Investire su se stessi e sulla propria professionalità, anche stando a casa

In queste settimane tutte le nostre abitudini – professionali, sociali, personali – sono cambiate radicalmente. Si spera per poco tempo ancora, ovvio, ma intanto la situazione è questa: siamo a casa. Perché non approfittare del tempo in più che abbiamo a disposizione per investire su noi stessi e per concentrarci sui progetti professionali finora rimasti nel cassetto?

Qualche consiglio utile arriva dagli esperti di Gi Group, agenzia per il lavoro, che identificano cinque attività per le quali non abbiamo mai tempo e che invece possono essere utili per la carriera. “Non dobbiamo mai dimenticare il valore del tempo, risorsa preziosa e sempre più scarsa. In questo periodo eccezionale che stiamo vivendo, possiamo scegliere di investire il tempo ritrovato in attività che possano avere un ritorno per la nostra sfera personale e professionale, soprattutto per quando questa grave emergenza sarà rientrata”, commenta Zoltan Daghero, Managing Director di Gi Group.

Restyling al curriculum e al profilo LinkedIn

Il curriculum vitae è lì, fermo, da anni. Questo è il momento perfetto per riaprire il file e integrarlo di nuove informazioni oltre che di renderlo più accattivante con una nuova veste grafica. Lo stesso discorso vale per il profilo LinkedIn,  il biglietto da visita nel mondo del lavoro del terzo millennio. E’ importante tenerlo aggiornato, dalla foto profilo al summary, fino alle esperienze. Più informazioni precise ci sono, più è facile farsi notare da recruiter e aziende.  

Spazio a webinar e webcast per approfondire un argomento.

Corsi e lezioni on line permettono di restare aggiornati e di approfondire uno specifico tema grazie all’intervento di uno o più esperti. Per seguirle è sufficiente dotarsi di un qualsiasi device (pc, smartphone, tablet) connesso a Internet. Sono tantissime le realtà che ora propongono corsi gratuiti per migliorare le proprie competenze. Vale la pena approfittarne!

Cosa cambia nel mondo del lavoro

Praticamente nessuno, a meno che lo faccia per professione, ha letto o conosce le varie tipologie di contratto di lavoro esistenti. E chi aveva approfondito gli obblighi previsti dall’informativa sulla salute e sicurezza nel lavoro agile di cui tanto si parla in questi giorni? Conoscere anche questi aspetti è molto utile ad orientarsi nel mondo del lavoro, più consapevoli dei propri diritti e doveri.

Imparare a gestire le videocall

In questi giorni l’attività di selezione e ricerca procede grazie anche ai video colloqui che consentono di rispondere anche alla crescita esponenziale delle richieste che arrivano da alcuni settori. Il video però ci può mettere un po’ più a disagio, sia in un colloquio sia in una call con un cliente o il responsabile. Fare prove con amici o colleghi, oppure videoregistrarsi e poi riguardarsi è un ottimo modo per prepararsi. In fondo è questione di abitudine.

L’Italia della Public Utility: un’impresa su sette è in Lombardia

Le Public Utilities in Italia sono cresciute di ben l’8% in cinque anni. oggi sono infatti 33mila le imprese di questo settore – principalmente attive nella fornitura di energia e gas e ingegneria civile – e di queste una su sette è collocata in Lombardia. Complessivamente, il comparto dà lavoro a 363mila addetti, dei quali 70mila impiegati nella sola Lombardia. Un segmento del mercato che gode quindi di ottima salute, sia a livello nazionale sia regionale.

Energia e ingegneria civile i primi settori

Gli ambiti in cui operano le Public Utilities sono principalmente produzione e fornitura di energia elettrica, gas, acqua, costruzioni di strade e autostrade, telecomunicazioni, smaltimento rifiuti: sono quasi 5mila le imprese lombarde attive in questi settori della filiera. Con questi numeri, la Lombardia è prima in Italia seguita da Campania, Lazio e Sicilia con circa 3mila attività. Tutti i dati sono il frutto di un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati registro imprese 2019, 2018 e 2014.

