscar con il documentario Icarus, e quest’anno prevede di spendere fino a 8 miliardi di dollari in contenuti, grazie anche ai nuovi talenti acquistati, da Ryan Murphy (il creatore di Glee, American Horror Story e Nip/Tuck), ingaggiato per 300 milioni di dollari, alla regina del piccolo schermo Shonda Rhimes. Netflix ha poi ribadito l’impegno a produrre serie internazionali, come la spagnola  La Casa de Papel (La casa di Carta), diventata la più vista di sempre tra quelle non in lingua inglese.

Il mercato Usa resta il più remunerativo e non è ancora saturo

Da un parte il Paese d’origine resta il più remunerativo, perché ha margini più alti ed è da lì che arriva ancora la maggior parte del fatturato. Negli Stati Uniti gli abbonati infatti sono meno (56,7 milioni) che all’estero, ma fanno incassare di più (1,82 miliardi). Per platea e prospettive di crescita, però, Netflix punta sui mercati internazionali, che contano 68,29 milioni di abbonati, per 1,78 miliardi di incasso.

Il prossimo trimestre quindi Netflix dovrebbe abbandonare lo status di impresa “domestica”. E secondo le previsioni dovrebbe arrivare dai mercati esteri oltre il 50% del fatturato