Covid, impennata di cyberattacchi nel secondo trimestre 2020

Tra il primo e il secondo trimestre del 2020 l’incremento di attacchi informatici in Italia è stato superiore al 250%, con un picco di 86 attacchi nel mese di giugno. A quanto risulta dal secondo rapporto sulle minacce informatiche elaborato dall’Osservatorio sulla Cybersecurity di Exprivia, giugno è stato il mese in cui dall’inizio dell’anno si sono verificati la maggior parte di attacchi, incidenti e violazioni della privacy a danno di aziende, privati e PA.  Secondo il rapporto la maggior parte degli attacchi è in relazione all’emergenza Coronavirus. Oltre il 60% degli episodi ha riguardato il furto di dati, con una crescita a tripla cifra rispetto al primo trimestre (+361%), superando di gran lunga sia le violazioni della privacy (11% dei casi) sia le perdite di denaro (7%).

Attacchi di matrice hacktivistica +700%

Sempre nel secondo trimestre gli attacchi di matrice hacktivistica sono cresciuti del 700%. Si tratta di pratiche di azione digitale in stile hacker, un fenomeno emergente spesso collegato a campagne internazionali su temi di grande attualità, come black-lives-matter e revenge-porn. Quadruplicano, inoltre, le truffe tramite tecniche di phishing e social engineering (+307% rispetto al primo trimestre), che ingannano l’utente facendo leva su messaggi esca via e-mail, o utilizzano tecniche tramite social network per carpire dati finanziari o vari codici di accesso. Gli esperti di Exprivia però pongono l’accento anche sui sistemi di videosorveglianza, già colpiti dagli hacker nel primo trimestre con il malware Mirai.

Malware e ransomware a tema Coronavirus

Il 17% degli attacchi è avvenuto tramite malware che hanno sfruttato il Coronavirus per attirare l’attenzione degli utenti. Tra questi gli esperti hanno individuato il programma Corona Antivirus o Covid 9 Antivirus, un malware che permette ai criminali informatici di connettersi al computer delle vittime e spiarne il contenuto, rubare informazioni o utilizzarlo come vettore per ulteriori attacchi. Un altro software malevolo è CovidLock, un ransomware (malware che rende un sistema inutilizzabile esigendo il pagamento di un riscatto per ripristinarlo) che prende di mira gli smartphone Android quando si cerca di scaricare un’app di aggiornamenti sulla diffusione del Coronavirus.

I settori più colpiti

Anche nel secondo trimestre resta però ancora sconosciuta la modalità di attacco informatico in oltre il 30% dei casi. Un dato che evidenzia la necessità di elaborare adeguati sistemi di protezione.  I settori più colpiti? Nei mesi di aprile, maggio e giugno il 26% delle campagne criminali sono state indirizzate verso settori . non classificabili e il 18% ha riguardato settori multipli. Tra gli ambiti che hanno ricevuto più attacchi, la PA e il Cloud (circa il 10% ognuno), le cui piattaforme, anche dopo il lockdown, continuano a risentire dello stress per il lavoro da remoto. I comparti Finance ed Education rimangono ancora nella lista degli ambiti più vulnerabili, ma si registra una “new entry”, il settore Industria, che a giugno ha segnato un picco di attacchi probabilmente collegato alle riaperture di molte fabbriche.

In Italia sono oltre il 60% le linee ultrabroadband

A fine marzo 2020 nella rete fissa gli accessi complessivi si sono ridotti di circa 140 mila unità rispetto al trimestre precedente, e di quasi 700 mila unità rispetto a marzo 2019. I dati dell’Osservatorio sulle Comunicazioni diffusi dall’Agcom evidenziano significativi cambiamenti nella composizione delle tecnologie utilizzate per la fornitura del servizio. Se nel marzo 2016 quasi l’88% degli accessi alla rete fissa era in rame, dopo quattro anni questi sono scesi al 44,3%, con una flessione di 9,2 milioni di linee. Le linee che usano le tecnologie più performanti hanno invece superato il 60% del totale delle linee a larga banda.