In Italia prima Roma poi Milano

In Italia, in questo settore risulta prima Roma con 2.239 attività e 59mila addetti (+1% in un anno e +9% in cinque anni) seguita a ruota da Milano con 2.050 imprese che danno lavoro a 37mila addetti (+2,3% in un anno e +7% in cinque anni). Si collocano poi Bolzano con 1.551 imprese 4.984 addetti (+5%; +45%), Napoli con 1.306 e 8.799 addetti (+2%; +14%), Torino con 1.052 e 15mila addetti (+0,6%; +1,3%) e Bari con 797. Superano le 600 imprese anche Trento, Salerno, Caserta. Tra le prime dieci provincie italiane crescono di più in cinque anni: Bolzano (+45%), Trento (+23%), Salerno (+21%) e Caserta (+19%), Napoli (+14%). Sulle circa 33mila imprese attive in Italia, 12mila si occupano di produzione e fornitura di energia e gas, 11mila di ingegneria civile, 7mila di rifiuti.

I dati regionali: dopo Milano, Brescia e Bergamo

In Lombardia su 4.664 imprese, sono 2mila le attive nella fornitura di energia elettrica, gas e 1.109 quelle legate ai lavori di ingegneria civile, 1.051 le attività di raccolta dei rifiuti. Oltre a Milano, con 2.050 imprese, tra le lombarde spiccano Brescia e Bergamo ai primi posti in Italia con quasi 600 imprese e rispettivamente 11 mila e 5 mila addetti. Superano le 200 imprese anche Varese, Monza (con 4mila addetti ciascuna) e sono 194 a Como con oltre mille impiegati.

Milano, Monza e Brianza, Lodi: il business abita qui

Milano, Monza e Brianza, Lodi sono generatori di business. Lo rivela una recente elaborazione della Camera di Commercio che ha evidenziato come sul territorio sia in costante aumento il numero di imprese: circa il +1% nel corso del 2019. Un dato davvero positivo, che significa che sull’intera area presa in esame sono attive 385 mila imprese.

Milano guida la crescita

Non sorprende che sia Milano a guidare la “carica” di questo aumento imprenditoriale. Il capoluogo registra una crescita di +1% e arriva a contare quasi 307 mila imprese attive rispetto alle oltre 303 mila dell’anno precedente, con un saldo positivo di oltre 3 mila attività in più. Stabili Monza Brianza, + 0,3%, e Lodi, -0,1%, in linea con il dato regionale e nazionale. Insieme i tre territori arrivano a 385 mila imprese e rappresentano circa la metà del totale regionale (814 mila) e quasi un decimo di quello nazionale (5,1 milioni).

I settori più dinamici

Complessivamente, registrano una buona vivacità le attività finanziarie, professionali, i servizi alle imprese, sport e cultura. Più nel dettaglio, le imprese considerate operano soprattutto nel commercio (94 mila di cui 74 mila a Milano), nelle costruzioni (56 mila di cui 41 mila a Milano) e nelle attività immobiliari (37 mila di cui 30 mila a Milano). A crescere maggiormente, come sottolineato, sono soprattutto le attività finanziarie e assicurative (+5% nei tre territori rispetto a +1% in Italia, tra cui +6% a Milano, +4% a Lodi, + 2% a Monza), quelle professionali, scientifiche e tecniche (+5% rispetto a + 3% nazionale, tra cui +5% a Milano e Lodi, + 4% a Monza), i servizi alle imprese (+4%, di cui + 4% a Milano e Lodi e + 5% a Monza), alla persona (+3%), l’intrattenimento, sport e cultura (+3%).

Impiegati 2,5 milioni di addetti

La salute dell’imprenditorialità del territorio si riflette anche sull’occupazione, che assorbe una grande percentuale di lavoratori lombardi. Le imprese di Milano Monza Brianza e Lodi danno lavoro a 2 milioni e mezzo di addetti, di cui 2,2 milioni solo a Milano. Rappresentano il 60% del totale lombardo di 4 milioni e un lavoratore su sette in Italia (17 milioni). È il commercio, tra ingrosso e dettaglio, il settore con il maggior numero di addetti (477 mila di cui 414 mila a Milano) seguito dai servizi alle imprese (429 mila di cui 415 mila a Milano) e dal manifatturiero (464 mila di cui 368 mila a Milano).

Le Pmi sono più tassate dei colossi del web

Le Pmi pagano più tasse dei colossi del web. È quanto emerge dalle rilevazioni della Cgia di Mestre sulla base dei dati riferiti al 2018. Secondo la Cgia le nostre Pmi subiscono un carico fiscale complessivo pari al 59,1% dei profitti, mentre le multinazionali del web presenti in Italia, o meglio le controllate situate nel nostro Paese, registrano un tax rate del 33,1%.

