Economia italiana: le prospettive per il 2025 e l’incognita dei dazi americani

Sono i possibili dazi da parte degli Stati Uniti verso l’Europa i temi più dibattuti in ambito economico. Secondo i dati del 2023, le esportazioni europee verso gli USA hanno raggiunto i 504 miliardi di euro, a fronte di importazioni per 347 miliardi, con un saldo positivo per l’Europa di 157 miliardi. Nel settore dei servizi, invece, gli Stati Uniti vantano un surplus di 108 miliardi, portando il saldo complessivo a sfavore dell’economia americana a soli 52 miliardi di dollari, pari allo 0,18% del PIL USA. È probabile, quindi, che i negoziati conducano a un compromesso senza stravolgimenti nei rapporti commerciali.

Indicatori: segnali contrastanti

I primi mesi del 2025 mostrano una crescita moderata, ma senza cali significativi. L’Indicatore dei Consumi Confcommercio (ICC) registra un modesto +0,2% a gennaio e +0,1% a febbraio nei dati destagionalizzati. Però il confronto con l’anno precedente, influenzato dalla variazione dei giorni di calendario, evidenzia un calo dello 0,9% a febbraio.

Il turismo e il settore del tempo libero continuano a trainare i consumi, mentre alimentari, elettrodomestici e mezzi di trasporto segnano una contrazione. Le presenze turistiche in Italia a gennaio hanno segnato un incremento dell’8% rispetto al 2024 e del 18,2% rispetto al 2019.

Inflazione sotto controllo, ma con riserva

L’inflazione a febbraio si è attestata all’1,6%, leggermente inferiore alle previsioni del 2%. Per marzo si stima un rialzo marginale all’1,7%. Nonostante la stabilizzazione dell’inflazione, il tema dei costi energetici rimane un tema caldo, con l’Italia ancora fortemente dipendente dalle dinamiche internazionali.

Occupazione e PIL: le stime per l’anno in corso

Gli indicatori di occupazione restano solidi, sostenuti dal turismo e dalla ripresa industriale. Il PIL mensile, in termini tendenziali, ha registrato un incremento dello 0,3% a gennaio e dello 0,1% a febbraio, con una crescita del primo trimestre stimata allo 0,4% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Però per raggiungere l’obiettivo di crescita annua dello 0,8%, sarà necessario un ulteriore slancio economico.

Riforme fiscali: una possibile spinta ai consumi

Per incentivare la crescita, un tema cardine potrebbe essere la riforma fiscale, con una riduzione delle aliquote per il ceto produttivo. Con una pressione fiscale che ha raggiunto il 42,6% nel 2024, misure di alleggerimento potrebbero stimolare il reddito disponibile e, di conseguenza, i consumi.

Consumi: dinamiche settoriali

L’Indicatore Consumi Confcommercio di febbraio evidenzia un calo dello 0,9% su base annua, con una contrazione dell’1,7% nella spesa per i beni, mentre i servizi registrano un aumento dello 0,7%. Le voci più dinamiche sono i beni e servizi per la comunicazione (+5,3%), seguiti da alberghi e ristorazione (+1,3%).

Positivo anche il settore dell’abbigliamento (+1,4%). In calo, invece, i beni per la mobilità (-5,9%), i servizi ricreativi (-1,6%) e i beni per la casa (-1,3%).

Prezzi al consumo: stabilità a breve termine

L’inflazione sembra essersi stabilizzata, con una previsione di crescita dello 0,2% a marzo. Il calo delle pressioni sui costi energetici e alimentari sta contribuendo a mantenere sotto controllo i prezzi, ma l’incertezza economica potrebbe ancora influenzare il comportamento dei consumatori.

La chiave per una ripresa solida resta il rilancio del circuito reddito-consumi, fondamentale per garantire la crescita attesa nel 2025.

Casa e famiglia: l’evoluzione demografica cambia le esigenze abitative

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una polarizzazione del concetto di famiglia: da un lato ci sono le persone che per motivi diversi vivono da sole una fase della vita, dall’altro, continua a esserci la famiglia tradizionale, formata dalla coppia con i figli senza altre persone conviventi.
Ma se all’inizio del nuovo millennio la famiglia formata da una coppia con figli era ancora la più frequente in Italia, seppure non più maggioritaria, oggi viene superata dalla famiglia monopersonale.