Un aumento delle prestazioni in termini di velocità di connessione

Tale dinamica si riflette in un aumento delle prestazioni in termini di velocità di connessione commercializzate. Nel periodo osservato (marzo 2016-marzo 2020), sono infatti cresciuti gli accessi tramite tecnologie qualitativamente migliori, in particolare quelle in tecnologia FTTC (+6,8 milioni di unità), FTTH (+950 mila) e FWA (+ 600 mila).  Il quadro competitivo vede Tim quale maggiore operatore (42,8%), seguito da Vodafone (16,5%), Fastweb (15,0%) e Wind Tre (13,8%).

Rete mobile, le sim complessive risultano in flessione di circa 1 milione

Nel segmento della rete mobile, le sim complessive (103 milioni a marzo 2020) su base annua risultano in flessione di circa 1 milione, le sim M2M sono cresciute di 2,8 milioni, mentre quelle “solo voce” e “voce+dati” si sono ridotte di 3,8 milioni di unità. Anche in questo caso Tim si conferma market leader, con il 29,6% del mercato, seguita da Vodafone (28,8%) e Wind Tre (26,9%) mentre il nuovo entrante Iliad rappresenta il 5,6% del mercato.

A marzo 2020 hanno navigato 44,7 milioni di utenti medi giornalieri

Per quanto riguarda l’utilizzo di Internet, nel mese di marzo 2020, 44,7 milioni di utenti medi giornalieri hanno navigato in rete per un totale di 113 ore di navigazione mensile a persona. Analizzando l’audience dei principali social network, Facebook, con 38,4 milioni di utenti unici si conferma la principale piattaforma utilizzata dagli italiani. Prosegue poi il trend in crescita per Instagram, frequentato da 28,8 milioni di utenti unici (+14,2 milioni di utenti rispetto a marzo 2019), così come per i restanti operatori Linkedin (+19,5 milioni di visitatori unici), Pinterest (+30,5milioni di utenti) e Twitter (+24,2milioni di internauti).  Tik Tok del gruppo Bytedance, frequentato da 5,4 milioni di utenti, a marzo 2020 supera la performance di Reddit.

Le prospettive per le imprese durante l’emergenza sanitaria

Con l’obiettivo di raccogliere direttamente dalle imprese valutazioni in merito agli effetti dell’emergenza sanitaria e della crisi economica sulla loro attività l’Istat tra l’8 e il 29 maggio ha condotto una rilevazione dal titolo Situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19. I risultati del report forniscono a cittadini, operatori economici e decisori pubblici evidenze statistiche su come le imprese italiane stanno vivendo questa difficile fase della storia del Paese, con particolare riferimento all’impatto economico, finanziario e sull’occupazione.

Tra il 9 marzo e il 4 maggio 458 mila aziende hanno sospeso l’attività

Secondo la rilevazione dell’Istat nel corso della fase 1 dell’emergenza sanitaria, ovvero nel periodo compreso tra il 9 marzo e il 4 maggio, il 45,0% delle imprese con 3 e più addetti  ha sospeso l’attività. Si tratta di 458 mila realtà, che assorbono il 27,5% degli addetti e realizzano il 18,0% del fatturato. Per il 38,3% di queste, ovvero 390 mila imprese, la decisione è stata presa a seguito del decreto del Governo, mentre il 6,7%, pari a 68 mila, lo ha fatto di propria iniziativa.

Oltre la metà prevede la mancanza di liquidità per far fronte alle spese nell’anno in corso

Oltre la metà delle imprese interpellate dall’Istat, che contano il 37,8% di occupati, prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle spese che si presenteranno fino alla fine del 2020. Il 38,0% (con il 27,1% di occupati) segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività e il 42,8% ha richiesto il sostegno per liquidità e credito (DL 18/2020 e DL 23/2020). Le principali opzioni adottate per far fronte alla crisi sono la riorganizzazione di spazi e processi (23,2% delle imprese) e la modifica o l’ampliamento dei metodi di fornitura dei prodotti/servizi (13,6%).

In due mesi per il 41,4% delle imprese il fatturato si è più che dimezzato

A livello settoriale, sono soprattutto le imprese delle costruzioni e dei servizi ad aver sospeso l’attività. In particolare, rispettivamente il 58,9% e il 53,3% delle aziende dei due settori, percentuali maggiori rispetto al 36,0% dell’industria in senso stretto, e al 30,3% del commercio. Oltre il 70% delle imprese, che rappresentano il 73,7% dell’occupazione, dichiara poi una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Nel 41,4% dei casi il fatturato si è più che dimezzato, nel 27,1% si è ridotto tra il 10% e il 50%, e nel 3% dei casi meno del 10%. Nell’8,9% delle imprese il valore del fatturato è invece rimasto stabile.

