Italiani e risparmio: che rapporto c’è oggi? 

L’indagine annuale condotta da Ipsos per Acri, in occasione della 100ª Giornata Mondiale del Risparmio, offre un quadro approfondito di come gli italiani percepiscono e gestiscono il risparmio. Il tema di quest’anno, “1924-2024: Cento anni di cultura del risparmio,” celebra l’importanza del risparmio privato durante un secolo di cambiamenti economici e sociali, analizzando l’evoluzione di questa abitudine nelle diverse generazioni.

Le differenze fra generazioni  

In Italia, la percezione del risparmio è cambiata nel tempo, con un’attenzione crescente alla stabilità economica e alla pianificazione del futuro. Il risparmio è visto dal 38% degli italiani come uno strumento per la tranquillità finanziaria, e tra i Boomers questo dato sale al 46%. I giovani, invece, guardano al risparmio come un mezzo per realizzare obiettivi specifici, con un 63% della GenZ e un 64% dei Millennials che affermano di avere priorità di risparmio diverse rispetto ai loro genitori.

Tuttavia, il 33% degli italiani ritiene di avere minori possibilità di risparmio rispetto alle generazioni passate, citando come cause principali l’aumento del costo della vita (70%) e le sfide del mercato del lavoro (60%).

L’impatto delle condizioni socio-economiche attuali  

Le condizioni economiche in miglioramento, come il calo dell’inflazione e dei tassi di interesse, hanno contribuito a rendere meno pesante il contesto rispetto agli anni passati. Questo ha portato a un aumento della fiducia sia economica che dei consumatori, favorita dagli aumenti salariali e dalla progressiva diminuzione della disoccupazione.

Dal 2018, la percentuale di famiglie che dichiarano un tenore di vita migliore è salita dal 44% al 49%, mentre la soddisfazione generale per la propria situazione economica è passata dal 56% al 64%.

Prospettive future per l’Italia e l’Europa

L’indagine mostra un miglioramento delle aspettative per l’economia globale, anche se persistono dubbi su quella italiana ed europea. La fiducia nell’Unione Europea è in calo tra le generazioni più anziane, mentre i giovani restano più positivi: il 53% dei 18-30enni sostiene l’UE, a fronte del 45% del totale. In ogni caso, il 61% degli italiani è convinto che uscire dall’UE sarebbe un errore.

Il valore comune del risparmio

Il risparmio non è solo percepito come un atto personale, ma anche come un contributo al bene del Paese: tre italiani su quattro lo ritengono importante per il progresso nazionale. Inoltre, la popolazione riconosce il valore delle associazioni di categoria e del Terzo settore nel promuovere la coesione sociale, specie tra i più giovani.

Per gran parte degli italiani, il risparmio rappresenta dunque un mezzo per migliorare non solo la propria vita, ma anche il contesto sociale ed economico del Paese, favorendo una crescita sostenibile e inclusiva.

Perché il lavoro ibrido fa bene alla salute dei dipendenti?

Uno studio condotto da International Workplace Group (Iwg) ha rivelato una chiara correlazione tra il lavoro ibrido e il miglioramento del benessere dei dipendenti. Secondo la ricerca, l’80% dei lavoratori ha riscontrato un netto miglioramento del proprio benessere generale grazie alla maggiore flessibilità.

Il lavoro ibrido, che prevede una combinazione tra lavoro in ufficio, da casa e in spazi di lavoro flessibili, ha ridotto notevolmente il tempo impiegato per gli spostamenti, permettendo ai dipendenti di dedicare più tempo alla cura di sé.

Benefici per la salute fisica e mentale

La ricerca ha evidenziato che il 68% dei lavoratori ha notato miglioramenti nella propria salute fisica grazie al modello ibrido, con oltre la metà che ha incrementato l’attività fisica (54%) e ha dedicato più tempo alla preparazione di pasti sani (58%). Inoltre, il 68% degli intervistati ha riportato un miglioramento del sonno, sentendosi più riposato. Il lavoro ibrido sembra quindi avere un impatto positivo anche sul ritmo di vita quotidiano.

