Giovani e lavoro: cresce l’occupazione, ma calano le imprese under 35

Il panorama del lavoro in Italia sta attraversando una fase di profondo cambiamento, in particolare per le nuove generazioni. Sebbene aumentino i giovani occupati con un impiego dipendente, si registra un calo significativo nel numero di imprese fondate da under 35.

A lanciare l’allarme è Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, intervenuto durante un evento promosso con Almalaurea dedicato a orientamento, imprenditorialità e occupazione.

Una generazione che si “perde” anno dopo anno

Dal 2011 al 2024, la fascia d’età tra i 18 e i 34 anni ha perso circa un milione di individui. Una riduzione demografica che ha avuto effetti diretti sul mondo dell’impresa: il numero di aziende gestite da giovani è calato del 31% in poco più di un decennio.

Anche le nuove iscrizioni di imprese fondate da under 35 sono in netto calo: si è passati dal 34,6% del totale nel 2011 al 27,8% nel 2024.

Più lavoro dipendente 

In parallelo, però, aumenta il numero di giovani che trovano un impiego alle dipendenze. Tra il 2015 e il 2024, i lavoratori dipendenti tra i 15 e i 34 anni sono cresciuti di circa 640mila unità, in gran parte con contratti a tempo pieno. Questo potrebbe indicare una preferenza per percorsi professionali più stabili rispetto alla sfida, spesso rischiosa, dell’imprenditoria.

Fare impresa è ancora troppo difficile

Secondo i dati raccolti da Unioncamere, quasi l’80% dei giovani imprenditori incontra difficoltà nell’avvio della propria attività. Oltre la metà segnala ostacoli legati alla burocrazia e alle complesse procedure amministrative.

Per superare queste barriere servono strumenti concreti e politiche efficaci in grado di rendere più accessibile il mondo dell’impresa ai giovani.

Il Servizio Nuove Imprese di Unioncamere

Proprio per rispondere a questa esigenza, Unioncamere ha creato il Servizio Nuove Imprese (SNI), una piattaforma digitale pensata per supportare aspiranti e neoimprenditori. Il servizio offre risorse pratiche, informazioni e assistenza per facilitare l’ingresso nel mondo imprenditoriale.

Il lato positivo: boom di start-up innovative

Anche se le imprese giovanili segnano un calo nel loro complesso, qualche spiraglio positivo esiste. C’è infatti un settore che continua a crescere: quello delle start-up innovative. Tra il 2016 e il 2024, queste realtà sono più che raddoppiate, passando da meno di 6.000 a oltre 12.000 (+111,6%).

Un dato che mostra come, laddove ci siano competenze digitali e visione imprenditoriale, i giovani riescano ancora a fare la differenza.

AI: Meta inizia l’addestramento in Europa sui contenuti pubblici degli utenti

Dopo avere lanciato Meta AI in Europa lo scorso mese, ora Meta annuncia l’addestramento dei suoi modelli di AI sulla base delle interazioni che le persone hanno con l’AI di Meta e sui contenuti pubblici condivisi, ovvero, post e commenti sulle sue piattaforme.

Secondo la Società, l’addestramento “consentirà di supportare meglio milioni di persone e aziende nell’UE, insegnando all’AI di Meta a comprendere e riflettere più accuratamente le culture, le lingue e la storia europee”.
Le persone residenti nell’Unione Europea che utilizzano le piattaforme di Meta stanno iniziando a ricevere notifiche sulle app e via email che spiegano la tipologia di dati che Meta ha in tenzione di utilizzare, e in che modo “questo migliorerà l’AI di Meta e l’esperienza complessiva degli utenti”.

Messaggi privati e dati dei minorenni non verranno utilizzati

Le notifiche includeranno anche un link a un modulo da compilare per opporsi in qualsiasi momento all’utilizzo dei propri dati.