“Premesso che i dati sono desunti da fonti diverse, quindi non comparabili da un punto di vista strettamente scientifico – afferma il coordinatore dell’Uffici studi della Cgia Paolo Zabeo – è comunque verosimile ritenere che sulle piccole imprese il carico fiscale sia quasi doppio rispetto a quello che grava sui giganti tecnologici presenti in Italia”.

Il tax rate medio in Europa è del 42,8%

“Un’ingiustizia – prosegue Zabeo –  che grida vendetta, non tanto perché su questi ultimi grava un peso fiscale relativamente contenuto, ma per il fatto che sulle nostre Pmi il peso delle tasse e dei contributi è tra i più elevati d’Europa”.

Tra i Paesi dell’Area dell’euro, infatti, i dati della Banca Mondiale confermano che solo la Francia, con il 60,7% di tax rate, registra una pressione fiscale sui profitti delle imprese superiore alla nostra, contro una media dei 19 Paesi dell’Eurozona pari al 42,8%. Un dato, questo, di oltre 16 punti percentuali inferiore al dato medio presente in Italia. E all’orizzonte pare difficile ipotizzare una riforma che tagli il carico fiscale, in particolar modo alle imprese.

Trasferire la sede legale all’estero per ottenere vantaggi fiscali

Ma quali sono le ragioni per cui le controllate delle multinazionali del web beneficiano di un tax rate del 33,1%? Il motivo è che la metà dell’utile ante imposte è tassato in Paesi a fiscalità agevolata, che nel periodo 2014-2018 ha procura un risparmio fiscale pari a circa 50 miliardi di euro. Tuttavia, i giganti stranieri del web non sono gli unici a sfruttare i vantaggi fiscali concessi da molti Paesi. Anche alcuni grandi player italiani hanno trasferito la sede legale principale o di una consociata all’estero. Un’operazioni formalmente ineccepibile da un punto di vista fiscale-societario, ma che riduce la base imponibile di chi paga le tasse in Italia, in particolare le realtà imprenditoriali di piccola dimensione.

In Italia pagare le tasse è più difficile

Oltre ad avere la pressione fiscale sulle imprese tra le più elevate d’Europa, l’Italia, evidenzia ancora la Cgia, è il Paese, insieme al Portogallo, dove pagare le tasse è più difficile. Sempre dai dati presentati dalla Banca Mondiale (Doing Business 2020), in Italia sono necessari 30 giorni all’anno (pari a 238 ore) per raccogliere tutte le informazioni necessarie per calcolare le imposte dovute, completare le dichiarazioni dei redditi, presentarle all’Amministrazione finanziaria, ed effettuare il pagamento, riporta Adnkronos. Mentre in Francia per espletare le incombenze burocratiche derivanti dal pagamento delle tasse sono necessari solo 17 giorni, e la media dell’area euro è 18 giorni.

Mental load, troppe responsabilità sono fonte di stress

Una condizione mentale estremamente comune, che non solo è fonte di stress e disagio per i lavoratori, ma spesso comporta un vero e proprio ostacolo all’avanzamento professionale. È il Mental Load, termine inglese che descrive una situazione di pressione psicologica causata dal sovraccarico di responsabilità familiari e personali che influisce negativamente sul lavoro. Un “peso” a livello psicologico che comporta perdita di efficienza, rallentamento nello sviluppo dei progetti, distrazione e stanchezza.

100 cose da fare e non trovare mai il tempo

I risultati di uno studio di Yoopies, la piattaforma per la ricerca di servizi di aiuto domestico, sul Mental Load mostrano fino a che punto i problemi quotidiani, lungi dal rimanere confinati nella sfera privata, pesino sui dipendenti e sulle loro prestazioni professionali. Perché il Mental Load consiste proprio nell’avere sempre in un angolo della testa gli imperativi relativi ai compiti e alle responsabilità domestiche, familiari e personali. Insomma, avere 100 cose da fare e non trovare mai il tempo. E gli oneri maggiori spettano alle donne, le quali si trovano a dover sbrigare circa il 71% delle mansioni quotidiane e il 65% di quelle genitoriali, riporta Ansa.

