Sempre meno prestiti alle piccole imprese

Nel mese di marzo di quest’anno i finanziamenti bancari alle Pmi sono scesi del 2,3% rispetto allo stesso periodo del 2018. Un trend negativo che dura ormai da 7 anni. Dal 2012 il volume dei prestiti alle aziende con meno di 20 addetti è sceso costantemente, un risultato solo in parte “riconducibile alla qualità della domanda e al livello di rischiosità di questi soggetti – spiega il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo -. Anche a parità di rischio, infatti, i tassi di interesse applicati alle imprese minori sono in media superiori di 300 punti base di quelli pretesi alle aziende di grandi dimensioni”.

Diversamente, sono pressoché annullate le differenze tra gli interessi richiesti alle micro aziende più vulnerabili rispetto a quelle più affidabili.

Per erogare il prestito gli istituti di credito devono assumersi costi fissi molto elevati

Una condotta, quella praticata degli istituti di credito nei confronti delle piccole e piccolissime imprese, che secondo la Cgia, lascia trasparire una volontà ben precisa. “Quando una micro impresa si rivolge a una banca per ottenere un finanziamento, nella stragrande maggioranza dei casi quest’ultimo ha una dimensione economica molto contenuta – evidenzia il Segretario della Cgia, Renato Mason -. Se in prima battuta sembra una richiesta facilmente solvibile, successivamente si scopre che per redigere l’istruttoria ed erogare il prestito gli istituti di credito devono assumersi dei costi fissi molto elevati, che riducono al minimo i margini di profitto di questa operazione”. Questa, indica Mason, “è la ragione che ha spinto molte banche, soprattutto di livello nazionale, a chiudere i rubinetti del credito alle micro aziende. E senza liquidità, molti artigiani e altrettanti piccoli imprenditori si sono trovati in gravi difficoltà”.

I piccoli imprenditori del Nord finiscono nella rete dei criminali

Secondo l’Ufficio studi della Cgia, inoltre, non è da escludere che a seguito della significativa diminuzione dell’offerta di credito avvenuta in questi ultimi anni, molti piccoli imprenditori, soprattutto al Nord, siano finiti tra le braccia delle organizzazioni criminali di stampo mafioso. riporta Adnkronos. Realtà, queste ultime, sempre molto disponibili a “soccorrere” chi si trova a corto di liquidità. Un problema secondo la Cgia che sta assillando, in particolar modo, le attività del comparto casa (edili, dipintori, elettricisti, idraulici, installatori impianti, serramentisti), che con l’entrata in vigore del Decreto crescita rischiano di subire un ulteriore danno economico.

Il Decreto crescita danneggia le attività del comparto casa?

Se da un lato questa decisione può rimettere in moto con forza l’economia del comparto casa, visto che consente al committente di beneficiare di uno sconto del 50% sul corrispettivo dovuto, “dall’altro rischia di penalizzare le imprese che hanno realizzato l’intervento – sottolinea la Cgia – visto che potranno incassare la metà del corrispettivo attraverso la compensazione fiscale entro i successivi 5 anni”. È evidente, prosegue la Cgia, “che una grande azienda può far fronte a questo meccanismo, ma chi non dispone di liquidità, come la stragrande maggioranza delle aziende artigiane del settore edile e dell’installazione degli impianti, rischia di dover rinunciare alla commessa, non potendo sostenere, e anticipare, una buona parte delle spese necessarie per realizzare l’opera”.

Tra giugno e luglio previsti 934mila ingressi nel mercato del lavoro

Tra i mesi di giugno e luglio 2019 dovrebbero essere quasi 934mila i nuovi ingressi previsti nel mercato del lavoro. Secondo le previsioni di assunzione programmate dagli imprenditori italiani, 2 assunzioni su 3, pari al 66% del totale, riguarderanno un’occupazione all’interno di una piccola impresa, con meno di 50 dipendenti. Soprattutto al Sud, che farà segnare il maggior numero di neo assunti, 258.200, pari al 27,6% del totale. A rilevarlo è l’Ufficio studi della CGIA, che ha elaborato i risultati emersi dall’indagine periodica condotta sugli imprenditori italiani da Unioncamere-Anpal, tramite il Sistema Informativo Excelsior.