In questo scenario, la progressiva frammentazione e la ricomposizione dei nuclei familiari, ha un impatto inevitabile anche sul mercato immobiliare.
Sulla base di uno studio condotto da Nomisma Real Estate, la domanda di abitazioni si sta spostando sempre più verso soluzioni abitative di minori dimensioni rispetto al passato.

Fra 15 anni le famiglie tradizionali saranno solo un quarto del totale

Di fatto, questa polarizzazione è presente ormai in tutto il Paese, ma mentre nell’area del Nord-Est le due tipologie familiari principali si equivalgono, al Centro e al Nord-Ovest prevalgono le famiglie unipersonali e nel Mezzogiorno sono ancora prevalenti le coppie con figli.

Inoltre, secondo recenti previsioni, all’interno di una popolazione che procede nella tendenza a diminuire e a invecchiare, il numero delle famiglie è destinato ad aumentare, passando da 25,2 milioni del 2021 a 26,2 nel 2040. Questo, a fronte di un numero medio in calo dei componenti.
Proseguendo in questa tendenza, nei prossimi 15 anni le coppie con figli sono destinate a ridursi drasticamente, fino ad arrivare a circa un quarto del totale delle famiglie.

Nuovi single sempre più orientati alla locazione

Al contempo, le preferenze abitative delle famiglie senza figli, e soprattutto dei single, si orientano sempre più verso soluzioni flessibili in termini di spazi, ma anche di godimento dell’abitazione, a favore della locazione.
Sul fronte dell’evoluzione demografica, le previsioni al 2040 stimano quasi il 39% delle famiglie costituito da persone che vivono da sole, con un incremento particolarmente marcato tra gli over 65.

L’universo degli anziani si estende da una prima fascia di ‘giovani anziani’ fino agli ultra-ottantacinquenni, i ‘grandi anziani’, ovvero, i gruppi di popolazione che vedono limitare le proprie funzionalità, e di conseguenza, il loro ruolo attivo nella società.

Il senior living e la richiesta di abitazioni age friendly

Secondo l’indagine Nomisma, gli anziani propensi a cambiare la propria abitazione sono appena il 13% degli over 65. Ma traducendo questa percentuale in valori assoluti, si tratta di quasi 2 milioni di famiglie, in grado, quindi, di generare una nuova domanda abitativa.
Più in particolare, la domanda espressa dalla popolazione anziana richiede ‘abitazioni age friendly’, magari supportate dalla tecnologia dell’Ambient Assisted living.

La scelta di cambiare casa a favore di abitazioni inserite in condomini di ‘senior living’ richiede, però, un vero e proprio salto culturale.
Riconoscere l’importanza della socialità, della qualità e sicurezza abitativa e della presenza di servizi di base per la vita assistita, garantisce una configurazione abitativa gradita, ma meno intrusiva dei tradizionali modelli istituzionali.

Animali domestici: italiani pronti a cambiare abitudini in nome della sostenibilità

Il 51% degli italiani vive con almeno un animale domestico, principalmente, cani (58%) e gatti (56%). In media, gli italiani dedicano un’ora e mezza al giorno alla cura dei loro animali, e la spesa per il loro mantenimento si aggira intorno a 700 euro l’anno.
Il 40% di proprietari è consapevole dei consumi legati alla gestione dei pet, e il 61% vorrebbe rendere più sostenibili le abitudini degli amici a quattro zampe.

Più di un italiano su due (56%) crede infatti che sia importante la sostenibilità nella cura degli animali, con la quota che sale al 61% nel caso della propensione a cambiare abitudini e comportamenti per essere più green nella gestione quotidiana dei propri amici.
Lo conferma la nuova ricerca del Pulsee Luce e Gas Index, l’osservatorio sulle abitudini green degli italiani, realizzato da Pulsee Luce & Gas in collaborazione con NielsenIQ.

Poca consapevolezza sull’impatto ambientale dei pet

Risulta invece minore la consapevolezza dell’impatto ambientale dei propri animali. Il desiderio di ridurre il loro l’impatto ambientale resta infatti limitato nella pratica: solo il 15% degli intervistati ha cercato attivamente informazioni per migliorare da questo punto di vista. 

Il 47% degli italiani ritiene però che ci siano abbastanza indicazioni e dati sul tema della sostenibilità legato agli animali domestici, prevalentemente su siti web ufficiali/istituzionali (42%) generici (36%) e programmi TV (31%).
In ogni caso, quasi la metà dei proprietari (48%) valuta il materiale delle confezioni degli alimenti e il 49% considera l’impatto ambientale del cibo scelto.