L’evoluzione del modello di lavoro ibrido

Iwg ha evidenziato che, rispetto al periodo precedente alla pandemia, i lavoratori ibridi dedicano più tempo all’attività fisica, con una media di 4,7 ore a settimana contro le 3,4 ore pre-pandemia, e dormono circa sei ore in più al mese. Inoltre, molte aziende stanno promuovendo programmi per incentivare l’attività fisica, come abbonamenti scontati in palestra e programmi di bike-to-work.

La flessibilità offerta dal lavoro ibrido ha migliorato significativamente l’equilibrio tra vita privata e professionale per l’86% dei dipendenti, con una riduzione dello stress per il 78%.

L’importanza del lavoro ibrido per aziende e dipendenti

Secondo il report “HR leaders and hybrid working”, l’86% dei responsabili delle risorse umane riconosce il modello ibrido come uno dei benefit più apprezzati dai dipendenti, oltre a considerarlo un fattore chiave per la fidelizzazione del personale (85%). Il modello è visto positivamente anche per la salute mentale dei lavoratori, con l’88% degli HR leader che ne evidenzia i benefici.

Non sorprende quindi che il 76% dei lavoratori affermi che un ritorno in ufficio a tempo pieno avrebbe un impatto negativo sul loro benessere. Il lavoro ibrido, inoltre, contribuisce a una maggiore produttività, con il 74% dei lavoratori che si sente più produttivo e l’85% che sperimenta una maggiore soddisfazione lavorativa.

Cybersicurezza: solo un terzo delle organizzazioni la sa gestire H24

Nonostante la cybersecurity sia un tema sempre più ‘caldo’, e gli attacchi informatici sempre più diffusi e sofisticati, solo una minoranza di organizzazioni è in grado di garantire una gestione continua della sicurezza.
In pratica, nel settore della sicurezza informatica permangono ancora carenze fondamentali. E a disporre di personale adeguato per garantire una copertura di sicurezza informatica è solamente il 36% delle aziende a livello globale.

Lo evidenzia il rapporto di Trend Micro, dal titolo ‘Underfunded and unaccountable: How a lack of corporate leadership is hurting cybersecurity’.
Il report, condotto su 2.600 decision maker IT in tutto il mondo, di cui 100 nel nostro Paese, sottolinea la difficoltà di molte realtà aziendali nel mantenere standard di sicurezza elevati 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Mancanza di risorse e strategie e non conformità ai quadri normativi

Questa carenza nella sicurezza può avere ripercussioni significative sul grado di protezione dagli attacchi informatici, sempre più allarmanti e frequenti.
Ma se il 35% delle aziende impiega tecniche di attack surface management per valutare i rischi, solo il 34% risulta conforme a quadri normativi consolidati, come il NIST (National Institute of Standards and Technology).

Si tratta di lacune che riflettono una generale mancanza di risorse e strategie adeguate per fronteggiare le minacce in modo efficace. E che lasciano molte organizzazioni vulnerabili a potenziali falle di sicurezza.

Per i vertici aziendali la sicurezza informatica è un compito marginale

Tuttavia, una delle rivelazioni più allarmanti dello studio riguarda la percezione della sicurezza informatica da parte dei vertici aziendali come un compito marginale.

Di fatto, quasi la metà degli intervistati, il 48%, lamenta un disinteresse da parte dei responsabili. Tale disattenzione si traduce in una mancanza di direttive chiare e di investimenti adeguati nella sicurezza, compromettendo l’efficacia delle misure di protezione adottate.

I CdA devono essere coinvolti attivamente nella ricerca di soluzioni

“È importante che i Chief Information Security Officer (CISO) comunichino i rischi informatici con chiarezza, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione e coinvolgendo attivamente i Consigli di Amministrazione – afferma Alessandro Fontana, Country Manager di Trend Micro Italia, come riporta Adnkronos -. Per affrontare al meglio queste sfide, le aziende dovrebbero prendere in considerazione l’adozione di una soluzione integrata. Tale soluzione non solo deve proteggere l’intera superficie di attacco, ma anche permettere un monitoraggio dei rischi in tempo reale e una gestione automatizzata delle criticità. Questo approccio rafforza notevolmente la resilienza dell’organizzazione. Ed è inoltre cruciale che la piattaforma sia integrabile con soluzioni di terze parti, per garantire una protezione completa e una gestione più fluida della sicurezza”.