Maggior richiesta nel settore dei servizi, prima regione la Lombardia

Il 72,5% del totale dei lavoratori in entrata sarà occupato nel settore dei servizi, che richiederà 677.550 addetti, il 20% nell’industria, con 186.580 unità previste, e il rimanente 7,5% sarà occupato nel settore delle costruzioni, con 69.890 lavoratori. A livello regionale sarà la Lombardia ad assicurare le maggiori opportunità di impiego (165.400), seguita dal Lazio (88.190), e il Veneto (87.950). Tra le province, invece, a offrire maggiori opportunità di impiego sarà Milano, con 70.240 nuovi ingressi richiesti, seguita  da Roma (69.590) e Napoli (32.340).

Nell’industria l’offerta più elevata è nelle Marche

Nell’industria troveranno una nuova occupazione 186.580 addetti, pari al 20% del totale dei nuovi assunti.  E le regioni dove l’offerta sarà più elevata sono le Marche, con il 33,2% del totale delle assunzioni previste, il Friuli Venezia Giulia (29,7%) e il Veneto (28,9%). A livello provinciale, il 90,9% dei nuovi assunti sarà a Vibo Valentia, e troverà un’occupazione in una piccola impresa con meno di 50 dipendenti. In nessun altra provincia italiana l’incidenza percentuale sarà così elevata. A Nuoro, che si colloca al secondo posto a livello nazionale, la soglia si attesta all’87,2%, e a Cosenza all’86,8%.

A livello provinciale, Sassari prima per i servizi e Pordenone per l’industria

A livello provinciale la prima realtà territoriale per nuovi ingressi nel settore dei servizi sarà Sassari, che prevede di coprire il 90,1% del totale delle assunzioni, seguita da Aosta, con 88,5%, e Rimini e Roma, entrambe con l’88,3% del totale.

Per quanto riguarda le assunzioni nell’industria, le più interessate saranno Pordenone (54,9% delle assunzioni totali) Prato (54,4%) e Vicenza (47,9%). E per quanto riguarda il comparto delle costruzioni, si distinguono le province del Sud, con Caltanissetta al primo posto (21,1% del totale), seguita da Potenza (17,5%), Enna e L’Aquila, entrambe con il 16,8% delle richieste previste.

 

Genitori e figli, su Facebook interagiscono attivamente

Su Facebook genitori e figli sono molto simili, non si limitano a condividere momenti della propria vita, ma utilizzano il social per coltivare i propri interessi, rimanere aggiornati sulle news, e mantenersi in contatto con amici e familiari. Facebook, poi, è anche uno strumento per coltivare le relazioni all’interno della famiglia, e sono pochissimi i figli che hanno deciso di togliere l’amicizia a mamma e papà. Al più si limitano a cancellare un commento che li imbarazza o a rifiutare un tag. Insomma, su Facebook i mondi di genitori e figli si incontrano, e interagiscono attivamente.

Controllare i figli su Facebook, ma senza esagerare

Si tratta dei risultati di un’indagine condotta da Doxa e commissionata da Facebook sul rapporto tra genitori e figli sui social. Secondo l’indagine, riporta Ansa, la maggior parte dei genitori connessi con i figli su Facebook ovviamente è interessata a sapere cosa fanno e come stanno, controllando ciò che pubblicano, commentando le foto dei figli e condividendo i loro post. Ma per fortuna sono pochi i genitori che commentano post di sconosciuti se i loro figli sono taggati, o che dichiarano di aver scoperto qualcosa che non sapevano dei figli tramite Facebook. E sono pochissimi quelli che compiono indagini sui figli interpellando i loro amici.

Generazioni diverse, interessi simili

Seguire gruppi, fare gli auguri e rimanere in contatto con gli amici sono le attività su Facebook che accomunano genitori e figli. Molto usata sia dai genitori sia dai figli è anche la funzione per verificare se una persona cara sta bene in caso di disastri, terremoti o incidenti. Inoltre, hobby, viaggi, acquisti e vendite, salute e benessere sono i temi più seguiti da entrambi, anche se ai figli interessano molto anche sport, fitness, moda e stile.

Unica differenza, la ricerca del consenso attraverso i like: se il 40% dei figli rimane deluso se ciò non avviene, questo importa solo al 18% dei genitori.