“Abbiamo reso questo modulo facile da trovare, leggere e compilare, e rispetteremo tutte le richieste già ricevute di non utilizzare i dati, così come quelle che verranno inviate in futuro – assicura l’azienda -. Come già sottolineato in precedenza, non utilizziamo i messaggi privati scambiati con amici e familiari per addestrare i nostri modelli di AI generativa. Inoltre, i dati pubblici provenienti da account appartenenti a persone nell’UE di età inferiore a 18 anni non verranno utilizzati a fini di addestramento”.

Semaforo verde dalla UE

Già un anno fa Meta aveva posticipato l’addestramento dei suoi modelli linguistici di grandi dimensioni utilizzando contenuti pubblici, in attesa che i regolatori chiarissero i requisiti legali.

Oggi Meta dichiara di accogliere con favore “il parere fornito dal Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB) a dicembre, che ha confermato come il nostro approccio iniziale fosse conforme ai nostri obblighi legali. Da allora, abbiamo collaborato in modo costruttivo con la Commissione irlandese per la protezione dei dati (IDPC) e non vediamo l’ora di continuare a portare tutti i benefici dell’AI generativa alle persone in Europa”, riferisce Askanews.

“Stiamo seguendo l’esempio di altre aziende”

“È importante sottolineare che il tipo di addestramento dell’AI che stiamo svolgendo non è un’esclusiva di Meta né sarà unico per l’Europa – aggiunge l’azienda, come riporta Ansa -. È così che abbiamo addestrato i nostri modelli di AI generativa per le altre regioni del mondo, fin dal lancio. Stiamo seguendo l’esempio di altre aziende, tra cui Google e OpenAI che hanno già utilizzato dati degli utenti europei per addestrare i propri modelli di AI. È fondamentale che i nostri modelli di AI generativa – sottolinea Meta – vengano addestrati su una varietà di dati che permettano di comprendere le incredibili e variegate sfumature e complessità che caratterizzano le comunità europee. Un aspetto particolarmente importante in un momento in cui i modelli di AI stanno diventando sempre più avanzati con funzionalità multimodali che comprendono testo, voce, video e immagini”. 

Franchising: aggiunge 41 miliardi di valore all’economia nazionale

Lo evidenzia Assofranchising: ogni euro investito dal comparto del franchising genera quasi 3 euro per l’intera economia nazionale, con un impatto complessivo sul valore della produzione stimato complessivamente in circa 94 miliardi di euro.
Secondo il Rapporto 2024 di Assofranchising condotto da Nomisma il comparto ha raggiunto un fatturato di quasi 34 miliardi di euro, con una crescita del +9,9% rispetto all’anno precedente e un totale di forza lavoro impiegata pari a 287.767 addetti.

Ma qual è l’effetto moltiplicatore del giro d’affari dei punti vendita del comparto sull’economia nazionale? 
Il comparto del franchising nel 2023 ha generato un impatto in termini di valore aggiunto pari a 41 miliardi di euro. Di questi, 24,2 miliardi di euro sono attribuibili all’attivazione diretta, 4,8 miliardi a quella indiretta e 12,1 miliardi di euro all’indotto.

Ogni euro investito ne genera 2,8

L’impatto complessivo del franchising stimato da Nomisma è pari al 2,1% del valore aggiunto generato dal totale dell’economia nazionale.
Considerando il valore della produzione l’impatto stimato è pari complessivamente a 94 miliardi di euro, con un moltiplicatore finale pari a 2,8. In pratica, per ogni euro investito dal comparto del franchising si generano complessivamente 2,8 euro nell’intera economia nazionale.

In ambito occupazionale, l’impatto complessivo è invece pari a 732.907 occupati, con un moltiplicatore finale pari a 2,5, ovvero, ogni posto di lavoro attivato dal comparto del franchising contribuisce all’occupazione di 2,5 lavoratori nell’intero sistema Paese. I redditi da lavoro dipendente complessivamente generati sono pari a 15,9 miliardi di euro.