Il 94% dei dipendenti gestisce almeno un aspetto della vita privata al lavoro

Secondo lo studio effettuato da Yoopies su 1300 lavoratori di ambo i sessi e appartenenti a differenti settori e fasce di età, quasi tutti i dipendenti (94%) gestiscono almeno un aspetto della loro vita privata sul lavoro, e l’86% consacra agli impegni domestici un lasso di tempo compreso tra 30 e 180 minuti a settimana. Fra gli intervistati, 1 su 10 dedica addirittura più di tre ore alla settimana a tali mansioni. E le questioni riguardanti i figli (78%) e le difficoltà personali (73%), come divorzio o trasloco, sono in cima alla lista dei problemi privati gestiti sul lavoro. Il 67% dei dipendenti ritiene poi che questi oneri perturbino la propria efficienza lavorativa, l’87% si dichiara considerevolmente stressato dagli stessi, mentre il 44% afferma che il Mental Load sia la causa scatenante del proprio ritardo sulle missioni e i progetti lavorativi da svolgere.

“Le donne vivono letteralmente due giornate in una”

Lo studio sull’impatto del Mental Load sullo sviluppo della carriera dimostra anche che “la lotta per la parità di genere nelle aziende richiede necessariamente la presa in considerazione delle disuguaglianze nella sfera privata”, afferma Benjamin Suchar, fondatore e CEO di Yoopies. Secondo il quale, le donne “vivono letteralmente due giornate in una, destreggiandosi tra le molteplici responsabilità di cui sono costrette a farsi carico e che spesso comportano effetti deleteri sul livello di benessere personale e di produttività”.

Lo studio permette quindi di considerare e definire il Mental Load in una maniera totalmente nuova. E “dimostra come le responsabilità quotidiane – aggiunge l’imprenditore – non possano essere lasciate da parte, nemmeno quando siamo al lavoro”.

Benessere organizzativo in primo piano, anche con robot e AI

Le risorse umane sono protagoniste della trasformazione tecnologica e digitale in atto, con l’ingresso di robot e AI all’interno delle organizzazioni. E dal loro benessere organizzativo dipende molto del futuro economico e sociale del Paese. È quanto viene indagato dal Secondo Rapporto Aidp-LabLaw 2019 redatto da Doxa. L’Aidp, l’associazione italiana per la direzione del personale, ha analizzato i nuovi sistemi che si definiscono all’interno delle organizzazioni del lavoro, con la contaminazione, appunto, dei robot e delle forme di intelligenza artificiale.

Per gli italiani robot e AI contribuiscono a migliorare la qualità della vita

Dal Rapporto Aidp-LabLaw 2019 risulta che gli italiani si dichiarano molto interessati alle nuove tecnologie (89%), anche se dichiarano una conoscenza un po’ meno estesa (65%). Il 43% degli intervistati ha utilizzato sistemi di robot e intelligenza artificiale al lavoro e a casa, e il 47% ha fruito o effettuato acquisti tramite piattaforme e soluzioni basate su AI. Per il 94% del campione, poi, robot e AI hanno portato a scoperte e risultati un tempo impensabili, per l’89% si tratta di supporti necessari per svolgere le attività troppo faticose e pericolose per l’uomo e non potranno mai sostituire completamente l’intervento umano. E contribuiscono a migliorare la qualità della vita (87%).

Il sistema normativo non è adeguato al lavoro 4.0

Il 70% degli italiani è convinto però che l’intelligenza artificiale applicata alle organizzazioni produttive porterà alla perdita di migliaia di posti di lavoro.

“Il sistema normativo non è adeguato al lavoro, così come si è sviluppato con le nuove tecnologie, tra i doveri dell’imprenditore e i diritti del lavoratore – afferma l’avvocato Francesco Rotondi (fondatore di LabLaw) -. È cambiato il paradigma. Il legislatore non affronta il nuovo contesto. È pigro o troppo coinvolto nella palude delle contrapposizioni politiche”.

Ribadire la centralità di etica e competenza per riaffermare il ruolo delle risorse umane

A fronte dell’arrembante novità di robot e intelligenza artificiale, “va riaffermata una visione del progresso fondata sulla centralità della persona umana e la correttezza nella sua valorizzazione – commenta la presidente di Aidp, Isabella Covilli Faggioli -. Per stare nel nuovo mercato del lavoro 4.0 occorre sviluppare competenze adeguate senza le quali il rischio di finire ai margini è concreto”.