I papà commentano i fatti di attualità, le mamme più interessate all’aspetto ludico

Sia i papà sia le mamme utilizzano Facebook per tenersi aggiornati sull’attualità, ma le mamme sono più interessate dei papà all’aspetto ludico, mentre sono soprattutto questi ultimi che postano su ciò che gli accade nella quotidianità e commentano i fatti di attualità. Anche in questo caso, genitori e figli risultano accomunati dagli stessi comportamenti: l’88% dei genitori usa Facebook per tenersi aggiornato sull’attualità, e fa lo stesso l’89% dei figli,

il 56% dei genitori (59% dei papà) commenta i fatti di attualità, idem per il 59% dei figli, il 91% delle mamme guarda video, contro l’80% dei papà, e l’89% dei figli.

Targa personalizzata anche per le auto italiane

Negli Usa, si sa, ci si può imbattere in targhe di ogni genere, ma ora anche in Italia si sta pensando alla possibilità di introdurre la targa personalizzata per le auto. L’ipotesi è allo studio del Ministero delle infrastrutture e trasporti all’interno della strategia complessiva in materia di circolazione stradale. L’indicazione arriva da una nota a piè pagina del Programma nazionale di riforma (Pnr) allegato al Def, che indica, oltre a contrastare il fenomeno dell’esterovestizione delle targhe, anche all’introduzione della cosiddetta targa personalizzata.

“È intenzione del Mit – si legge nel documento – dettare regole puntuali per consentire, nel rispetto delle codificazioni alfanumeriche esistenti, l’emissione di targhe connotate da sequenze di elementi personalizzanti anche al fine di incentivarne la portabilità”.

Impedire la circolazione di veicoli con targa straniera che eludono il fisco

Il tema delle targhe da mesi è al centro dell’attività del Mit, che innanzitutto ha preso di mira il fenomeno dell’esterovestizione delle targhe, ovvero, la circolazione in Italia di veicoli con targa straniera al fine di eludere il fisco. In questo modo, infatti, riporta Ansa, si evitano di pagare bollo e assicurazione, e nemmeno eventuali multe. Con la modifica dell’articolo 93 del codice della strada si è quindi posto fine a questo fenomeno, ed è stato vietato a chi ha stabilito la residenza in Italia da oltre 60 giorni di circolare con un veicolo immatricolato all’estero.

Già prevista dalla riforma del Codice della Strada del 2010

Si sta poi lavorando anche per chiudere il percorso della portabilità della targa, poiché di fatto la targa personale in Italia esiste già da quasi un decennio. La riforma del Codice della Strada del 2010 prevedeva infatti la circolazione di targhe personalizzate, ma il regolamento attuativo non è mai arrivato. Ora invece si sta operando per dare attuazione all’articolo 100, comma 3-bis, del codice. La personalizzazione della targa consentirebbe infatti all’Italia di allinearsi ad una pratica già possibile in molti paesi. A partire dagli Usa, che vantano 9,7 milioni di veicoli con una targa personalizzata, detta vanity plate.

Dalla coda alfanumerica agli emoticon

Lo Stato Usa dove se ne fanno di più è la Virginia, probabilmente per l’economicità della pratica, appena 10 dollari a fronte degli oltre 100 chiesti da Whashington DC. Anche in Germania, con una sovrattassa di circa 10 euro si può avere una targa personalizzata, scegliendo la coda alfanumerica dopo la sigla identificativa del circondario. Negli Emirati Arabi, dove le targhe normali hanno 5 numeri, si possono scegliere particolari combinazioni o meno di 5 numeri, ma ridurre i numeri comporta un esborso maggiore. E in Australia, lo Stato del Queensland ha da poco introdotto anche la possibilità di aggiungere un emoticon. Le faccine per ora sono solo 5, e tutte sorridenti.

Cina, superpotenza… anche del turismo

La Cina è diventata un colosso non solo dell’economia mondiale, ma anche del turismo. Una potenza immensa, considerando che una persona su 5 al mondo è cinese: sono oltre 130 milioni, infatti, i cinesi che annualmente si recano all’estero per turismo o per lavoro. Di questi circa il 13% arriva in Europa e solo una piccola parte – tra i 500 e i 600 mila – degli 1,4 milioni che visitano il nostro paese arriva direttamente in Italia. Esattamente, secondo i dati Istat, dalla Cina si registrano 3 milioni 77 mila arrivi e poco più di 5 milioni di presenze.