“Un’opportunità concreta di ricollocamento”

“Il franchising si mostra come un comparto particolarmente interessante se visto come opportunità di rilancio professionale – spiega Alberto Cogliati, Presidente di Assofranchising -. Per un’associazione di categoria come la nostra è importante avere rapporti sempre più stretti con le società di outplacement, perché possiamo diventare un’opportunità concreta di ricollocamento per tanti lavoratori e lavoratrici”.

Ma l’impatto attivato dal franchising non riguardano il solo settore del commercio. Sono infatti molteplici i comparti che attivano produzione, come le industrie del comparto tessile e abbigliamento per il 10,2% e attività immobiliari per il 7,7%, valore aggiunto (servizi immobiliari per il 15,2% e di alloggio-ristorazione per il 7,9%) e occupazione (alloggio-ristorazione 10,4% e tessile-abbigliamento 7,5%).

Un motore strategico per l’1,8% del PIL

“Il franchising si conferma un motore strategico per l’economia italiana, con un giro d’affari che complessivamente rappresenta l’1,8% del nostro PIL e con importanti riverberi sia diretti sia a livello di indotto – aggiunge Roberta Gabrielli, Head of Marketing, Business Processes e Communication di Nomisma -. Nel nostro Paese operano 929 insegne, con quasi 66.000 punti vendita affiliati in cui sono occupati 287.767 addetti. Per quanto riguarda la produzione, il commercio al dettaglio rappresenta il comparto più rilevante, seguito da tessile-abbigliamento e dalle attività immobiliari. Sul fronte degli occupati, invece, il commercio al dettaglio è seguito dai servizi di alloggio e ristorazione e dal tessile-abbigliamento”.

Bollette: solo il 26% degli italiani è informato del passaggio al mercato libero

Secondo i risultati di una ricerca condotta da Trustpilot, piattaforma globale di recensioni dei consumatori, la maggioranza degli italiani, l’87%, è consapevole dei cambiamenti normativi dovuti al passaggio al mercato libero dell’energia. Ma appena il 26% dichiara di essersi informato meglio, e di avere effettivamente cambiato fornitore.

In pratica, solo il 26% dei cittadini del Bel Paese si è informato sul mercato libero dell’energia e ha cambiato fornitore. La maggior parte dei consumatori, il 45%, per ora si è limitato a raccogliere maggiori informazioni, ma ha deciso comunque di mantenere il proprio operatore.

Il fattore determinante per cambiare fornitore è sempre il prezzo più basso

L’analisi di Trustpilot ha messo in luce che per il 71% degli intervistati quando si tratta di scegliere un fornitore di energia il fattore determinante è il prezzo competitivo.
Al fattore risparmio, seguono l’affidabilità del servizio (42%) e la qualità del customer care (20%). E a proposito di prezzi, il 74% degli intervistati li confronta nel tempo.

Più di 1 italiano su 2, invece, legge le recensioni per scegliere un nuovo fornitore. Tra gli intervistati che hanno cambiato fornitore di elettricità, gas e servizi negli ultimi 12 mesi, infatti, il 49% afferma che le recensioni lette online hanno influenzato la loro decisione.

Recensioni: uno strumento fondamentale per rafforzare fiducia e trasparenza

“Le recensioni online rappresentano uno strumento fondamentale per rafforzare la trasparenza e la fiducia tra consumatori e aziende – ha commentato Nicoletta Besio, Country General Manager Italy di Trustpilot -. Il nostro obiettivo è offrire una piattaforma aperta e indipendente, dove gli utenti possano condividere le proprie esperienze e aiutare gli altri a compiere scelte informate”.

“Verificare l’affidabilità dei fornitori e identificare le soluzioni più adatte”

“In un mercato energetico sempre più competitivo – ha aggiunto Nicoletta Besio -, la fiducia è la chiave per costruire relazioni durature e di valore, e le recensioni sono sicuramente una risorsa preziosa per verificare l’affidabilità dei fornitori e identificare le soluzioni più adatte alle proprie esigenze”, riporta Askanews.