Auto diesel, cala la richiesta di auto nuove, ma cresce quella dell’usato

E’ un dato di fatto che il diesel sia sempre meno richiesto nell mercato delle auto nuove. Tutta un’altra storia è invece  il settore delle vetture di seconda mano. Secondo un recente studio condotto da Carfax, oltre la metà degli italiani che acquistano un’auto usata continua a preferire il diesel.

Ciò evidenzia come, nonostante le restrizioni alla circolazione in diverse città e la ridotta offerta di nuovi modelli, il legame tra gli italiani e le auto a gasolio resti solido.

La situazione nel mercato del nuovo

Le auto diesel stanno registrando un netto calo nelle vendite nel settore delle vetture nuove. Questo fenomeno è dovuto sia alla riduzione dell’offerta da parte dei produttori, sia alle limitazioni ambientali sempre più diffuse. I dati più recenti forniti da UNRAE confermano questa tendenza, con una significativa diminuzione delle immatricolazioni di veicoli a gasolio.

Tuttavia, mentre nel nuovo le auto diesel perdono terreno, nel mercato dell’usato la situazione è completamente diversa.

Preferenze nel mercato dell’usato

Secondo i dati Carfax relativi al primo semestre del 2024, il 52% degli italiani che acquista un’auto di seconda mano sceglie il diesel. Al contrario, solo il 34% preferisce un’auto a benzina, il 5% opta per una vettura ibrida e appena l’1% si orienta verso un’elettrica.

La tendenza potrebbe essere legata alla scarsa disponibilità di nuovi modelli diesel, spingendo chi percorre molti chilometri, o chi non vive in aree con restrizioni, verso il mercato dell’usato. Le auto diesel usate più richieste hanno mediamente 9 anni, contro gli 11 anni delle vetture a benzina, e hanno percorso una distanza maggiore (130.000 km contro 97.000 km).

Le marche più gettonate e le caratteristiche dei veicoli

Nel mercato delle auto usate diesel, dominano i marchi tedeschi. BMW è il brand più richiesto (12%), seguita da Mercedes (11%), FIAT (9%), Audi (8%) e Volkswagen (7%). Dal punto di vista storico, il 40% di queste vetture ha subito almeno un incidente, mentre l’8% ha trascorso un periodo all’estero. Un piccolo 2% ha un chilometraggio inferiore a quello reale, e l’1% ha avuto un passato come auto a noleggio.

Tendenze internazionali

Il legame con il diesel non è solo italiano. In Spagna, ad esempio, il 51% degli acquirenti di auto usate sceglie il diesel, mentre in Paesi del Nord Europa come Olanda e Svezia, le preferenze si spostano su benzina, ibride ed elettriche.

GenZ e mobilità: come si spostano i giovani?

Per il 60% dei giovani della GenZ avere un mezzo proprio equivale a un risparmio di tempo, e per il 66% possedere una macchina è il modo migliore per viaggiare in libertà. Tra chi possiede un mezzo, il 66% lo possiede ‘personalmente’ e il 34% come ‘familiare’.

Secondo uno studio condotto da BVA Doxa in collaborazione con gli studenti del corso di Scienze della comunicazione – Marketing e Digital Media dell’Università LUMSA di Roma, il 75,8% dei giovani si sposta a piedi e il 69,5% utilizza autovetture a 4 ruote di proprietà. La terza modalità più utilizzata riguarda i mezzi pubblici (53%)
Chi si sposta a piedi lo fa specialmente per comodità (49,7%), per una questione relativa all’ambiente (35,9%) e perché rappresenta una scelta ecologica (31,2%).

La bici è più usata dello scooter 

Chi utilizza mezzi di proprietà lo fa soprattutto per comodità (59,1%), lunghezza del percorso (46,2%), ottimizzare i tempi (45,6%), spostarsi con più persone (34,6%), e sicurezza (20,1%).
Il mezzo a due ruote più selezionato è la bicicletta (39,1%), al quarto posto tra i mezzi citati, con grande distacco da moto (8,3%) e scooter a benzina (7,7%), entrambi preceduti dal monopattino elettrico (10,5%) e dalla bicicletta elettrica (9,9%).