Occorrono perciò sia competenze umane sia tecniche, perché per la direzione del personale i dipendenti devono essere nomi, non numeri, riporta Italpress.

In questa fase di transizione nelle organizzazioni del lavoro va quindi ribadita la centralità dell’etica e della competenza per riaffermare il ruolo delle risorse umane.

Si allarga la famiglia dei rifiuti elettronici, ora anche e-bike e seggiolini antiabbandono

Una volta erano solo vecchi elettrodomestici, come frigoriferi, lavatrici o radio. Ora, entrano nella famiglia dei RAEE, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, anche le e-bike, i monopattini elettrici, gli hoverboard, gli auricolari bluetooth e, in attesa che entri in vigore l’obbligo del loro utilizzo, anche i seggiolini antiabbandono.

“Possiamo identificare come RAEE tutti quei rifiuti che hanno al loro interno una componente elettrica o elettronica. È un insieme estremamente variegato per tipologia, dimensioni e funzionalità, ma questo non deve distrarre l’attenzione dalla necessità di conferirlo in modo corretto”, spiega Giancarlo Dezio, direttore generale di Ecolight, il consorzio che si occupa della gestione dei RAEE, delle pile e degli accumulatori esausti.

Un mondo in continua evoluzione

Gli elettrodomestici non più funzionanti sono un classico esempio di rifiuto elettronico. Ma fanno parte del gruppo anche gli smartphone rotti, così come i telecomandi, le stufe elettriche e le lampadine siano queste a risparmio energetico, neon o a led. Tutti condividono l’obbligo di seguire un preciso percorso di raccolta, trattamento e smaltimento.

“Il mondo dei RAEE è costantemente in evoluzione, non solamente per la continua spinta all’innovazione che interessa il settore tecnologico, ma anche in virtù del cosiddetto Open scope, entrato in vigore nello scorso mese di agosto – prosegue il DG di Ecolight -. Le nuove mode, ma anche i progressivi sviluppi sui prodotti che mettono al centro l’elettronica fanno sì che la famiglia dei RAEE debba continuamente allargarsi per comprendere prodotti che fino anche a pochi mesi prima non venivano considerati dal mercato o addirittura non esistevano nemmeno”.

Robot aspirapolvere, droni e sigarette elettroniche

Altri esempi di RAEE possono essere i robot aspirapolvere, la cui offerta è decisamente lievitata negli ultimi anni, ma anche le biciclette a pedalata assistita che stanno registrando un vero e proprio boom di vendite dopo anni di presenza sul mercato. E nel novero tra i prodotti che una volta non più funzionanti devono essere considerati come rifiuti elettronici ci sono anche le sigarette elettroniche, comprese quelle di ultima generazione, i droni, e anche se decisamente poco diffusi, i segway.

Riciclabili per oltre il 90% del loro peso

Per l’economia circolare i RAEE rappresentano un’importante risorsa. “Sono infatti riciclabili per oltre il 90% del loro peso e dai rifiuti elettronici è possibile ottenere importanti quantitativi di plastica, ferro, alluminio e vetro”, aggiunge Dezio.

La corretta gestione di un RAEE però inizia dalla sua conoscenza. Sapere che il monopattino elettrico o l’e-bike quando non funzioneranno più dovranno essere smaltiti separatamente è il punto di partenza per dare vita a una catena di valore.

Insomma, dai cellulari ai frullatori agli auricolari bluetooth si tratta di apparecchiature che non possono finire nell’indifferenziato. Devono essere portati alla piazzola ecologica del proprio Comune, oppure lasciati in negozio al momento dell’acquisto dell’apparecchio nuovo sostitutivo.

In Italia l’aria è più pulita, e la visibilità è più che raddoppiata in 40 anni

Negli ultimi quarant’anni in Italia l’aria può considerarsi “più pulita”. Per la prima volta è stata analizzata la visibilità orizzontale dell’atmosfera, e nelle zone più inquinate del Paese la frequenza dei giorni con visibilità è più che raddoppiata negli ultimi 40 anni. Grazie soprattutto alle norme emanate per ridurre l’inquinamento. Queste le conclusioni a cui sono giunti un gruppo di ricercatori del Dipartimento di scienze e politiche ambientali dell’Università degli Studi di Milano, e dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), pubblicate su Atmospheric Environment.