Non solo outgoing, ma anche incoming

La Cina non può essere però considerata solo e soltanto una “fornitrice” di turisti agli altri paesi del mondo. Anzi: la terra del Dragone è lei stessa una meta turistica in continua ascesa. Ha spiegato in un’intervista all’Ansa Damiano De Marchi, ricercatore del Ciset – Centro internazionale di studi sull’economia turistica: “La Cina ha superato l’Italia per arrivi internazionali di turisti (60 milioni contro i 58,3 del Belpaese) e Pechino è diventato il 2/o aeroporto al mondo, una situazione fino a 20 anni fa impensabile. Per non parlare del turismo domestico del Paese, su cui il governo sta molto spingendo, che ha toccato i 3 miliardi di arrivi. L’Italia continua a essere nella mente dei turisti cinesi, ma non sempre questo sogno diventa realtà, perché la scelta si basa anche sulla facilità di raggiungimento e la politica dei visti e l’assenza di voli diretti penalizzano moltissimo”.

L’Italia vista dalla Grande Muraglia

Aggiunge il ministro del Turismo Gian Marco Centinaio: “Provenendo dal settore turistico conosco il comparto e in particolare qualche settimana fa sono andato in Cina per parlare con il mio omonimo che mi ha riferito di come l’Italia e la Cina siano due super potenze mondiali nel settore del turismo, fuori dal nostro Paese ci vedono così. Abbiamo ottomila chilometri di costa, i siti Unesco più importanti al mondo, le città d’arte che sono dei musei a cielo aperto, abbiamo paesaggi rurali invidiati da tutti e la gente fa migliaia di chilometri per vederli e noi tutto questo lo diamo per scontato. Abbiamo la storia d’Italia che nessun Paese oltre i nostri confini possiede”.

L’Italia è il terzo paese europeo più gettonato dai cinesi

Tutti i paesi europei rappresentano destinazioni potenziali del mercato cinese – emerge da uno studio di Cst-Confesercenti – e la loro modalità di visita è itinerante: 2-3 città per nazione e ripartono verso una nuova meta. L’Italia è il terzo paese più visitato e Roma è la seconda città più scelta, con arrivi in continuo aumento, assieme a Venezia (1 cinese su 5 pernotta in Veneto), Firenze e Milano. Le 10 destinazioni preferite sono state in ordine di visitatori: Francia, Germania, Italia, Spagna, Russia, Gran Bretagna, Svizzera, Grecia, Repubblica Ceca e Ungheria. Le prime 10 città per numero di visitatori sono Parigi, Roma, Praga, Mosca, la svizzera Interlaken, Vienna, Firenze, Venezia, Budapest e Barcellona.

 

Public utility, un’impresa su sette è in Lombardia

Produzione e fornitura di energia elettrica, gas, acqua, costruzioni di strade e autostrade, telecomunicazioni, smaltimento rifiuti. Questi i settori della public utility, un’industria che in Italia annovera 33mila imprese, di cui quasi 5000 risultano attive in Lombardia. In pratica, una su sette. Da quanto emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati registro imprese 2018, 2017 e 2013, la Lombardia è prima in Italia, con circa 65mila addetti su 357mila totali, seguita da Campania, Lazio e Sicilia, che contano circa 3000 attività. Per quanto riguarda la crescita del settore, in cinque anni a livello nazionale la public utility è cresciuta del 10,7%, e in Lombardia dell’1,5%.

I numeri della pubblica utilità in Regione

A livello regionale su 4.649 imprese attive in Lombardia 2000 sono le realtà attive nella fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata, mentre 1.127 quelle legate ai lavori di ingegneria civile. Solo l’8,5% delle imprese è però a guida femminile (1.035), mentre  a Lodi sono il 15%, e il 12% a Como.

Oltre a Milano, tra le città lombarde classificate ai primi posti per numero di imprese ci sono Brescia e Bergamo, con quasi 600 imprese, che occupano rispettivamente 11mila e 5000 addetti. Superano le 200 imprese Varese e Monza, entrambe con 4000 addetti, e Como, con 1.203 addetti. A crescere di più in cinque anni è Milano (+10,1%), seguita da Mantova (+9,1%) e Lecco (+7%).

Roma, Milano, Bolzano sul podio nazionale

Sulle circa 33mila imprese attive in Italia 12mila si occupano di produzione e fornitura di energia e gas (+27,6%), e 11mila di ingegneria civile. Solo un’impresa su nove è a guida femminile (quasi 5000), più numerose a Roma (251) e Napoli (171), dove rappresentano il 13,3% del totale.