Chi usa l’automobile lo fa 5 giorni su 7, mentre scooter e moto con motore a benzina vengono usati tra 3 e 4 giorni a settimana.
I giovani pensano poi che l’auto si presti meglio ‘all’elettrificazione’ (35,9%) rispetto allo scooter (22,8%), nonostante siano poco motivati all’acquisto per via dei costi molto alti.

Sostenibilità: una scelta “a parole”

Sebbene si registri un interesse dichiarato verso la sostenibilità non è particolarmente frequente l’adozione di soluzioni di mobilità a favore della tutela dell’ambiente.
Questo è dovuto al fatto che non si sente realmente il bisogno di cambiare le proprie abitudini di spostamento, i prezzi per l’acquisto di vetture elettriche sono elevati, mancano le infrastrutture e l’organizzazione necessarie a rendere effettive queste scelte.

In alcune grandi città sono presenti soluzioni di mobilità green, tuttavia, non sembrano sufficienti. Inoltre, i giovani si mostrano propensi all’utilizzo di mezzi di trasporto sostenibili a condizione che siano disponibili e accessibili a tutti.

Per un futuro green… c’è tempo

Quanto alla mobilità in senso lato, tutti sperano in un miglioramento a 360° del servizio: miglior accessibilità, maggiori collegamenti, più puntualità, più sicurezza e minor costo. E si aspettano un incremento del car sharing perché in questo modo anche le auto elettriche si renderebbero accessibili a tutti.
L’idea di mobilità futura è tecnologica, all’avanguardia, ecologica, pulita, nonostante alla base sia presente una visione pessimistica.

Insomma, nel futuro la GenZ immagina una mobilità sempre più sostenibile, ma oggi all’atto pratico, non effettua molte scelte nel rispetto dell’ambiente.
Viene data precedenza ad autonomia, indipendenza e comfort nell’utilizzo di un mezzo di proprietà, invece che utilizzare i mezzi pubblici o mezzi definiti ‘green’.

Care vacanze: per 16 milioni di italiani non più di 7 giorni

Quest’anno saranno 16 milioni gli italiani, il 27% della popolazione, che andranno in ferie per non più di 7 giorni, e 29 milioni, circa il 50%, quelli che invece potranno godere di vacanze superiori alla settimana.
Secondo il Centro Studi di Conflavoro, in diminuzione del 3% saranno anche coloro che nei mesi estivi si potranno permettere una gita di fine settimana. Il 57% delle famiglie che si recheranno in vacanza per non più di una settimana sono residenti nel Sud Italia, il 25% al Centro e il 18% al Nord 

“Le vacanze estive sono già iniziate e i primi dati non sono certamente incoraggianti – afferma Sandro Susini, direttore del Centro Studi di Conflavoro -. Sarà colpa del tempo, delle temperature sotto la media stagionale, delle votazioni che si sono tenute recentemente o dei costi troppo elevati nei luoghi di villeggiatura, ma pare proprio che il turismo estivo sia partito molto a rilento”.

Un terzo delle presenze tra giugno e agosto sono straniere

Il Centro Studi di Conflavoro stima il settore in flessione del 2% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

“Eppure, l’industria del turismo italiano prevede quasi 220 milioni di presenze tra giugno e agosto, con un incremento di quasi il 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Oltre un terzo (39%), sono i turisti che arriveranno dall’estero – aggiunge Susini -. Ma non è tutto oro ciò che luccica, infatti, a causa degli aumenti dei prezzi, ci saranno famiglie che, pur non rinunciando alle ferie, si troveranno costrette a ridurre il periodo di vacanza a non più di una settimana”.

Una settimana di ferie costa 615 euro

La spesa media pro capite per una settimana di ferie è stimata su 615 euro, +22% rispetto all’anno precedente. Intorno a 1.150 euro, invece, è la spesa dei turisti provenienti dall’estero.

Anche per quanto riguarda la spesa media pro-capite per una settimana si registra un notevole divario fra gli italiani. Quelli che abitano nel Nord Italia sono disposti a spendere fino a 740 euro, al Centro 630 euro e 480 euro al Sud.
Quanto all’età anagrafica, le persone fino a 30 anni hanno un budget settimanale di 450 euro, fra 31 e 60 anni 800 euro e 595 euro gli over61.