Aumenta la frequenza delle giornate con atmosfera limpida

Nella ricerca viene discussa l’evoluzione della frequenza delle giornate con atmosfera limpida, ovvero con visibilità superiore a 10 e a 20 km, in varie aree del territorio italiano nel periodo 1951-2017. Questa frequenza è cambiata in tutte le aree considerate, e i cambiamenti più grandi si sono avuti nelle aree più inquinate del Paese, tanto che in zone come il bacino padano, la frequenza dei giorni con visibilità sopra i 10 o i 20 km è più che raddoppiata negli ultimi 40 anni.

La lotta per ridurre l’inquinamento nelle città

Le emissioni di sostanze inquinanti sono fortemente cambiate negli ultimi decenni, e a una rapida crescita delle emissioni negli anni ’60 e ’70, dovuta allo sviluppo economico, ha fatto seguito un’altrettanta rapida decrescita, dovuta a una serie di norme emanate per ridurre l’inquinamento atmosferico nelle nostre città.

 “Le analisi effettuate hanno quindi messo in evidenza in modo molto efficace il grande successo che si è avuto in Italia sul fronte della lotta all’inquinamento atmosferico – commenta Maurizio Maugeri, docente di Fisica dell’atmosfera all’Università di Milano -. Tuttavia, non dobbiamo scordare che si può e si deve fare ancora di più per completare il percorso di risanamento che i dati di visibilità in atmosfera documentano in modo così efficace”.

La progressiva riduzione degli aerosol determina un aumento della radiazione solare

“Le emissioni degli inquinanti che concorrono al particolato atmosferico, oltre a danneggiare la nostra salute, vanno a interagire con la radiazione solare riflettendola verso lo spazio e causando un raffreddamento della superficie terrestre”, aggiunge Veronica Manara del Cnr-Isac.

L’aumento del contenuto di aerosol in atmosfera registrato fino agli inizi degli anni ’80 ha quindi parzialmente nascosto l’aumento di temperatura causato delle sempre più alte concentrazioni di anidride carbonica. Negli ultimi decenni, invece, la progressiva riduzione degli aerosol ha determinato un aumento della radiazione solare, che giunge a terra smascherando il vero effetto dei gas serra. Infatti, mentre tra gli anni ’50 e la fine degli anni ’70 la temperatura è rimasta pressoché costante, dagli anni ’80 è cresciuta di quasi mezzo grado ogni decennio.

Diventa un truccatore professionista, studia con un team di primo livello

I corsi di Diego Dalla Palma e Anna Del Prete garantiscono agli allievi un’istruzione completa sul mondo della bellezza. La loro passione per quest’arte è iniziata diversi  anni fa, e attraverso il corso make-up proposto da Academia BSI Milano  essi trasmettono, a quanti desiderano lavorare in questo settore, i propri segreti e le tecniche più efficaci, formando futuri professionisti di alto livello che si avviano ad una affascinante carriera.

Academia BSI Milano è dunque una delle più importanti realtà del settore in Italia, una scuola in cui è possibile imparare i segreti del make-up seguiti da professionisti altamente qualificati. I corsi si rivolgono sia a persone che vogliono muovere i primi passi nel settore che a quanti hanno già esperienza e vogliono acquisire tecniche più efficaci e nuove skill.

Cosa imparerai grazie alle lezioni di questo corso:

  • Preparare la pelle e usare correttamente la base, il correttore, il fondo tinta ed il trucco
  • Come truccare al meglio visi di ogni forma e dare stile alle sopracciglia.
  • Scoprire le migliori tecniche per il trucco degli occhi: tecniche classiche, eyeliner liquido, sopracciglia e mascara.
  • I segreti della tecnica del trucco «smokey eyes».
  • Trucco spose
  • Trucco per eventi.

A chi si rivolge il corso

Il corso make-up di Academia BSI Milano è rivolto ai principianti, e dunque a coloro i quali desiderano  compiere i primi passi nel campo del trucco e del make-up creando look per eventi e feste, sfruttando le ultime tecniche e tendenze del make-up, ma anche a tutti quelli che hanno già una certa esperienza in questo settore e desiderano dare un nuovo impulso alla propria professione e migliorarsi acquisendo nuove conoscenze e tecniche.