Trustpilot è una piattaforma di recensioni aperta a tutti nata nel 2007. La sua missione è consentire alle persone di acquistare con sicurezza e aiutare le aziende a offrire esperienze memorabili.
“La nostra visione è quella di diventare un simbolo universale di fiducia – spiega Adrian Blair, ceo di Trustpilot -.Vogliamo che i consumatori possano prendere decisioni d’acquisto sicure e informate, e che le aziende possano dare prova della qualità dei loro servizi e raccogliere informazioni utili a migliorare il proprio business”.

Amici e salute: perché le relazioni sociali allungano la vita?

Chi ha poche relazioni sociali si ammala di più e ha più probabilità di andare incontro a una morte prematura. Al contrario, avere tanti amici allunga la vita. Poter contare su un’ampia rete di affetti, familiari e non, riduce il rischio di cardiopatie, ictus, diabete e rafforza il sistema immunitario che protegge dalle infezioni.

Uno studio anglo-cinese pubblicato su ‘Nature Human Behaviour’ conferma l’effetto-scudo dell’amicizia sulle malattie, e spiega da cosa dipende. Il segreto sta in un set proteico che contraddistingue le persone isolate.
Se la loro salute è peggiore è proprio per colpa di queste ’proteine della solitudine’ collegate, ad esempio, allo stress, al colesterolo alto, alla resistenza insulinica, all’aterosclerosi e allo sviluppo di tumori.

Le 26 proteine della solitudine

Calcolando i punteggi di isolamento sociale (vivere da soli, avere pochi contatti con gli altri e un basso coinvolgimento in attività di gruppo) e di solitudine (sentirsi soli), gli studiosi hanno potuto individuare le proteine presenti a livelli maggiori nelle persone socialmente isolate o sole, e capire in che modo sono correlate a una salute più scadente.

Al netto di fattori quali età, sesso e background socioeconomico, sono state identificate 175 proteine associate all’isolamento sociale e 26 legate alla solitudine, con una sovrapposizione dell’85%.
Molte di queste proteine vengono prodotte in risposta a infiammazioni, infezioni virali e come reazione immunitaria, oltre a essere correlate a malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, ictus e morte precoce. Gli scienziati hanno anche trovato 5 proteine specifiche per la solitudine.

Il rapporto tra ormoni, stress e aree del cervello

Una delle proteine della solitudine è l’Adm, che svolge un ruolo nella risposta allo stress e nella regolazione di ormoni dello stress e ormoni sociali (come l’ossitocina, il cosiddetto ‘ormone dell’amore’, antistress e alleato del buonumore).
Gli scienziati hanno rilevato una forte associazione tra l’Adm e il volume dell’insula, centro cerebrale che presiede alla capacità di percepire cosa sta accadendo all’interno del nostro corpo: maggiori i livelli di Adm, minore il volume di quest’area.

Concentrazioni più alte di Adm sono state collegate anche a un volume inferiore del caudato sinistro, regione coinvolta nei processi emotivi, di ricompensa e sociali. 
Infine, livelli maggiori di Adm sono stati associati a un rischio più alto di morte precoce.

OMS: l’isolamento sociale è un problema di salute pubblica

Un’altra proteina della solitudine, l’Asgr1, è correlata al colesterolo alto e un maggior rischio di malattie cardiovascolari. Altre ancora svolgono un ruolo nello sviluppo della resistenza insulinica, anticamera del diabete, nell’incrostazione delle arterie, alla base dell’aterosclerosi, e nella progressione del cancro.