La tavola della quarantena: più frutta e verdura, ma anche dolcetti consolatori

Lockdown all’insegna dei cibi sani: durante le settimane trascorse in casa, gli italiani hanno mangiato “bene”, aumentando il consumo di frutta e verdura. Ma, pur in questo quadro salutista, i nostri connazionali si sono concessi anche qualche sfizio consolatorio, rappresentato da dolci e un bicchiere di vino. La fotografia della tavola tricolore durante il blocco emerge dall’Osservatorio sulle Eccedenze, sui Recuperi e sugli Sprechi Alimentari del Crea Alimenti e Nutrizione, che ha condotto un’indagine nazionale su un campione di quasi 3mila persone, per analizzare come la quarantena abbia cambiato l’alimentazione quotidiana.

Cibi sani in quantità, ma anche nuove abitudini

Come rivela il rapporto, durante la quarantena gli italiani (o meglio, quelli del campione coinvolto nell’indagine) hanno dichiarato di aver aumentato il consumo di alimenti sani: verdura (il 33%), frutta (il 29%), legumi (il 26,5%), acqua (il 22%), olio extravergine d’oliva (il 21,5%). In contemporanea, però, il 44,5% dei nostri connazionali ha ammesso di aver mangiato più dolci e il 16% di aver bevuto più vino. Ma, oltre a riservare più cura  alla salute, molti italiani hanno scelto di utilizzare questo periodo per sperimentare nuovi cibi (40%) e nuove ricette (31%), migliorando le proprie abitudini alimentari (24%) e maturando abitudini ecosostenibili (fare la raccolta differenziata 86%, conservare e consumare alcuni alimenti acquistati in eccesso 83%, oppure mangiare tutto, inclusi gli avanzi 80%).

Qualche chilo in più, ma comportamenti virtuosi

Ovviamente, fra buona tavola e impossibilità di frequentare la palestra o il campo da calcetto, molti italiani hanno messo su qualche chiletto. Il 44% degli intervistati, infatti, è aumentato di peso per il maggiore apporto calorico, correlato ad una minore attività fisica, che ha riguardato il 53% del campione. Così ora il 37% degli intervistati ha dichiarato l’intenzione di voler mettersi a dieta. “Le limitazioni imposte dalla quarantena non hanno avuto effetti totalmente negativi sull’alimentazione”, spiega la coordinatrice dell’Osservatorio, Laura Rossi, precisando che “a fronte dell’aumento di comfort food (dolci), abbiamo però anche maggiori quantità di frutta, verdura e soprattutto legumi con +26,5% e di olio di oliva +22%”. Si tratta in realtà di dati in linea con quelli del carrello della spesa degli italiani nel primo trimestre del 2020 e che indicano che il tempo trascorso in cucina è stato orientato alla preparazione di piatti con ingredienti salutari. Insomma, abbiamo imparato non solo a impastare e cucinare, ma anche a mangiare meglio: una buona notizia in un periodo complicato.

Nel 2020 crolla il mercato degli smartphone in Europa

Un impatto più pesante di quello che ha interessato la telefonia mobile durante la crisi finanziaria del 2008. È quanto subirà il mercato europeo degli smartphone a causa della crisi sopraggiunta con il coronavirus. A prevederlo sono gli analisti di Idc, secondo i quali quest’anno il settore potrebbe verosimilmente perdere oltre un quarto del suo valore. E l’Italia e la Spagna saranno i Paesi più colpiti da una domanda al collasso.

“In Europa l’impatto più pesante si registrerà in paesi come l’Italia e la Spagna, i più colpiti dall’epidemia – spiega l’analista Marta Pinto – ma nel nostro scenario più probabile ci aspettiamo che quasi tutti i mercati europei caleranno di circa un quinto” del valore.