Aumentano i prezzi anche all’estero

“Gli aumenti di prezzo sono dovuti principalmente al costo delle strutture ricettive, che annotano fino al 23% di incremento rispetto al 2023, ai servizi spiaggia (+11%) e ai trasporti (+26%). Una vacanza di 7 giorni – sottolinea  Susini, come riporta AGI – costerà dal 20% fino al 25% in più rispetto all’estate scorsa. Anche le mete estere a causa degli aumenti del costo dei traghetti e dei voli non sono più convenienti, e gli italiani, in controtendenza con il 2023, preferiscono rimanere in Italia, riducendo del 4% i viaggi all’estero”.

Cambiare lavoro: i motivi delle (grandi) dimissioni in Italia

Secondo il sondaggio ‘New Year, New Career’ di Monster.com, nel 2023 il 96% dei lavoratori italiani era alla ricerca di una nuova posizione lavorativa. Inoltre, secondo gli ultimi dati del Ministero del Lavoro riguardanti le comunicazioni obbligatorie, nel 2022 sono state registrate quasi 2,2 milioni di dimissioni, +13,8% rispetto al milione e 930mila del 2021.

Ma quali sono le ragioni principali che spingono gli italiani  a cambiare lavoro? Secondo lo studio di Monster, la necessità di un reddito più alto (40%), disoccupazione (35%), mancanza di opportunità di crescita (34%), e un ambiente lavorativo tossico (25%).
Se l’idea di abbandonare il proprio impiego spesso è pervasa da una serie di paure, tuttavia, uscire dalla propria zona di comfort può portare a nuove possibilità di crescita e realizzazione. 

Come riconoscere un’azienda “tossica”

Emergono infatti nuovi modelli di aziende che pongono il benessere e la crescita dei dipendenti al centro delle proprie azioni, creando un ambiente di lavoro sano e virtuoso. Al contrario, un contesto lavorativo tossico, può avere pesanti ripercussioni sulla vita dei lavoratori.

Ma come riconoscere un’azienda tossica?
“Spesso – spiega Alessandro Da Col, top voice di LinkedIn e co-fondatore dell’Accademia Crescita Personale Meritidiesserefelice -, le atmosfere tossiche derivano da una direzione inadeguata. Un leader efficace non solo interviene prontamente di fronte ai comportamenti dannosi per il team, ma agisce anche da modello, motivando e ispirando in maniera autentica”.
Comunicare efficacemente e sviluppare lo spirito di gruppo con azioni di team building sono aspetti fondamentali.

Parole d’ordine: coinvolgere e condividere

“È importante anche agire equamente e con la massima trasparenza, condividendo sempre, nei singoli team, le informazioni, trasmettendo il proprio know-how ai neoassunti, rispettando le proprie mansioni – aggiunge il co-fondatore, Alessandro Pancia – e mantenendo una chiara separazione tra la sfera professionale e quella personale”.

Se poi il dipendente commette un errore, soprattutto se involontario e di entità minima, non deve essere mobbizzato, ma avere l’occasione di correggere il danno arrecato all’azienda.
“Emarginare un lavoratore – conferma Da Col – può innescare dinamiche negative, sia perché le persone che lavorano in azienda non vengono valorizzate, sia perché possono nascere rivalità e conflitti tra colleghi”.

Una sana cultura del fallimento

Dunque, è fondamentale mettere in pratica una sana cultura del fallimento, e al tempo stesso, dare un giusto riconoscimento in caso di successo.
Riguardo agli orari, occorre rispettare la separazione tra lavoro e vita privata, il diritto alla disconnessione nelle ore notturne e nei giorni festivi.

In un ambiente di lavoro stimolante, il rust-out, la mancanza di slancio e stimoli quando si devono affrontare nuovi progetti e nuove mansioni, dev’essere ridotto al minimo, anche se si svolge un lavoro ripetitivo.
“In questo caso – commenta Pancia -, il segreto sta, innanzitutto, nell’affrontare il problema con il proprio capo e, successivamente, iniziare a svolgere compiti meno noiosi”.

Italiani e sostenibilità: anche il packaging influenza le scelte d’acquisto

Come cambiano i comportamenti di consumi degli italiani, sempre più sensibili alla salute, alla nutrizione e alla sostenibilità? E quanto influisce il packaging sulle scelte di acquisto? Queste nuove tendenze sono state esplorate dall’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio Packaging del Largo Consumo di Nomina, presentato durante il Cibus, il 22° Salone Internazionale dell’Alimentazione.