“Sempre più persone di tutte le età riferiscono di sentirsi sole – commenta Barbara Sahakian, Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Cambridge, come riporta Adnkronos -. Ecco perché l’Organizzazione mondiale della Sanità ha descritto l’isolamento sociale e la solitudine come un problema di salute pubblica globale. Dobbiamo trovare modi per affrontare questo problema crescente e mantenere le persone connesse per aiutarle a rimanere in salute”.

Black Friday 2024: la spesa (online) prevista è di oltre 2 miliardi di euro

Anche per il Black Friday 2024 le categorie merceologiche più interessate si confermano Abbigliamento, Beauty, Enogastronomia, Giocattoli, Informatica ed Elettronica, oltre a esperienze legate al mondo dei viaggi e degli eventi.
L’Elettronica, però, tradizionalmente una delle categorie più performanti, oggi registra un deciso calo delle vendite (-14%) in favore di acquisti in altre categorie di prodotti o servizi.

Ma quanto spenderanno quest’anno gli italiani? Risponde l’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm, della School of Management del Politecnico di Milano: nella settimana che comprende il Black Friday e il Cyber Monday la spesa online stimata ammonta a più di 2 miliardi di euro (+9% rispetto al 2023). E gli operatori particolarmente competitivi realizzeranno anche 10 volte il fatturato di un giorno medio, il doppio rispetto al 2023.

Gli e-shopper risparmiano anche il 30%

Le iniziative di sconto più comuni si suddividono equamente tra sconti applicati all’intero catalogo e sconti riservati a una selezione di prodotti. Non mancano promozioni finalizzate a premiare un target di clienti specifico, come le iniziative di sconto anticipato per i clienti più fedeli. Ma alcuni merchant scelgono di arricchire le proprie offerte con ulteriori vantaggi, come l’inserimento di omaggi, l’abbassamento della soglia minima del carrello per beneficiare della spedizione gratuita, o la creazione di bundle di prodotti da acquistare insieme.

“La maggior parte dei merchant manterrà una politica di sconti in linea con quella dell’anno passato – spiega Valentina Pontiggia, Direttrice dell’Osservatorio -: su determinati prodotti i risparmi per il consumatore potranno superare anche il 30%. Per quanto riguarda le abitudini di acquisto, ci aspettiamo che quasi la totalità degli e-shopper acquisti online, beneficiando di un risparmio medio di circa 20 euro ogni 100 spesi”.

Un traffico di 38 milioni di pacchi

“Il picco di vendite derivante dal Black Friday non è più limitato a una sola giornata, ma si è esteso a 10 giorni, dove il venerdì e la domenica precedenti al Black Friday e il Cyber Monday sono addirittura le giornate con il più alto numero di acquirenti e volume di spesa -aggiunge Roberto Liscia, Presidente di Netcomm -. È in questa finestra temporale che gli italiani concentreranno i loro acquisti online più significativi, rimasti quasi come ‘congelati’ in vista del Natale. Stimiamo che i pacchi in circolazione nei prossimi giorni saranno circa 38 milioni, oltre il +13% rispetto allo scorso anno”.

I merchant adeguano le infrastrutture informatiche in collaborazione con i provider

Negli ultimi anni, i merchant hanno riconosciuto l’importanza di potenziare le proprie attività di back-end per affrontare le sfide del periodo promozionale.
Gli interventi più comuni includono un rafforzamento delle operazioni di preparazione ed evasione degli ordini, nonché un incremento delle attività dedicate al customer care. Inoltre, molti merchant evidenziano la necessità di adeguare le proprie infrastrutture informatiche in collaborazione con i provider, per garantire che le piattaforme e-commerce siano in grado di gestire efficacemente i picchi di traffico.

Miglioramenti che oltre a ottimizzare l’esperienza del cliente, contribuiscono a garantire un processo di vendita più fluido e senza frizioni.

Famiglie, mamme e relazione con i brand: come acquistano gli italiani della GenZ e i Millennials?

