Pesca sostenibile: italiani preoccupati per l’ambiente cambiano dieta 

È quanto rileva una nuova ricerca globale voluta dal Marine Stewardship Council (MSC), l’organizzazione non profit che protegge gli oceani promuovendo la pesca sostenibile: il 36 % degli italiani ritiene che entro 20 anni sarà impossibile salvare gli oceani dai danni irreparabili causati dall’uomo. Nel 2022, lo pensava il  53 %. Per questo motivo, la quasi metà dei consumatori italiani che in questi ultimi due anni ha modificato le proprie abitudini alimentari lo ha fatto a causa di preoccupazioni ambientali. 

L’Italia si distingue per essere uno dei paesi più orientati alla sostenibilità. Infatti, se il 48% degli italiani ha cambiato dieta rispetto a due anni fa per motivi ambientali, a livello globale la percentuale si ferma al 43%.

Meno carni rosse nel piatto per il 57% dei nostri concittadini

Il cambiamento maggiore nella dieta si è verificato nelle carni rosse, come manzo e agnello. A livello globale, il 39% degli intervistati ha confermato di averne ridotto il consumo negli ultimi due anni, mentre in Italia la percentuale sale al 57%.

Inoltre, il 46% dei nostri concittadini ha mangiato più verdure e il 12% più pesce rispetto a due anni fa.
Guardando al futuro, il 27% degli intervistati globali e il 38% dei consumatori italiani sarebbero disposti a mangiare più pesce se avessero la sicurezza di non causare danni agli oceani.

Cambiamento climatico, la paura numero 1 a livello globale 

A livello globale, il cambiamento climatico è la principale preoccupazione che riguarda l’ambiente (51%), seguito dal timore per eventi estremi e distruzione di boschi e foreste.

Anche nel nostro Paese la prima preoccupazione ambientale riguarda il cambiamento climatico (56%), seguito però dai danni causati da inquinamento e spazzatura versati in fiumi e torrenti (43%), ed eventi estremi (43%).
Molto alta anche la preoccupazione per lo stato degli oceani: il 91% degli intervistati globali e il 94% di quelli italiani si dice preoccupato per la loro sorte.

Impossibile salvare gli oceani: i danni sono irreversibili

Di fatto, crolla l’ottimismo sulla possibilità di salvare i mari da danni irreversibili
Diminuisce infatti la percentuale di italiani convinta che entro 20 anni sarà possibile salvare gli oceani dai danni irreparabili causati dall’uomo (dal 53% del 2022 al 36% di oggi), mentre cresce la quota di chi ritiene improbabile che la propria specie ittica preferita possa essere disponibile tra 20 anni (dal 33% al 50%).

A fianco di questo quadro poco rassicurante, la ricerca rileva anche un buon livello di empowerment e attenzione alla sostenibilità da parte degli italiani. L’Italia si classifica terza tra tutti i Paesi interessati dall’indagine per importanza data a questo tema.

AI e aziende: quali sono i tre punti mancanti della pianificazione?

Lo conferma il report globale Architect an AI Advantage condotto da Hewlett Packard Enterprise IT: nella strategia AI delle organizzazioni permangono alcune disconnessioni critiche. In particolare, una mancanza di allineamento tra strategie, processi e metriche, complica la realizzazione dei risultati attesi dall’Intelligenza artificiale.

E sebbene quasi tutti i leader IT intervistati prevedano di aumentare gli investimenti nell’AI il prossimo anno, in mancanza di un approccio olistico si rischia di frenare i progressi.

Una scarsa “data maturity”

I risultati prodotti dall’AI dipendono dalla qualità dei dati inseriti. Le organizzazioni lo sanno, ma i livelli di maturità dei dati rimangono bassi. Solo il 7% è in grado di eseguire push/pull di dati in tempo reale per consentire l’innovazione e la monetizzazione dei dati esterni.

Questa mancanza di capacità rischia di rallentare il processo di creazione dei modelli di AI, aumentare la probabilità di informazioni imprecise nonché un ROI negativo.
Altrettanto preoccupante è il fatto che solo il 37% dei responsabili IT ha creato modelli di dati condivisi con una business intelligence centralizzata.