L’attenzione inizia dalla dieta

Nel caso dei cani, una quota non indifferente (oltre un terzo del campione) prepara alimenti freschi in casa, mentre, più in generale, il 20% acquista spesso o con maggiore frequenza cibi biologici.
Sul fronte della toelettatura dei cani, il 47% si affida a negozi specializzati, mentre il 42% opta per il lavaggio tra le mura domestiche, solitamente in doccia o nella vasca da bagno.

L’attenzione all’ambiente è presente nella tipologia di prodotti utilizzati per la pulizia, con un italiano su quattro che usa quelli naturali o biodegradabili. Ma la grande maggioranza (78%) ricorre a shampoo o saponi specifici.

Lettiere, cucce, giocattoli: l’importanza dei materiali

Per l’asciugatura, il 42% degli italiani utilizza l’asciugatura naturale contro il 55% di chi usa il phon, un asciugacapelli (46%) o uno specifico per l’animale (9%).
Un altro aspetto rilevante riguarda la gestione dei bisogni degli animali. I possessori di gatti dichiarano di avere una lettiera agglomerante (38%) o ecosostenibile (36%), mentre nel caso dei proprietari dei cani, il 79% raccoglie i rifiuti dei propri amici con sacchetti biodegradabili.

Importanti sono anche gli accessori. L’85% degli italiani ha acquistato accessori, principalmente giocattoli (81%), seguiti da collari e guinzagli (68%), cucce e gabbiette (68%).
In particolare, più di un italiano su due (53%) presta attenzione ai materiali degli accessori, lavandoli a mano (67%), in lavatrice (30%) o lavanderia (3%).

Lavoro: +8,4% offerte per la stagione invernale

È quanto emerge dall’Osservatorio professioni invernali 2024, condotto da InfoJobs: l’inverno 2024 si è confermato ricco di opportunità professionali, guidate dai settori turismo e ristorazione, e commercio (Gdo e retail).

In totale sono state 15.898 le offerte registrate tra ottobre e dicembre 2024, +8,4% rispetto all’anno precedente (14.660), con turismo e ristorazione che hanno registrato una crescita del 20% rispetto al 2023, passando da 2.269 a oltre 2.700 opportunità.
Un dato che riflette il crescente afflusso di turisti, attratti da località sciistiche e città italiane. E che conferma il ruolo centrale di questi comparti nel trainare l’espansione del mercato del lavoro invernale.

La maggior parte delle offerte si è concentrata su contratti temporanei, una scelta strategica per affrontare i picchi di affluenza turistica e l’aumento delle vendite natalizie.

Commercio: lo slancio è partito già a ottobre

Allo stesso tempo, buon incremento anche per il settore commercio, Gdo e retail, che è passato da 12.391 offerte nel 2023 a 13.179 nel 2024, aumentando le opportunità lavorative del 6,4%.
Se invece si osserva il dettaglio del trimestre preso in considerazione si notano alcune particolarità. Il settore commercio, Gdo e retail è partito con slancio già a ottobre, registrando 5.868 offerte, il +10% rispetto al 2023,

Il mese di ottobre 2024 sembra infatti riflettere l’attenzione degli italiani verso le spese oculate, spinte anche dal ritorno delle promozioni autunnali, come il Black Friday, oltre al successo degli acquisti di Natale anticipati per evitare la corsa ai regali dell’ultimo minuto.

Ristorazione: il boom di novembre inverte il trend tradizionale

Novembre nel settore turismo e ristorazione ha registrato un vero boom: +26%, passando da 1.027 a 1.297 opportunità.
Un dato che sembra invertire il trend tradizionale, spostando a novembre una parte dell’attività che solitamente si concentra a dicembre.

Gli italiani, popolo che ama il buon cibo e il piacere della convivialità, hanno voluto anticipare le cene pre-natalizie con colleghi e amici, contribuendo così a sostenere il dinamismo del settore in un mese meno usuale per queste abitudini.

Professioni più cercate: camerieri, commessi, pasticceri

Per il settore turismo e ristorazione, le professioni più ricercate sono state cameriere, animatore turistico, barman, chef, addetto al catering.
Da segnalare anche altre figure, come pizzaiolo e lavapiatti.