Grazie ai corsi Academia BSI Milano è infatti possibile comprendere come sfruttare al massimo i pennelli e prodotti professionali esistenti, ma soprattutto le tue mani. Le tue mani ti consentiranno infatti di ottenere risultati che nemmeno tu immagini di poter raggiungere, valorizzando e armonizzando ogni tipo di volto e regalando di volta in volta il look desiderato alla persona che ti trovi davanti, in maniera assolutamente professionale e vincente.

Chi ti seguirà nell’arco dell’intero corso sono docenti truccatori con grande esperienza nel mondo della moda, della pubblicità, del make-up per le spose, spesso a contatto con la maggior parte delle celebrità. Essi si preparano e si allenano ogni giorno, testando nuovi prodotti, tenendosi aggiornati, aggiungendo persino nuovi contenuti al corso quando scoprono nuove tecniche.

I corsi prevedono il rilascio di un attestato regionale di certificazione delle competenze, e per prenotare un posto è possibile compilare, sul sito ufficiale di Academia BSI Milano, l’apposito form per essere ricontattati.

Sempre meno prestiti alle piccole imprese

Nel mese di marzo di quest’anno i finanziamenti bancari alle Pmi sono scesi del 2,3% rispetto allo stesso periodo del 2018. Un trend negativo che dura ormai da 7 anni. Dal 2012 il volume dei prestiti alle aziende con meno di 20 addetti è sceso costantemente, un risultato solo in parte “riconducibile alla qualità della domanda e al livello di rischiosità di questi soggetti – spiega il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo -. Anche a parità di rischio, infatti, i tassi di interesse applicati alle imprese minori sono in media superiori di 300 punti base di quelli pretesi alle aziende di grandi dimensioni”.

Diversamente, sono pressoché annullate le differenze tra gli interessi richiesti alle micro aziende più vulnerabili rispetto a quelle più affidabili.

Per erogare il prestito gli istituti di credito devono assumersi costi fissi molto elevati

Una condotta, quella praticata degli istituti di credito nei confronti delle piccole e piccolissime imprese, che secondo la Cgia, lascia trasparire una volontà ben precisa. “Quando una micro impresa si rivolge a una banca per ottenere un finanziamento, nella stragrande maggioranza dei casi quest’ultimo ha una dimensione economica molto contenuta – evidenzia il Segretario della Cgia, Renato Mason -. Se in prima battuta sembra una richiesta facilmente solvibile, successivamente si scopre che per redigere l’istruttoria ed erogare il prestito gli istituti di credito devono assumersi dei costi fissi molto elevati, che riducono al minimo i margini di profitto di questa operazione”. Questa, indica Mason, “è la ragione che ha spinto molte banche, soprattutto di livello nazionale, a chiudere i rubinetti del credito alle micro aziende. E senza liquidità, molti artigiani e altrettanti piccoli imprenditori si sono trovati in gravi difficoltà”.

I piccoli imprenditori del Nord finiscono nella rete dei criminali

Secondo l’Ufficio studi della Cgia, inoltre, non è da escludere che a seguito della significativa diminuzione dell’offerta di credito avvenuta in questi ultimi anni, molti piccoli imprenditori, soprattutto al Nord, siano finiti tra le braccia delle organizzazioni criminali di stampo mafioso. riporta Adnkronos. Realtà, queste ultime, sempre molto disponibili a “soccorrere” chi si trova a corto di liquidità. Un problema secondo la Cgia che sta assillando, in particolar modo, le attività del comparto casa (edili, dipintori, elettricisti, idraulici, installatori impianti, serramentisti), che con l’entrata in vigore del Decreto crescita rischiano di subire un ulteriore danno economico.

Il Decreto crescita danneggia le attività del comparto casa?

Se da un lato questa decisione può rimettere in moto con forza l’economia del comparto casa, visto che consente al committente di beneficiare di uno sconto del 50% sul corrispettivo dovuto, “dall’altro rischia di penalizzare le imprese che hanno realizzato l’intervento – sottolinea la Cgia – visto che potranno incassare la metà del corrispettivo attraverso la compensazione fiscale entro i successivi 5 anni”. È evidente, prosegue la Cgia, “che una grande azienda può far fronte a questo meccanismo, ma chi non dispone di liquidità, come la stragrande maggioranza delle aziende artigiane del settore edile e dell’installazione degli impianti, rischia di dover rinunciare alla commessa, non potendo sostenere, e anticipare, una buona parte delle spese necessarie per realizzare l’opera”.