Nella classifica italiana della public utility, prima è Roma, con 2.214 attività e 61 addetti (+3,7% dal 2017, +11,4% dal 2013), seguita da Milano, con 2.004 imprese e 34mila addetti (+0,3% in un anno e +10,1% in cinque anni), e da Bolzano, con 1.471 imprese 4.795 addetti (+5,8%, +65,5%).

La classifica continua con Napoli, (1.285 imprese, 8.514 addetti, +4,3%, +15%), Torino (1.046 imprese e 16.843 addetti, +0,6%, +4,2%) e Bari, con 793 imprese, mentre superano le 600 imprese Salerno, Trento e Caserta.

Tra le prime dieci provincie italiane a crescere di più in cinque anni Bolzano (+65,5%), Salerno (+29,9%) e Caserta (+24,2%).

“Settori significativi legati alla qualità della vita anche nelle abitazioni”

“Si tratta di settori significativi, legati alla qualità della vita anche nelle abitazioni – spiega Beatrice Zanolini, consigliere della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi -. Grazie alla rapida innovazione nel settore, i nuovi immobili offrono sempre più soluzioni con minore impatto ambientale. Il mercato chiede servizi sempre più efficienti che permettano di ottimizzare i consumi, di vivere gli spazi in modo innovativo e di migliorare la qualità delle attività quotidiane, fuori e dentro casa”.

Ecco l’identikit del navigator. Quali i requisiti richiesti?

Insieme al reddito di cittadinanza arriveranno anche i navigator, i tutor assunti allo scopo di aiutare chi percepisce il sussidio a trovare lavoro. Si tratta delle figure chiave attorno a cui ruotano i centri per l’impiego. E rappresentano un esercito di 10 mila professionisti che l’Anpal, l’Agenzia nazionale per il lavoro, conta di assumere a breve, con contratti di collaborazione di due anni.

Ma come si diventa navigator, e quanto si guadagnerà? Innanzitutto servirà la laurea, in particolare una laurea magistrale in Economia, Giurisprudenza, Sociologia, Scienze politiche, Psicologia o Scienze della formazione. Secondo quanto riporta il Sole 24 Ore, la loro retribuzione dovrebbe oscillare intorno ai 30mila euro annui, cioè circa 1.700/1.800 euro netti al mese, contributi esclusi.

Previsto un periodo di formazione sul campo di 6/8 mesi

La selezione dei futuri navigator avverrà per titoli e colloqui, e l’Agenzia conta di assumerne 6mila già entro maggio. A breve dovrebbe essere pubblicata una call (una chiamata pubblica) sul sito dell’Anpal con un avviso di 15 giorni per le domande. Il governo si aspetta di ricevere tra le 50mila e le 60mila candidature. E se l’esperienza costituirà titolo preferenziale dopo l’assunzione è previsto comunque un periodo di formazione sul campo della durata di 6/8 mesi.

Competenze specifiche per operare sul mercato del lavoro italiano

Ma qual è l’identikit del navigator? Il nuovo presidente di Anpal indicato dal governo, il professor Domenico Parisi, ha chiesto ad Anpal Servizi di individuare le competenze specifiche che deve avere il navigator per operare sul mercato del lavoro italiano, dalla legislazione alle regole fino alla capacità di incrociare domanda e offerta di lavoro.

“Ho incontrato il professor Parisi – spiega ad Adnkronos/Labitalia Maurizio Del Conte, presidente uscente di Anpal – sto cercando di dargli tutto il supporto per metterlo al corrente della complessità del sistema e quindi consentirgli di lavorare al meglio quando prenderà l’incarico”.

“Faremo riferimento alle caratteristiche degli operatori dei centri per l’impiego più esperti”

“Naturalmente – continua Del Conte – faremo riferimento a quelle che sono le caratteristiche degli operatori dei centri per l’impiego più esperti, con più capacità”. In sintesi, il navigator deve conoscere le regole, ovvero benefici, incentivi e sussidi di disoccupazione, e le varie differenze messe in campo a livello regionale e territoriale. Deve inoltre avere conoscenza tecnica e giuridica precisa, capacità di orientatore, e valutatore le competenze professionali di chi si presenta allo sportello, in modo tale da realizzare un bilancio delle competenze del disoccupato. Deve poi essere capace di comprendere come si muove il mercato a livello territoriale, per essere in grado di incrociare domanda e offerta di lavoro, le imprese con i beneficiari del redito di cittadinanza.