Per commercio, Gdo e retail, le figure più ricercate per il periodo invernale sono state addetto vendite, responsabile di negozio, addetto alla macelleria, addetto alla cassa, addetto agli scaffali.
Altri ruoli chiave per la stagione invernale e il corretto flusso di approvvigionamento e vendita rilevate da InfoJobs, comprendono addetto alla pasticceria e magazziniere.

Italia, imprese artigiane di stranieri: exploit negli ultimi dieci anni

Gli imprenditori stranieri impegnati nell’artigianato rappresentano oggi oltre 200mila unità, pari al 20% del totale degli imprenditori individuali in questo comparto. Nell’ultimo decennio, la loro presenza è cresciuta del 20%, con un aumento di 33.847 nuove attività.

Eppure questa dinamicità non è stata sufficiente a compensare il calo del 14,6% registrato dalle imprese artigiane a titolarità italiana nello stesso periodo. Questo fenomeno ha determinato una perdita complessiva di quasi 100mila imprese.

Lombardia, Emilia Romagna e Toscana lei regioni più “multiculturali”

L’artigianato straniero è particolarmente concentrato in Lombardia, Emilia Romagna e Toscana, che insieme accolgono quasi la metà di queste attività. Tuttavia, regioni come Campania, Calabria e Basilicata hanno mostrato tassi di crescita superiori al 40%, segno di una diffusione sempre più ampia sul territorio nazionale.

Le costruzioni restano il settore di riferimento, con il 29,1% delle imprese artigiane a titolarità straniera (117mila unità). Anche i servizi alle imprese mostrano una crescita importante: le imprese straniere in questo ambito rappresentano oggi il 27,8% del totale, con un incremento del 55% negli ultimi dieci anni.

Cambiamenti demografici e ruolo delle donne

L’età media degli imprenditori stranieri sta aumentando, con una forte crescita tra gli over 50 (+125,7%) e un incremento ancora maggiore tra gli over 70 (+223,5%). Parallelamente, è aumentata anche la partecipazione femminile: il rapporto Donne/Uomini è salito da 17,1 a 20,1, con crescite più accentuate nelle regioni del Nord.

Il trend riflette una maggiore integrazione delle donne straniere nelle economie locali, in particolare nelle aree più sviluppate.

Paesi di provenienza e settori chiave

Gli artigiani stranieri provengono principalmente da quattro Paesi. Nei settori delle costruzioni, i romeni e gli albanesi rappresentano una forza significativa con oltre 50mila imprese complessive. Nei servizi, invece, i titolari di origine cinese ed egiziana sono particolarmente attivi, soprattutto nei trasporti e nella ristorazione.

Un motore di cambiamento 

La crescita delle imprese artigiane straniere sta trasformando il settore, arricchendolo con nuove competenze e approcci. Questa evoluzione rappresenta una risposta alle sfide del ricambio generazionale e offre un contributo fondamentale per mantenere vivo un comparto che si trova al centro della tradizione produttiva italiana.

Imprese: cresce la domanda di lavoro, ma rimane il mismatch tra offerta e richieste

Le imprese italiane prevedono circa 356mila nuove assunzioni nel mese di dicembre e oltre 1,3 milioni nel trimestre dicembre 2024-febbraio 2025. Rispetto all’anno precedente, si registra una crescita dell’1,0% su base mensile e dell’1,2% su base trimestrale.

Eppure, nonostante questo dato positivo, quasi la metà delle posizioni aperte (48,9%) presenta difficoltà di reperimento. Complessivamente, si tratta di circa 174mila profili. I dati emergono dal Bollettino Excelsior, elaborato da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro.

Quali sono i settori che non trovano personale?
I servizi si confermano il motore principale della domanda di lavoro, con oltre 268mila assunzioni programmate a dicembre (+3,5% su base annua) e 927mila nel trimestre (+4,7%). Particolarmente dinamici i settori del turismo e del commercio, che beneficiano dell’avvio della stagione invernale e delle festività natalizie, con rispettivamente 76mila (+8,1%) e 59mila (+4,6%) assunzioni previste.

In controtendenza l’industria, che registra un calo delle assunzioni: 87mila a dicembre (-6,1%) e 381mila nel trimestre (-6,4%). Le imprese manifatturiere programmano 57mila assunzioni a dicembre e 256mila nel trimestre, mentre nel settore delle costruzioni si prevedono 30mila assunzioni nel mese e 125mila nel trimestre.