Le famiglie di Millennials e GenZ mostrano un legame sempre più diretto con i brand, influenzate dai canali digitali e dai social media che rappresentano per loro un vero e proprio punto di riferimento. Quando si tratta di scegliere prodotti per la casa o per i propri figli, i genitori delle nuove generazioni si affidano moltissimo ai consigli online, alle esperienze di altre famiglie e ai pareri di specialisti.

Per il 91% delle mamme, i suggerimenti delle altre mamme sono fondamentali, così come il parere degli esperti (87%). Il web rappresenta un amplificatore importante di queste informazioni: il 90% delle mamme cerca online recensioni sui prodotti.

L’evoluzione dei ruoli di mamma e papà

Nonostante il progresso sociale, la divisione dei ruoli familiari resta ancora molto tradizionale. La maggior parte delle mamme (70%) si considera la principale responsabile della cura dei figli, mentre i papà tendono a percepire una maggiore corresponsabilità, con il 57% che ritiene il ruolo condiviso.

Questa differenza di percezione si riflette anche nel livello di supporto percepito: solo il 26% delle mamme si sente molto supportata dal partner, rispetto al 44% dei papà.

I social media come fonte di informazione e ispirazione

Per queste nuove famiglie, i social media non sono solo intrattenimento, ma una fonte preziosa di consigli e supporto. Instagram è la piattaforma preferita dalle mamme Millennial e GenZ, seguita da TikTok per le più giovani, mentre i papà prediligono YouTube. Due terzi delle mamme seguono almeno un influencer legato alla genitorialità, apprezzando i contenuti condivisi da figure competenti o da altre mamme che raccontano le loro esperienze.

Le principali motivazioni sono la possibilità di scoprire informazioni utili e di qualità (75%) e di accedere a contenuti coinvolgenti.

Quali saranno le esigenze delle famiglie in futuro?

In prospettiva, circa una mamma su quattro vorrebbe avere un altro figlio nei prossimi cinque anni, a fronte del 18% dei papà. Entrambi i genitori concordano su tre condizioni fondamentali per questa scelta: maggiore stabilità economica, servizi per l’infanzia più efficienti e una flessibilità lavorativa adeguata.

Salute e benessere: gli influencer sono affidabili?

La salute dei figli è un tema centrale per le mamme, che seguono con interesse figure professionali sui social, come medici e specialisti (71%). Quasi la metà delle mamme è disposta a seguire consigli di salute ricevuti online, a patto che siano autorevoli. Questo dimostra una crescente fiducia nei contenuti social, che stanno diventando una risorsa affidabile per la salute e il benessere familiare.

Pesca sostenibile: italiani preoccupati per l’ambiente cambiano dieta 

È quanto rileva una nuova ricerca globale voluta dal Marine Stewardship Council (MSC), l’organizzazione non profit che protegge gli oceani promuovendo la pesca sostenibile: il 36 % degli italiani ritiene che entro 20 anni sarà impossibile salvare gli oceani dai danni irreparabili causati dall’uomo. Nel 2022, lo pensava il  53 %. Per questo motivo, la quasi metà dei consumatori italiani che in questi ultimi due anni ha modificato le proprie abitudini alimentari lo ha fatto a causa di preoccupazioni ambientali. 

L’Italia si distingue per essere uno dei paesi più orientati alla sostenibilità. Infatti, se il 48% degli italiani ha cambiato dieta rispetto a due anni fa per motivi ambientali, a livello globale la percentuale si ferma al 43%.

Meno carni rosse nel piatto per il 57% dei nostri concittadini

Il cambiamento maggiore nella dieta si è verificato nelle carni rosse, come manzo e agnello. A livello globale, il 39% degli intervistati ha confermato di averne ridotto il consumo negli ultimi due anni, mentre in Italia la percentuale sale al 57%.

Inoltre, il 46% dei nostri concittadini ha mangiato più verdure e il 12% più pesce rispetto a due anni fa.
Guardando al futuro, il 27% degli intervistati globali e il 38% dei consumatori italiani sarebbero disposti a mangiare più pesce se avessero la sicurezza di non causare danni agli oceani.