Rc Auto, nel 2019 sarà più cara. Ma non per tutti

Quasi 1,2 milioni di automobilisti italiani nel 2019 vedranno aumentare la classe di merito della propria Rc auto: si tratta di coloro che nel 2018 hanno denunciato un sinistro con colpa. In termini percentuali un numero pari al 3,83% di un campione di 500mila preventivi di rinnovo Rc Auto raccolti tramite le pagine di Facile.it. Insieme alla classe di merito, questi automobilisti vedranno però aumentare anche il costo dell’assicurazione stessa. La buona notizia è che il dato è in diminuzione di quasi il 10% rispetto all’anno precedente, quando ad aver denunciato sinistri con colpa erano stati il 4,22% degli automobilisti alle prese con il rinnovo della polizza.

Una voce di spesa che incide sulle famiglie

Nonostante il calo delle tariffe registrato nel secondo semestre del 2018 a dicembre dello stesso anno il premio medio è nuovamente aumentato toccando i 580,67 euro, valore superiore del 3,16% rispetto allo stesso mese del 2017.

“Secondo l’indagine che abbiamo commissionato all’istituto di ricerca mUp Research – spiega Diego Palano, responsabile Assicurazioni di Facile.it – lo scorso anno l’Rc Auto è stata una delle voci di spesa che ha inciso di più, almeno psicologicamente, sul bilancio delle famiglie, ed è quella sulla quale anche nel 2019 si cercherà di risparmiare maggiormente”.

Donne e pensionati pagheranno di più

Ma qual è il profilo degli automobilisti che nel 2019 sborseranno più denaro all’assicurazione? Se i pensionati sembrano essere gli automobilisti meno prudenti (4,46%) fra le donne la percentuale è più alta (4,33%) rispetto agli uomini (3,55%). L’età media del conducente a cui aumenterà il premio è di 46 anni, e i giovani neopatentati (tra 18 e 20 anni) in percentuale hanno denunciato meno incidenti rispetto alla media nazionale: solo il 2,03 %. Forse per maggiore insicurezza al volante. Quanto alle professioni, impiegati (4,26%), insegnanti (4,21%), e personale medico (4,18%) segnano valori sopra la media nazionale. Nessuna sorpresa per i più virtuosi. Stabili nelle prime posizioni gli ecclesiastici (2,23%) e le forze armate (2,49%).

Liguria, Lazio e Marche le regioni meno virtuose

A livello geografico la regione di automobilisti meno virtuosi è la Liguria (5,09%), seguita da Lazio (4,95%), Marche (4,87%) e Toscana (4,87%). In senso opposto, la classifica segna i valori più bassi in Molise (1,13%), Calabria (1,52%) e Basilicata (1,53%).

Rispetto alla classifica del 2018 tutte le regioni hanno registrato valori in calo, a eccezione della Valle d’Aosta dove la percentuale è passata dal 2,70% al 3,23%. In ogni caso, le aree del Paese dove le percentuali sono calate maggiormente sono l’Umbria (dal 6,22% al 4,53%), la Basilicata (da 2,76% a 1,53%) e il Friuli-Venezia Giulia (da 4,39% a 3,32%).

Scoperte due app fitness che fanno dimagrire anche il portafogli

Due app per allenarsi che però alleggeriscono anche il conto in banca: si tratta di Fitness Balance e Calories Tracker. Precedentemente disponibili su App Store, a prima vista le due app sembrano assistere gli utenti di iPhone e iPad nel monitoraggio del fitness, ma in realtà rubano soldi tramite un meccanismo di pagamento ingannevole, attivato mentre le vittime eseguono la scansione delle impronte digitali.

Da anni ormai sui negozi online sono presenti applicazioni che promettono di assistere gli utenti sulla strada di uno stile di vita più sano, ad esempio tenendo traccia dei km percorsi durante l’allenamento, o monitorando l’apporto calorico giornaliero. O ancora, ricordando di bere più acqua. A volte però queste app che aiutano a conquistare una forma perfetta nascondono alcune insidie.

139.99 euro per monitorare il fitness

A riportarlo è la società di sicurezza Eset, secondo la quale “dopo che l’ignaro utente ha avviato per la prima volta una delle app sopra menzionate viene richiesta una scansione delle impronte digitali per usufruire dei servizi di monitoraggio del fitness. Solo pochi istanti dopo la scansione delle impronte digitali, le app visualizzano un pop-up che mostra un pagamento ingannevole pari a 99.99, 119.99 dollari o 139.99 euro”.