Lacune nel provisioning di rete e calcolo

Sebbene le aziende sembrino fiduciose nelle loro capacità di rete e di calcolo a supporto dell’AI lungo tutto il ciclo di vita del dato, il rapporto ha rilevato alcune criticità.

Il 93% dei responsabili IT ritiene che la propria infrastruttura di rete sia predisposta per supportare il traffico dell’AI. L’84% ritiene che i propri sistemi abbiano una capacità di calcolo sufficientemente flessibile per le esigenze delle diverse fasi del ciclo di vita dell’AI. Tuttavia, meno della metà ammette di avere una piena comprensione dei requisiti di rete e di calcolo specifici per i vari carichi di lavoro dell’AI durante le fasi di addestramento, messa a punto e inferenza. Questo mette in dubbio l’accuratezza del provisioning messo in atto.

Etica e conformità

Le organizzazioni faticano a integrare in modo coerente le diverse aree chiave del business nell’approccio all’AI. Il 28% dei leader IT descrive infatti l’approccio complessivo come ‘frammentato’, con il 35% delle aziende che opta per strategie AI separate per le singole funzioni e il 32% che definisce obiettivi completamente diversi.

Inoltre, la maggioranza trascura completamente le considerazioni su etica e conformità, nonostante la crescente attenzione di consumatori e normative. Solo il 13% dei responsabili IT ritiene che le questioni legali e di conformità siano fondamentali per il successo dell’AI, solo l’11% dei responsabili IT considera l’etica come fattore chiave, e il 22% delle organizzazioni non coinvolge affatto i team legali nella strategia AI.
Ma senza un’adeguata conformità, le aziende rischiano di esporre i loro dati proprietari, danneggiare la reputazione del marchio e incorrere in sanzioni e battaglie legali.

Quali sono i tre suoni che ci mancherebbero se non potessimo più sentire?

“Quali sono i tre suoni che ti mancherebbero di più se non potessi più sentire?”, secondo gli italiani, le voci di familiari e partner, la musica e la radio, e la TV: lo rivela una ricerca globale di MED-EL.
Secondo la ricerca, le conseguenze emotive della perdita dell’udito spesso superano quelle fisiche. Infatti, le prime dieci risposte sottolineano l’impatto emotivo della perdita dell’udito non trattata.

Il 56% degli italiani afferma che le voci delle persone care sono i suoni di cui sentirebbero maggiormente la mancanza in caso di perdita uditiva, il 47% indica come più rilevanti musica e radio, mentre la TV (25%) si classifica al terzo posto.
Seguono, il suono delle risate (20%), le onde o il rumore del mare (18%). le voci dei bambini (16%), la musica dal vivo (15%).

Differenze tra generi ed età 

Inoltre, il 13% degli italiani avvertirebbe la mancanza del suono della pioggia l’11% del cinguettio degli uccellini e i versi degli animali domestici.
Se le donne mostrano una preferenza maggiore per suoni come quello delle onde (22% vs 13% uomini), la musica dal vivo (17%, 13%) e i versi degli animali domestici (14%, 9%), gli uomini preferiscono le voci dei bambini (17%, 15%).

Inoltre, il valore attribuito alle voci di familiari o partner aumenta con l’età, passando dal 52% espresso dalla fascia tra 18-24 anni al 62% da quella superiore a 55 anni.
Anche l’interesse per la televisione aumenta con l’età: i suoni televisivi mancherebbero infatti al 18% dei partecipanti in fascia 18-24 anni, percentuale che aumenta fino al 35% tra chi è di età superiore a 55 anni.

Differenze regionali

Le voci dei familiari o del partner sono molto apprezzate in Valle d’Aosta (100%), Liguria (77%) e Trentino-Alto Adige (71%), a differenza di percentuali più basse in Basilicata (23 %), Molise (33%) e Friuli-Venezia Giulia (33%).
Le voci dei bambini sono particolarmente amate in Valle d’Aosta (50%) e Umbria (29%), meno in Basilicata (8%), Trentino-Alto Adige (7%) e Molise (7%).