Lo scenario più pessimista stima un down del 47,1%

Più in particolare, in base alle stime di Idc, nello scenario giudicato più probabile il mercato europeo degli smartphone nel corso dell’anno vedrà il suo valore diminuire del 26,8%. Secondo Idc nello scenario più roseo invece il calo è contenuto al 10%, mentre in quello più nero il crollo raggiunge il 47,1%.

Questo perché nel primo trimestre, secondo Idc, i problemi hanno riguardato la produzione, e quindi l’offerta. “Questi problemi ora sono finiti, ma i mercati adesso si trovano ad affrontare una situazione completamente nuova che vede la domanda al collasso”, sottolinea Marta Pinto.

I vincoli di offerta osservati nel primo trimestre sono in gran parte scomparsi

Un altro fattore a pesare sulla contrazione del mercato europeo è la svalutazione fuori dall’Eurozona, con deprezzamenti che hanno interessato dalla corona norvegese al rublo russo, passando per diverse valute dell’Europa Orientale, riporta Ansa. A novembre 2019 Idc per quest’anno prevedeva ancora una crescita del 2,7%, ma è verosimile che il settore subirà i blocchi imposti in tutto il continente per contenere il coronavirus, e in seguito gli effetti della crescente disoccupazione. I vincoli di offerta osservati nel primo trimestre dell’anno sono in gran parte scomparsi, mentre il problema della diffusione del virus sta facendo crollare la domanda.

Quest’anno la contrazione del Pil europeo sarà dell’8%, il doppio del 2009

D’altronde, i dati di febbraio non sono certo di buon auspicio, con un -38% rispetto al medesimo periodo dell’anno scorso, e 61,8 milioni di unità spedite contro le 99,2 milioni di febbraio 2019. Secondo la società di analisi, si tratta della più netta inversione che l’industria della telefonia abbia mai visto in Europa nel corso dei 20 anni in cui Idc ha monitorato il settore. Durante l’ultima grande recessione, quella del 2008, il valore del mercato telefonico europeo è diminuito del 6,3% nel 2008 e del 13,1% nel 2009 in termini di dollari. E se il Pil europeo nel 2009 ha subito una contrazione di oltre il 4%, le ultime previsioni indicano che quest’anno la contrazione sarà il doppio.

Investire su se stessi e sulla propria professionalità, anche stando a casa

In queste settimane tutte le nostre abitudini – professionali, sociali, personali – sono cambiate radicalmente. Si spera per poco tempo ancora, ovvio, ma intanto la situazione è questa: siamo a casa. Perché non approfittare del tempo in più che abbiamo a disposizione per investire su noi stessi e per concentrarci sui progetti professionali finora rimasti nel cassetto?

Qualche consiglio utile arriva dagli esperti di Gi Group, agenzia per il lavoro, che identificano cinque attività per le quali non abbiamo mai tempo e che invece possono essere utili per la carriera. “Non dobbiamo mai dimenticare il valore del tempo, risorsa preziosa e sempre più scarsa. In questo periodo eccezionale che stiamo vivendo, possiamo scegliere di investire il tempo ritrovato in attività che possano avere un ritorno per la nostra sfera personale e professionale, soprattutto per quando questa grave emergenza sarà rientrata”, commenta Zoltan Daghero, Managing Director di Gi Group.

Restyling al curriculum e al profilo LinkedIn

Il curriculum vitae è lì, fermo, da anni. Questo è il momento perfetto per riaprire il file e integrarlo di nuove informazioni oltre che di renderlo più accattivante con una nuova veste grafica. Lo stesso discorso vale per il profilo LinkedIn,  il biglietto da visita nel mondo del lavoro del terzo millennio. E’ importante tenerlo aggiornato, dalla foto profilo al summary, fino alle esperienze. Più informazioni precise ci sono, più è facile farsi notare da recruiter e aziende.  

Spazio a webinar e webcast per approfondire un argomento.

Corsi e lezioni on line permettono di restare aggiornati e di approfondire uno specifico tema grazie all’intervento di uno o più esperti. Per seguirle è sufficiente dotarsi di un qualsiasi device (pc, smartphone, tablet) connesso a Internet. Sono tantissime le realtà che ora propongono corsi gratuiti per migliorare le proprie competenze. Vale la pena approfittarne!