Lo studio si è focalizzato sui comportamenti di consumo degli italiani, sempre più sensibili alla salute, alla nutrizione e alla sostenibilità, con particolare attenzione al ruolo del packaging.

Gli italiani spendono “con prudenza” per il caro prezzi

Nonostante una moderazione dell’inflazione, gli italiani continuano a gestire le proprie spese con prudenza. L’88% ha adottato strategie di risparmio per fronteggiare l’aumento dei prezzi, prediligendo l’acquisto di prodotti in promozione e tagliando le spese superflue.

L’attenzione verso la riduzione degli sprechi e la salute sta influenzando il carrello della spesa, che nel 2024 diventa sempre più orientato verso alimenti sobri, sani e sostenibili. 

Cresce l’interesse verso prodotti salutari e “senza”

Il 46% degli italiani ritiene che l’alimentazione incida sul proprio stato di salute fisica e mentale, mentre il 50% sceglie cibi salutari per sentirsi bene con se stessi e prevenire malattie.

In Italia, la domanda di prodotti alimentari free from è in aumento, trainata soprattutto dai prodotti senza zuccheri aggiunti. Gli italiani mostrano anche interesse per i prodotti arricchiti, come quelli con aggiunta di proteine. Inoltre, l’attenzione verso la sostenibilità si riflette anche nei prodotti healthy food, come quelli vegani e vegetariani. Le certificazioni e l’uso responsabile delle risorse sono criteri fondamentali per i consumatori.

La sostenibilità è un criterio importante per il 62% dei consumatori

La sostenibilità è un criterio importante per il 62% degli italiani nelle scelte di acquisto, influenzando anche i comportamenti di spesa. Il packaging gioca un ruolo cruciale: per il 66% degli italiani, è determinante nella scelta di cibi e bevande, e per il 50% contribuisce a rendere il prodotto più rispettoso dell’ambiente.

Quali sono le caratteristiche green più ricercate?

Le caratteristiche di sostenibilità più ricercate sono la riduzione dell’imballaggio, la riciclabilità e la compostabilità del packaging. Anche le informazioni nutrizionali e la presenza di certificazioni sono importanti per i consumatori.

La ricerca di Nomisma ha evidenziato che gli italiani cercano principalmente due caratteristiche nei prodotti alimentari benefici per la salute: la presenza di specifici ingredienti e l’assenza di altri. Gli alimenti free from e quelli arricchiti sono sempre più presenti nel carrello degli italiani, soprattutto tra le donne e i giovani sotto i 45 anni.

Contratti e lavoro: in Italia previste 446mila assunzioni ad aprile 2024

Uno scenario delineato dal Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e ministero del Lavoro e delle Politiche sociali: ad aprile 2024 sono oltre 446mila i contratti di assunzione di durata superiore a un mese o a tempo indeterminato programmati dalle imprese.

Le piccole imprese con meno di 50 dipendenti programmano il 64,5% del totale, le medie imprese il 18,9% e le medio grandi il restante 16,6%.
Per il trimestre aprile-giugno le assunzioni ammontano a più di 1,5 milioni, +0,7% rispetto ad aprile 2023 (circa 3mila unità), ma -3,0% (oltre 46mila unità) sul corrispondente trimestre dell’anno passato.

Industria, circa 121mila contratti; Servizi 325mila

Sotto il profilo settoriale, l’industria complessivamente prevede circa 121mila assunzioni (+16mila rispetto ad aprile 2023) e circa 400mila nel trimestre aprile-giugno (-6mila), grazie soprattutto alle entrate programmate dal comparto delle costruzioni (43mila nel mese e 143mila nel trimestre).

I servizi prevedono ad aprile 325mila assunzioni (-13mila) e oltre 1,1 milione nel trimestre (-41mila). Tra i servizi il flusso di assunzioni più consistente riguarda la filiera turistica, con 105mila contratti da attivare ad aprile e 391mila entro giugno.
Seguono commercio (oltre 63mila nel mese e 207mila nel trimestre) e servizi alle persone (45mila, 173mila).