Cambiamento climatico, la paura numero 1 a livello globale 

A livello globale, il cambiamento climatico è la principale preoccupazione che riguarda l’ambiente (51%), seguito dal timore per eventi estremi e distruzione di boschi e foreste.

Anche nel nostro Paese la prima preoccupazione ambientale riguarda il cambiamento climatico (56%), seguito però dai danni causati da inquinamento e spazzatura versati in fiumi e torrenti (43%), ed eventi estremi (43%).
Molto alta anche la preoccupazione per lo stato degli oceani: il 91% degli intervistati globali e il 94% di quelli italiani si dice preoccupato per la loro sorte.

Impossibile salvare gli oceani: i danni sono irreversibili

Di fatto, crolla l’ottimismo sulla possibilità di salvare i mari da danni irreversibili
Diminuisce infatti la percentuale di italiani convinta che entro 20 anni sarà possibile salvare gli oceani dai danni irreparabili causati dall’uomo (dal 53% del 2022 al 36% di oggi), mentre cresce la quota di chi ritiene improbabile che la propria specie ittica preferita possa essere disponibile tra 20 anni (dal 33% al 50%).

A fianco di questo quadro poco rassicurante, la ricerca rileva anche un buon livello di empowerment e attenzione alla sostenibilità da parte degli italiani. L’Italia si classifica terza tra tutti i Paesi interessati dall’indagine per importanza data a questo tema.

AI e aziende: quali sono i tre punti mancanti della pianificazione?

Lo conferma il report globale Architect an AI Advantage condotto da Hewlett Packard Enterprise IT: nella strategia AI delle organizzazioni permangono alcune disconnessioni critiche. In particolare, una mancanza di allineamento tra strategie, processi e metriche, complica la realizzazione dei risultati attesi dall’Intelligenza artificiale.

E sebbene quasi tutti i leader IT intervistati prevedano di aumentare gli investimenti nell’AI il prossimo anno, in mancanza di un approccio olistico si rischia di frenare i progressi.

Una scarsa “data maturity”

I risultati prodotti dall’AI dipendono dalla qualità dei dati inseriti. Le organizzazioni lo sanno, ma i livelli di maturità dei dati rimangono bassi. Solo il 7% è in grado di eseguire push/pull di dati in tempo reale per consentire l’innovazione e la monetizzazione dei dati esterni.

Questa mancanza di capacità rischia di rallentare il processo di creazione dei modelli di AI, aumentare la probabilità di informazioni imprecise nonché un ROI negativo.
Altrettanto preoccupante è il fatto che solo il 37% dei responsabili IT ha creato modelli di dati condivisi con una business intelligence centralizzata.

Lacune nel provisioning di rete e calcolo

Sebbene le aziende sembrino fiduciose nelle loro capacità di rete e di calcolo a supporto dell’AI lungo tutto il ciclo di vita del dato, il rapporto ha rilevato alcune criticità.

Il 93% dei responsabili IT ritiene che la propria infrastruttura di rete sia predisposta per supportare il traffico dell’AI. L’84% ritiene che i propri sistemi abbiano una capacità di calcolo sufficientemente flessibile per le esigenze delle diverse fasi del ciclo di vita dell’AI. Tuttavia, meno della metà ammette di avere una piena comprensione dei requisiti di rete e di calcolo specifici per i vari carichi di lavoro dell’AI durante le fasi di addestramento, messa a punto e inferenza. Questo mette in dubbio l’accuratezza del provisioning messo in atto.

Etica e conformità

Le organizzazioni faticano a integrare in modo coerente le diverse aree chiave del business nell’approccio all’AI. Il 28% dei leader IT descrive infatti l’approccio complessivo come ‘frammentato’, con il 35% delle aziende che opta per strategie AI separate per le singole funzioni e il 32% che definisce obiettivi completamente diversi.