Tipologie contrattuali e mismatch
Il contratto a tempo determinato rimane la formula più utilizzata, coprendo il 56,1% delle assunzioni previste (circa 200mila contratti). Seguono i contratti a tempo indeterminato (81mila), mentre l’apprendistato, insieme ad altre formule, registra percentuali minori.

Il mismatch tra domanda e offerta è particolarmente evidente nei settori metallurgico, delle costruzioni, del legno e mobile, e della meccatronica, con percentuali superiori al 60%. Tra le figure più difficili da reperire vi sono ingegneri (62,5%), tecnici della salute (65,0%) e addetti alla carpenteria metallica (73,9%).

Giovani e immigrati sono una risorsa preziosa
Le imprese programmano per dicembre circa 68mila assunzioni di lavoratori immigrati, pari al 19,1% del totale. La domanda si concentra nei servizi operativi (30,1%), trasporti e logistica (24,9%) e costruzioni (24,1%).

Inoltre, il 29% delle assunzioni di dicembre (103mila posti) è destinato ai giovani sotto i 30 anni, con buone opportunità nei settori finanziario, commerciale e informatico.
A livello geografico, le imprese del Nord Est segnalano le maggiori difficoltà di reperimento (54%), seguite dal Nord Ovest (49,4%), dal Sud e Isole (46,0%) e dal Centro (45,7%).

Brevetti: nel 2023 l’innovazione parte dalla provincia

Lo conferma l’analisi effettuata da Unioncamere e Dintec: non sono le grandi città a guidare la crescita delle domande italiane di brevetto pubblicate nel 2023 dall’EPO (European Patent Office), bensì le province, soprattutto del Nord Italia.
Allargando l’osservazione a tutto il territorio italiano, sono infatti le province a segnare aumenti anche a due cifre nel numero di brevetti pubblicati.

Quanto alle grandi città, sebbene Milano sia da sempre in pole position per numero di brevetti italiani in Europa, nel 2023 registra una lieve flessione del 3,82%, con 698 brevetti pubblicati rispetto ai 726 del 2022.
Bologna, con 26 brevetti in più, e Torino, in leggero aumento (+3), mantengono saldamente la seconda e terza posizione nella classifica per provincia, mentre Roma mostra un lieve rallentamento (-8 brevetti) nella sua capacità innovativa.

La fotografia di una realtà variegata

Considerando solo le province che hanno pubblicato almeno 40 brevetti, nonostante su numeri contenuti, si riscontrano variazioni a due cifre per Alessandria, Monza, Rimini, Ancona, Bari, Modena, Novara, Lucca, Mantova, Chieti, Vicenza, Varese, Udine e Verona.

Il quadrò è quello di una realtà variegata, quindi, tanto più importante in un momento in cui la capacità innovativa del nostro Paese ha mantenuto una crescita moderata, ma costante. Sono, infatti, 4.780 le domande italiane pubblicate dall’EPO lo scorso anno, lo 0,13% in più del 2022.

“L’Italia mantiene un trend di crescita costante”

“Tra il 2015 e il 2023 – commenta il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli – l’Italia ha mantenuto un trend di crescita costante (+33% rispetto al 2015), superando stabilmente le 4.500 domande per il secondo anno consecutivo. Nel 2023, di fatto, si conferma il risultato dell’anno precedente ma emerge una novità: sono in crescita le nuove domande di brevetto che utilizzano tecnologie ‘verdi’, oggi particolarmente importanti per sostenere la transizione ecologica del nostro sistema produttivo”. 

Determinante, comunque, l’apporto delle regioni settentrionali del Paese, dove si registrano variazioni positive per il Nord Ovest (+1,67%) e  il Nord Est (+1,44%). Mezzogiorno (-3,79%) e Centro (-5,62%) registrano un leggero rallentamento.
Il bilancio delle regioni vede comunque in testa Lombardia (1.484 brevetti), Emilia Romagna (829) e Veneto (668), tutte con valori in incremento rispetto all’anno precedente. 

Tecnologie green traiano la ricerca

La parola d’ordine sono le tecnologie green, alle quali nel 2023 sono attribuibili 371 domande di brevetto pubblicate dall’EPO, a fronte delle 290 del 2022.
L’innovazione ‘verde’ passa per le Energie Alternative (+53%), l’Immagazzinamento di Energia (+39%) e i Trasporti (+30%). In crescita anche alcuni ambiti che utilizzano le KET, tecnologie abilitanti ad alta intensità di conoscenza, in particolare, quelle legate alla manifattura avanzata e alla micro e nano elettronica. 