Ma è difficile da reperire il 47,8% del personale

Ad aprile è difficile da reperire il 47,8% del personale ricercato dalle aziende, +2,6% rispetto a un anno fa.

Tra le figure di più difficile reperimento il Borsino delle professioni del Sistema Informativo Excelsior evidenzia ingegneri (62,5% di difficile reperimento), analisti e specialisti nella progettazione di applicazioni (55,7%), tecnici in campo ingegneristico (70,0%) e tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi (66,2%), addetti agli sportelli (51,7%), professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali (55,3%), operatori per la cura estetica (55,1%), fabbri costruttori di utensili (78,9%), operai specializzati del tessile-abbigliamento (70,9%) e operai alle macchine automatiche e semiautomatiche per lavorazioni metalliche (60,4%).

La necessità di manodopera straniera

Circa 88mila assunzioni programmate nel mese, pari al 19,8% del totale, riguarda la domanda di lavoratori immigrati. 
I settori economici che hanno maggiore necessità di manodopera straniera sono quelli dei servizi operativi di supporto a imprese e persone (34,4% delle assunzioni), servizi di trasporto, logistica e magazzinaggio (30,3%), costruzioni (28,6%), metallurgia (21,2%) e legno-arredo (20,1%).

A livello territoriale si evidenzia come il flusso delle entrate previste ad aprile nelle regioni del Nord risulti in crescita rispetto allo stesso mese del 2023 (+12mila unità per il Nord-Ovest e + 11mila per il Nord-Est), a fronte di una tendenza negativa per il Centro e il Mezzogiorno (-9mila e -11mila).

Banda ultralarga e aziende alimentari: fatturato in crescita per il 44%

Quasi l’80% delle aziende del comparto alimentare con accesso alla banda ultralarga evidenzia un miglior controllo dei processi di produzione, il 72% una maggiore efficienza, e il 61% un migliore controllo di qualità e sicurezza. E quasi la metà di queste aziende, il 44%, dichiara di avere chiuso il 2023 con una prospettiva di fatturato in crescita, staccando le imprese non connesse di ben 20 punti percentuali.

È quanto emerge da una ricerca commissionata da EOLO, il fornitore di connettività tramite tecnologia FWA e prima B Corp del settore delle telecomunicazioni in Italia, a Community Research&Analysis, sotto la direzione scientifica del professor Marini dell’Università degli Studi di Padova.

Un volano per la crescita economica del Paese 

La banda ultralarga è senz’altro un volano per la crescita economica del Paese, e il settore alimentare non fa eccezione.
Considerando tutti i dati presi in esame dalla ricerca, le aziende non connesse tendono a minimizzare gli effetti della connettività sulla propria attività. Infatti, chi non dispone della banda ultralarga è meno incline a valutarne l’impatto positivo, con differenziali negativi che toccano anche i 25 punti percentuali.

Un esempio è la gestione efficiente della catena di fornitura.
In questo caso, la banda ultralarga gioca un ruolo fondamentale per le aziende già connesse (75%), ma meno della metà delle realtà non connesse è dello stesso avviso.

Le aziende connesse investono di più

Un’ulteriore evidenza dei benefici della banda ultralarga per le aziende del settore si riscontra anche nelle previsioni di investimenti.

Quasi il 20% delle aziende non connesse prospetta una riduzione degli investimenti nella propria attività, una percentuale simile a coloro che intendono invece aumentarli (22,9%).
Tra le aziende connesse questi numeri migliorano sensibilmente. Le previsioni di investimenti in aumento raggiungono il 27,6%, mentre solo il 14% del campione si attende una contrazione.

“La soluzione migliore per raggiungere i territori a bassa densità di popolazione”

“La connettività è un driver di sviluppo fondamentale per il Paese, permettendo alle aziende di crescere e diventare più competitive – ha sottolineato Andrea Pelizzaro, chief sales officer di EOLO -. Per rendere sempre più aree del Paese connesse, la tecnologia di EOLO gioca un ruolo cruciale, perché rappresenta la soluzione migliore per raggiungere i territori a bassa densità di popolazione. È infatti in queste aree che si concentrano molte piccole e medie imprese anche nel settore alimentare, che non potendo accedere alla banda ultralarga si trovano a competere in una situazione di svantaggio”.