Cosa cambia nel mondo del lavoro

Praticamente nessuno, a meno che lo faccia per professione, ha letto o conosce le varie tipologie di contratto di lavoro esistenti. E chi aveva approfondito gli obblighi previsti dall’informativa sulla salute e sicurezza nel lavoro agile di cui tanto si parla in questi giorni? Conoscere anche questi aspetti è molto utile ad orientarsi nel mondo del lavoro, più consapevoli dei propri diritti e doveri.

Imparare a gestire le videocall

In questi giorni l’attività di selezione e ricerca procede grazie anche ai video colloqui che consentono di rispondere anche alla crescita esponenziale delle richieste che arrivano da alcuni settori. Il video però ci può mettere un po’ più a disagio, sia in un colloquio sia in una call con un cliente o il responsabile. Fare prove con amici o colleghi, oppure videoregistrarsi e poi riguardarsi è un ottimo modo per prepararsi. In fondo è questione di abitudine.

L’Italia della Public Utility: un’impresa su sette è in Lombardia

Le Public Utilities in Italia sono cresciute di ben l’8% in cinque anni. oggi sono infatti 33mila le imprese di questo settore – principalmente attive nella fornitura di energia e gas e ingegneria civile – e di queste una su sette è collocata in Lombardia. Complessivamente, il comparto dà lavoro a 363mila addetti, dei quali 70mila impiegati nella sola Lombardia. Un segmento del mercato che gode quindi di ottima salute, sia a livello nazionale sia regionale.

Energia e ingegneria civile i primi settori

Gli ambiti in cui operano le Public Utilities sono principalmente produzione e fornitura di energia elettrica, gas, acqua, costruzioni di strade e autostrade, telecomunicazioni, smaltimento rifiuti: sono quasi 5mila le imprese lombarde attive in questi settori della filiera. Con questi numeri, la Lombardia è prima in Italia seguita da Campania, Lazio e Sicilia con circa 3mila attività. Tutti i dati sono il frutto di un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati registro imprese 2019, 2018 e 2014.

In Italia prima Roma poi Milano

In Italia, in questo settore risulta prima Roma con 2.239 attività e 59mila addetti (+1% in un anno e +9% in cinque anni) seguita a ruota da Milano con 2.050 imprese che danno lavoro a 37mila addetti (+2,3% in un anno e +7% in cinque anni). Si collocano poi Bolzano con 1.551 imprese 4.984 addetti (+5%; +45%), Napoli con 1.306 e 8.799 addetti (+2%; +14%), Torino con 1.052 e 15mila addetti (+0,6%; +1,3%) e Bari con 797. Superano le 600 imprese anche Trento, Salerno, Caserta. Tra le prime dieci provincie italiane crescono di più in cinque anni: Bolzano (+45%), Trento (+23%), Salerno (+21%) e Caserta (+19%), Napoli (+14%). Sulle circa 33mila imprese attive in Italia, 12mila si occupano di produzione e fornitura di energia e gas, 11mila di ingegneria civile, 7mila di rifiuti.

I dati regionali: dopo Milano, Brescia e Bergamo

In Lombardia su 4.664 imprese, sono 2mila le attive nella fornitura di energia elettrica, gas e 1.109 quelle legate ai lavori di ingegneria civile, 1.051 le attività di raccolta dei rifiuti. Oltre a Milano, con 2.050 imprese, tra le lombarde spiccano Brescia e Bergamo ai primi posti in Italia con quasi 600 imprese e rispettivamente 11 mila e 5 mila addetti. Superano le 200 imprese anche Varese, Monza (con 4mila addetti ciascuna) e sono 194 a Como con oltre mille impiegati.

Milano, Monza e Brianza, Lodi: il business abita qui

Milano, Monza e Brianza, Lodi sono generatori di business. Lo rivela una recente elaborazione della Camera di Commercio che ha evidenziato come sul territorio sia in costante aumento il numero di imprese: circa il +1% nel corso del 2019. Un dato davvero positivo, che significa che sull’intera area presa in esame sono attive 385 mila imprese.