Tra i campi tecnologici, risulta in aumento la capacità di brevettazione italiana nell’ambito delle Tecniche industriali e trasporti, il segmento più diffuso con 1.477 domande di brevetto italiano in Europa nel 2023, la Meccanica e illuminazione (543) e l’Elettricità (404).

Italiani e risparmio: che rapporto c’è oggi? 

L’indagine annuale condotta da Ipsos per Acri, in occasione della 100ª Giornata Mondiale del Risparmio, offre un quadro approfondito di come gli italiani percepiscono e gestiscono il risparmio. Il tema di quest’anno, “1924-2024: Cento anni di cultura del risparmio,” celebra l’importanza del risparmio privato durante un secolo di cambiamenti economici e sociali, analizzando l’evoluzione di questa abitudine nelle diverse generazioni.

Le differenze fra generazioni  

In Italia, la percezione del risparmio è cambiata nel tempo, con un’attenzione crescente alla stabilità economica e alla pianificazione del futuro. Il risparmio è visto dal 38% degli italiani come uno strumento per la tranquillità finanziaria, e tra i Boomers questo dato sale al 46%. I giovani, invece, guardano al risparmio come un mezzo per realizzare obiettivi specifici, con un 63% della GenZ e un 64% dei Millennials che affermano di avere priorità di risparmio diverse rispetto ai loro genitori.

Tuttavia, il 33% degli italiani ritiene di avere minori possibilità di risparmio rispetto alle generazioni passate, citando come cause principali l’aumento del costo della vita (70%) e le sfide del mercato del lavoro (60%).

L’impatto delle condizioni socio-economiche attuali  

Le condizioni economiche in miglioramento, come il calo dell’inflazione e dei tassi di interesse, hanno contribuito a rendere meno pesante il contesto rispetto agli anni passati. Questo ha portato a un aumento della fiducia sia economica che dei consumatori, favorita dagli aumenti salariali e dalla progressiva diminuzione della disoccupazione.

Dal 2018, la percentuale di famiglie che dichiarano un tenore di vita migliore è salita dal 44% al 49%, mentre la soddisfazione generale per la propria situazione economica è passata dal 56% al 64%.

Prospettive future per l’Italia e l’Europa

L’indagine mostra un miglioramento delle aspettative per l’economia globale, anche se persistono dubbi su quella italiana ed europea. La fiducia nell’Unione Europea è in calo tra le generazioni più anziane, mentre i giovani restano più positivi: il 53% dei 18-30enni sostiene l’UE, a fronte del 45% del totale. In ogni caso, il 61% degli italiani è convinto che uscire dall’UE sarebbe un errore.

Il valore comune del risparmio

Il risparmio non è solo percepito come un atto personale, ma anche come un contributo al bene del Paese: tre italiani su quattro lo ritengono importante per il progresso nazionale. Inoltre, la popolazione riconosce il valore delle associazioni di categoria e del Terzo settore nel promuovere la coesione sociale, specie tra i più giovani.

Per gran parte degli italiani, il risparmio rappresenta dunque un mezzo per migliorare non solo la propria vita, ma anche il contesto sociale ed economico del Paese, favorendo una crescita sostenibile e inclusiva.

Perché il lavoro ibrido fa bene alla salute dei dipendenti?

Uno studio condotto da International Workplace Group (Iwg) ha rivelato una chiara correlazione tra il lavoro ibrido e il miglioramento del benessere dei dipendenti. Secondo la ricerca, l’80% dei lavoratori ha riscontrato un netto miglioramento del proprio benessere generale grazie alla maggiore flessibilità.

Il lavoro ibrido, che prevede una combinazione tra lavoro in ufficio, da casa e in spazi di lavoro flessibili, ha ridotto notevolmente il tempo impiegato per gli spostamenti, permettendo ai dipendenti di dedicare più tempo alla cura di sé.

Benefici per la salute fisica e mentale

La ricerca ha evidenziato che il 68% dei lavoratori ha notato miglioramenti nella propria salute fisica grazie al modello ibrido, con oltre la metà che ha incrementato l’attività fisica (54%) e ha dedicato più tempo alla preparazione di pasti sani (58%). Inoltre, il 68% degli intervistati ha riportato un miglioramento del sonno, sentendosi più riposato. Il lavoro ibrido sembra quindi avere un impatto positivo anche sul ritmo di vita quotidiano.