Inoltre, la maggioranza trascura completamente le considerazioni su etica e conformità, nonostante la crescente attenzione di consumatori e normative. Solo il 13% dei responsabili IT ritiene che le questioni legali e di conformità siano fondamentali per il successo dell’AI, solo l’11% dei responsabili IT considera l’etica come fattore chiave, e il 22% delle organizzazioni non coinvolge affatto i team legali nella strategia AI.
Ma senza un’adeguata conformità, le aziende rischiano di esporre i loro dati proprietari, danneggiare la reputazione del marchio e incorrere in sanzioni e battaglie legali.

Quali sono i tre suoni che ci mancherebbero se non potessimo più sentire?

“Quali sono i tre suoni che ti mancherebbero di più se non potessi più sentire?”, secondo gli italiani, le voci di familiari e partner, la musica e la radio, e la TV: lo rivela una ricerca globale di MED-EL.
Secondo la ricerca, le conseguenze emotive della perdita dell’udito spesso superano quelle fisiche. Infatti, le prime dieci risposte sottolineano l’impatto emotivo della perdita dell’udito non trattata.

Il 56% degli italiani afferma che le voci delle persone care sono i suoni di cui sentirebbero maggiormente la mancanza in caso di perdita uditiva, il 47% indica come più rilevanti musica e radio, mentre la TV (25%) si classifica al terzo posto.
Seguono, il suono delle risate (20%), le onde o il rumore del mare (18%). le voci dei bambini (16%), la musica dal vivo (15%).

Differenze tra generi ed età 

Inoltre, il 13% degli italiani avvertirebbe la mancanza del suono della pioggia l’11% del cinguettio degli uccellini e i versi degli animali domestici.
Se le donne mostrano una preferenza maggiore per suoni come quello delle onde (22% vs 13% uomini), la musica dal vivo (17%, 13%) e i versi degli animali domestici (14%, 9%), gli uomini preferiscono le voci dei bambini (17%, 15%).

Inoltre, il valore attribuito alle voci di familiari o partner aumenta con l’età, passando dal 52% espresso dalla fascia tra 18-24 anni al 62% da quella superiore a 55 anni.
Anche l’interesse per la televisione aumenta con l’età: i suoni televisivi mancherebbero infatti al 18% dei partecipanti in fascia 18-24 anni, percentuale che aumenta fino al 35% tra chi è di età superiore a 55 anni.

Differenze regionali

Le voci dei familiari o del partner sono molto apprezzate in Valle d’Aosta (100%), Liguria (77%) e Trentino-Alto Adige (71%), a differenza di percentuali più basse in Basilicata (23 %), Molise (33%) e Friuli-Venezia Giulia (33%).
Le voci dei bambini sono particolarmente amate in Valle d’Aosta (50%) e Umbria (29%), meno in Basilicata (8%), Trentino-Alto Adige (7%) e Molise (7%).

L’interesse per la radio o la musica, poi, varia dal picco in Valle d’Aosta (100%) al 37% del Veneto, mentre l’apprezzamento per il cinguettio degli uccelli è notevole in Umbria (29%) e Liguria (19%), ma nullo in Valle d’Aosta (0%).

Molto più che semplici suoni

I risultati sottolineano non solo il profondo valore emotivo dei suoni, ma mettono in luce anche le implicazioni più ampie della perdita dell’udito. “Questa indagine evidenzia che ciò che l’udito ci permette di sentire sono molto più che semplici suoni: hanno invece a che fare con le nostre esperienze, con le relazioni più significative, con il nostro mondo emotivo e valoriale, parti integranti della nostra vita – sottolinea Romed Krösbacher, direttore di MED-EL Italia -. È evidente quindi come la perdita dell’udito possa avere un profondo impatto sulle connessioni sociali, ma anche sulla salute e sul benessere mentale”.