Milano guida la crescita

Non sorprende che sia Milano a guidare la “carica” di questo aumento imprenditoriale. Il capoluogo registra una crescita di +1% e arriva a contare quasi 307 mila imprese attive rispetto alle oltre 303 mila dell’anno precedente, con un saldo positivo di oltre 3 mila attività in più. Stabili Monza Brianza, + 0,3%, e Lodi, -0,1%, in linea con il dato regionale e nazionale. Insieme i tre territori arrivano a 385 mila imprese e rappresentano circa la metà del totale regionale (814 mila) e quasi un decimo di quello nazionale (5,1 milioni).

I settori più dinamici

Complessivamente, registrano una buona vivacità le attività finanziarie, professionali, i servizi alle imprese, sport e cultura. Più nel dettaglio, le imprese considerate operano soprattutto nel commercio (94 mila di cui 74 mila a Milano), nelle costruzioni (56 mila di cui 41 mila a Milano) e nelle attività immobiliari (37 mila di cui 30 mila a Milano). A crescere maggiormente, come sottolineato, sono soprattutto le attività finanziarie e assicurative (+5% nei tre territori rispetto a +1% in Italia, tra cui +6% a Milano, +4% a Lodi, + 2% a Monza), quelle professionali, scientifiche e tecniche (+5% rispetto a + 3% nazionale, tra cui +5% a Milano e Lodi, + 4% a Monza), i servizi alle imprese (+4%, di cui + 4% a Milano e Lodi e + 5% a Monza), alla persona (+3%), l’intrattenimento, sport e cultura (+3%).

Impiegati 2,5 milioni di addetti

La salute dell’imprenditorialità del territorio si riflette anche sull’occupazione, che assorbe una grande percentuale di lavoratori lombardi. Le imprese di Milano Monza Brianza e Lodi danno lavoro a 2 milioni e mezzo di addetti, di cui 2,2 milioni solo a Milano. Rappresentano il 60% del totale lombardo di 4 milioni e un lavoratore su sette in Italia (17 milioni). È il commercio, tra ingrosso e dettaglio, il settore con il maggior numero di addetti (477 mila di cui 414 mila a Milano) seguito dai servizi alle imprese (429 mila di cui 415 mila a Milano) e dal manifatturiero (464 mila di cui 368 mila a Milano).

Le Pmi sono più tassate dei colossi del web

Le Pmi pagano più tasse dei colossi del web. È quanto emerge dalle rilevazioni della Cgia di Mestre sulla base dei dati riferiti al 2018. Secondo la Cgia le nostre Pmi subiscono un carico fiscale complessivo pari al 59,1% dei profitti, mentre le multinazionali del web presenti in Italia, o meglio le controllate situate nel nostro Paese, registrano un tax rate del 33,1%.

“Premesso che i dati sono desunti da fonti diverse, quindi non comparabili da un punto di vista strettamente scientifico – afferma il coordinatore dell’Uffici studi della Cgia Paolo Zabeo – è comunque verosimile ritenere che sulle piccole imprese il carico fiscale sia quasi doppio rispetto a quello che grava sui giganti tecnologici presenti in Italia”.

Il tax rate medio in Europa è del 42,8%

“Un’ingiustizia – prosegue Zabeo –  che grida vendetta, non tanto perché su questi ultimi grava un peso fiscale relativamente contenuto, ma per il fatto che sulle nostre Pmi il peso delle tasse e dei contributi è tra i più elevati d’Europa”.

Tra i Paesi dell’Area dell’euro, infatti, i dati della Banca Mondiale confermano che solo la Francia, con il 60,7% di tax rate, registra una pressione fiscale sui profitti delle imprese superiore alla nostra, contro una media dei 19 Paesi dell’Eurozona pari al 42,8%. Un dato, questo, di oltre 16 punti percentuali inferiore al dato medio presente in Italia. E all’orizzonte pare difficile ipotizzare una riforma che tagli il carico fiscale, in particolar modo alle imprese.

Trasferire la sede legale all’estero per ottenere vantaggi fiscali

Ma quali sono le ragioni per cui le controllate delle multinazionali del web beneficiano di un tax rate del 33,1%? Il motivo è che la metà dell’utile ante imposte è tassato in Paesi a fiscalità agevolata, che nel periodo 2014-2018 ha procura un risparmio fiscale pari a circa 50 miliardi di euro. Tuttavia, i giganti stranieri del web non sono gli unici a sfruttare i vantaggi fiscali concessi da molti Paesi. Anche alcuni grandi player italiani hanno trasferito la sede legale principale o di una consociata all’estero. Un’operazioni formalmente ineccepibile da un punto di vista fiscale-societario, ma che riduce la base imponibile di chi paga le tasse in Italia, in particolare le realtà imprenditoriali di piccola dimensione.