L’evoluzione del modello di lavoro ibrido

Iwg ha evidenziato che, rispetto al periodo precedente alla pandemia, i lavoratori ibridi dedicano più tempo all’attività fisica, con una media di 4,7 ore a settimana contro le 3,4 ore pre-pandemia, e dormono circa sei ore in più al mese. Inoltre, molte aziende stanno promuovendo programmi per incentivare l’attività fisica, come abbonamenti scontati in palestra e programmi di bike-to-work.

La flessibilità offerta dal lavoro ibrido ha migliorato significativamente l’equilibrio tra vita privata e professionale per l’86% dei dipendenti, con una riduzione dello stress per il 78%.

L’importanza del lavoro ibrido per aziende e dipendenti

Secondo il report “HR leaders and hybrid working”, l’86% dei responsabili delle risorse umane riconosce il modello ibrido come uno dei benefit più apprezzati dai dipendenti, oltre a considerarlo un fattore chiave per la fidelizzazione del personale (85%). Il modello è visto positivamente anche per la salute mentale dei lavoratori, con l’88% degli HR leader che ne evidenzia i benefici.

Non sorprende quindi che il 76% dei lavoratori affermi che un ritorno in ufficio a tempo pieno avrebbe un impatto negativo sul loro benessere. Il lavoro ibrido, inoltre, contribuisce a una maggiore produttività, con il 74% dei lavoratori che si sente più produttivo e l’85% che sperimenta una maggiore soddisfazione lavorativa.

Cybersicurezza: solo un terzo delle organizzazioni la sa gestire H24

Nonostante la cybersecurity sia un tema sempre più ‘caldo’, e gli attacchi informatici sempre più diffusi e sofisticati, solo una minoranza di organizzazioni è in grado di garantire una gestione continua della sicurezza.
In pratica, nel settore della sicurezza informatica permangono ancora carenze fondamentali. E a disporre di personale adeguato per garantire una copertura di sicurezza informatica è solamente il 36% delle aziende a livello globale.

Lo evidenzia il rapporto di Trend Micro, dal titolo ‘Underfunded and unaccountable: How a lack of corporate leadership is hurting cybersecurity’.
Il report, condotto su 2.600 decision maker IT in tutto il mondo, di cui 100 nel nostro Paese, sottolinea la difficoltà di molte realtà aziendali nel mantenere standard di sicurezza elevati 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Mancanza di risorse e strategie e non conformità ai quadri normativi

Questa carenza nella sicurezza può avere ripercussioni significative sul grado di protezione dagli attacchi informatici, sempre più allarmanti e frequenti.
Ma se il 35% delle aziende impiega tecniche di attack surface management per valutare i rischi, solo il 34% risulta conforme a quadri normativi consolidati, come il NIST (National Institute of Standards and Technology).

Si tratta di lacune che riflettono una generale mancanza di risorse e strategie adeguate per fronteggiare le minacce in modo efficace. E che lasciano molte organizzazioni vulnerabili a potenziali falle di sicurezza.

Per i vertici aziendali la sicurezza informatica è un compito marginale

Tuttavia, una delle rivelazioni più allarmanti dello studio riguarda la percezione della sicurezza informatica da parte dei vertici aziendali come un compito marginale.

Di fatto, quasi la metà degli intervistati, il 48%, lamenta un disinteresse da parte dei responsabili. Tale disattenzione si traduce in una mancanza di direttive chiare e di investimenti adeguati nella sicurezza, compromettendo l’efficacia delle misure di protezione adottate.

I CdA devono essere coinvolti attivamente nella ricerca di soluzioni

“È importante che i Chief Information Security Officer (CISO) comunichino i rischi informatici con chiarezza, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione e coinvolgendo attivamente i Consigli di Amministrazione – afferma Alessandro Fontana, Country Manager di Trend Micro Italia, come riporta Adnkronos -. Per affrontare al meglio queste sfide, le aziende dovrebbero prendere in considerazione l’adozione di una soluzione integrata. Tale soluzione non solo deve proteggere l’intera superficie di attacco, ma anche permettere un monitoraggio dei rischi in tempo reale e una gestione automatizzata delle criticità. Questo approccio rafforza notevolmente la resilienza dell’organizzazione. Ed è inoltre cruciale che la piattaforma sia integrabile con soluzioni di terze parti, per garantire una protezione completa e una gestione più fluida della sicurezza”.