Questo pop-up, spiega la società in una nota, “è visibile solo per poco, circa un secondo, ma se l’utente ha una carta di credito o di debito direttamente connessa al proprio account Apple, la transazione viene considerata verificata e il denaro è trasferito automaticamente al cyber criminale dietro questa truffa”.

False valutazioni a 5 stelle per Fitness Balance

Se gli utenti rifiutano di effettuare la scansione delle impronte, aggiunge ancora Eset, “viene visualizzato un altro pop-up che chiede di toccare un pulsante ‘Continua’ per poter utilizzare l’app. In questo modo l’app tenta di ripetere la dubbia procedura di pagamento”.

Nonostante la sua natura malevola, riporta askanews da Cyber Affairs, l’app Fitness Balance ha ricevuto numerose valutazioni a 5 stelle, ottenendo una valutazione media di 4,3 stelle, e registrando almeno 18 recensioni per lo più positive. Questo, secondo la società di sicurezza, “conferma che pubblicare recensioni false è una tecnica ben nota utilizzata dagli scammer per migliorare la reputazione delle loro app”.

Rimosse da App Store

Le vittime, conclude la nota di Eset, “hanno già segnalato entrambe queste app ad Apple, che ha portato alla loro rimozione dall’App Store. Gli utenti hanno persino provato a contattare direttamente lo sviluppatore di Fitness Balance, ricevendo solo una risposta generica con una promessa di correzione dei ‘problemi’ segnalati nella versione 1.1 dell’applicazione”.

Italia generosa: tra le 5 nazioni Ue più attive in filantropia

L’Italia si colloca, forse un po’ a sorpresa, nella classifica delle 5 nazioni più generose. Già, perché il nostro Paese riconosce circa un miliardo di euro in donazioni. Questa nuova, inaspettata qualità è emersa dal VI Philanthropy Day promosso da Fondazione Lang Italia, un’occasione di confronto con 200 fondazioni che si è tenuta recentemente a Milano.

Esiste un indice di generosità mondiale

A dirla tutta, il nostro paese si colloca all’84esima posizione nella classifica generale dell’ultimo World Giving Index (2017), Indice di generosità mondiale elaborato da Charities Aid Foundation analizzando i dati di 139 paesi. Però, è qui arrivano le belle notizie, l’Italia nella graduatoria dedicata della propensione al dono sale di molto, arrivando a ricoprire la 54esima posizione. Una tendenza confermata anche dall’ultima stima dell’ENROP (European Research Network on Philanthropy), che oltre a vedere l’Italia al secondo posto in Europa per donazioni da individui, con 7,2 miliardi di elargizioni (dopo UK, con 16,4), la posiziona nella top five dei Paesi in cui le imprese erogano più risorse con finalità filantropiche, con 1 miliardo di donazioni complessive, dopo Germania (11,2), Francia (2,8), UK (2,7) e Paesi Bassi (1,4).

Filantropia per una welfare society

Soprattuto da parte delle imprese, la filantropia può rivestire un ruolo fondamentale nella creazione di una welfare society. Spiega Tiziano Tazzi, presidente di Fondazione Lang Italia: “Ci si concentra sopratutto sulla cosiddetta filantropia strategica, vero e proprio motore di miglioramento sociale che supera il “modello bancomat” a sostegno di singoli progetti puntando invece su interventi più strutturati, a lungo termine e sull’empowerment delle competenze di promotori e beneficiari. Questo con il duplice obiettivo di aumentare l’impatto di ogni azione e di rendere i risultati sostenibili e misurabili”.

Le fondazioni le più attive

Tra i maggiori protagonisti della filantropia strategica in Italia ci sono le fondazioni, soprattutto quelle d’impresa. Queste ultime in particolare, pur essendo appena 150 su un totale di 6.451, da sole erogano ogni anno circa 200 milioni per realizzare interventi filantropici di innovazione sociale. Secondo i dati più recenti (INSEAD 2016) in Italia le fondazioni corporate hanno gestito in autonoma il 37% dei progetti filantropici. Le principali aree di intervento a livello nazionale ed europeo (Cecp – Committee Encouraging Corporate Philanthropy) sono quelle della salute (26%) e dell’istruzione, specialmente per la fascia d’età inferiore ai 12 anni (16%). In Europa la filantropia per interventi di pubblica utilità muove complessivamente circa 60 miliardi di euro l’anno da oltre 140.000 tra donatori e fondazioni.