In Italia pagare le tasse è più difficile

Oltre ad avere la pressione fiscale sulle imprese tra le più elevate d’Europa, l’Italia, evidenzia ancora la Cgia, è il Paese, insieme al Portogallo, dove pagare le tasse è più difficile. Sempre dai dati presentati dalla Banca Mondiale (Doing Business 2020), in Italia sono necessari 30 giorni all’anno (pari a 238 ore) per raccogliere tutte le informazioni necessarie per calcolare le imposte dovute, completare le dichiarazioni dei redditi, presentarle all’Amministrazione finanziaria, ed effettuare il pagamento, riporta Adnkronos. Mentre in Francia per espletare le incombenze burocratiche derivanti dal pagamento delle tasse sono necessari solo 17 giorni, e la media dell’area euro è 18 giorni.

Mental load, troppe responsabilità sono fonte di stress

Una condizione mentale estremamente comune, che non solo è fonte di stress e disagio per i lavoratori, ma spesso comporta un vero e proprio ostacolo all’avanzamento professionale. È il Mental Load, termine inglese che descrive una situazione di pressione psicologica causata dal sovraccarico di responsabilità familiari e personali che influisce negativamente sul lavoro. Un “peso” a livello psicologico che comporta perdita di efficienza, rallentamento nello sviluppo dei progetti, distrazione e stanchezza.

100 cose da fare e non trovare mai il tempo

I risultati di uno studio di Yoopies, la piattaforma per la ricerca di servizi di aiuto domestico, sul Mental Load mostrano fino a che punto i problemi quotidiani, lungi dal rimanere confinati nella sfera privata, pesino sui dipendenti e sulle loro prestazioni professionali. Perché il Mental Load consiste proprio nell’avere sempre in un angolo della testa gli imperativi relativi ai compiti e alle responsabilità domestiche, familiari e personali. Insomma, avere 100 cose da fare e non trovare mai il tempo. E gli oneri maggiori spettano alle donne, le quali si trovano a dover sbrigare circa il 71% delle mansioni quotidiane e il 65% di quelle genitoriali, riporta Ansa.

Il 94% dei dipendenti gestisce almeno un aspetto della vita privata al lavoro

Secondo lo studio effettuato da Yoopies su 1300 lavoratori di ambo i sessi e appartenenti a differenti settori e fasce di età, quasi tutti i dipendenti (94%) gestiscono almeno un aspetto della loro vita privata sul lavoro, e l’86% consacra agli impegni domestici un lasso di tempo compreso tra 30 e 180 minuti a settimana. Fra gli intervistati, 1 su 10 dedica addirittura più di tre ore alla settimana a tali mansioni. E le questioni riguardanti i figli (78%) e le difficoltà personali (73%), come divorzio o trasloco, sono in cima alla lista dei problemi privati gestiti sul lavoro. Il 67% dei dipendenti ritiene poi che questi oneri perturbino la propria efficienza lavorativa, l’87% si dichiara considerevolmente stressato dagli stessi, mentre il 44% afferma che il Mental Load sia la causa scatenante del proprio ritardo sulle missioni e i progetti lavorativi da svolgere.

“Le donne vivono letteralmente due giornate in una”

Lo studio sull’impatto del Mental Load sullo sviluppo della carriera dimostra anche che “la lotta per la parità di genere nelle aziende richiede necessariamente la presa in considerazione delle disuguaglianze nella sfera privata”, afferma Benjamin Suchar, fondatore e CEO di Yoopies. Secondo il quale, le donne “vivono letteralmente due giornate in una, destreggiandosi tra le molteplici responsabilità di cui sono costrette a farsi carico e che spesso comportano effetti deleteri sul livello di benessere personale e di produttività”.

Lo studio permette quindi di considerare e definire il Mental Load in una maniera totalmente nuova. E “dimostra come le responsabilità quotidiane – aggiunge l’imprenditore – non possano essere lasciate da parte, nemmeno quando siamo al lavoro”.