L’interesse per la radio o la musica, poi, varia dal picco in Valle d’Aosta (100%) al 37% del Veneto, mentre l’apprezzamento per il cinguettio degli uccelli è notevole in Umbria (29%) e Liguria (19%), ma nullo in Valle d’Aosta (0%).

Molto più che semplici suoni

I risultati sottolineano non solo il profondo valore emotivo dei suoni, ma mettono in luce anche le implicazioni più ampie della perdita dell’udito. “Questa indagine evidenzia che ciò che l’udito ci permette di sentire sono molto più che semplici suoni: hanno invece a che fare con le nostre esperienze, con le relazioni più significative, con il nostro mondo emotivo e valoriale, parti integranti della nostra vita – sottolinea Romed Krösbacher, direttore di MED-EL Italia -. È evidente quindi come la perdita dell’udito possa avere un profondo impatto sulle connessioni sociali, ma anche sulla salute e sul benessere mentale”.

A maggio consumi ancora fragili, e l’incertezza frena gli investimenti

Secondo le stime di Confcommercio su dati Istat, a maggio si conferma la fragilità dei consumi, con una variazione dell’ICC sia rispetto al mese precedente sia rispetto a maggio 2023. Servizi e turismo potrebbero non bastare a rimettere in carreggiata la spesa.
Inoltre, il taglio dei tassi di riferimento da parte della BCE è stato inferiore alle attese. Pertanto le imprese italiane si devono confrontano con tassi d’interesse reali particolarmente elevati.

Tra gli aspetti positivi, si confermano il miglioramento del mercato del lavoro e l’inflazione sotto controllo, con una variazione stimata per giugno dello 0,2% congiunturale e dello 0,9% su base annua.
In ogni caso, il profilo declinante della produzione industriale evidenzia le difficoltà di una parte rilevante del nostro sistema imprenditoriale

Puntare tutto sulla stabilità o l’ulteriore ridimensionamento dell’inflazione

Si deve puntare tutto, quindi, sulla stabilità o l’ulteriore ridimensionamento, dell’inflazione, profilo che rafforzerebbe il potere d’acquisto del reddito da lavoro, e in un contesto privo di shock rilevanti sull’occupazione, consolidare un percorso di crescita dei consumi, con conseguente sostegno al PIL.

L’obiettivo di raggiungere una variazione del PIL all’1% o poco sopra richiede condizioni sempre più stringenti.
La stima per il secondo quarto dell’anno in corso è moderatamente negativa in termini congiunturali (-0,1%) e ancora allo 0,7% la variazione tendenziale. Questo stop potrebbe essere superato grazie ai servizi e al turismo in senso lato, trasporti, cultura, alloggio e ristorazione, a partire da luglio.

ICC: -0,3% in un anno

A maggio 2024 l’Indicatore dei Consumi Confcommercio (ICC) evidenzia una riduzione dello -0,3% tendenziale. La flessione dell’ultimo mese è sintesi del permanere di dinamiche negative sul versante della domanda per i beni (-0,6% annuo) e i servizi (-0,2%).

In questo contesto, i comportamenti delle famiglie sembrano indicare una situazione in cui le dinamiche della domanda cominciano ad assumere toni meno emergenziali, peraltro indipendenti dalle festività variabili. Il settore automotive è tornato, dopo il rimbalzo del mese precedente, a mostrare una netta flessione (-10,8%). Su tale andamento potrebbe aver pesato anche l’attesa per l’avvio degli incentivi. Si confermano, invece, in territorio positivo trasporti aerei (+12,7%) e beni e servizi per le comunicazioni (+5,7%).

Prezzi al consumo: a giugno stimati a +0,9%

Sulla base delle dinamiche registrate dalle diverse variabili che concorrono alla formazione dei prezzi al consumo si stima per il mese di giugno 2024 una variazione dello 0,2% in termini congiunturali e una crescita dello 0,9% su base annua.
Prosegue il processo di rientro dell’inflazione sui beni alimentari, segmento che influenza in modo significativo la percezione dell’inflazione da parte delle famiglie, con un tasso di variazione dei prezzi su base annua che a giugno dovrebbe attestarsi al 2,1%.

Nella media del 2024 si consolida quindi l’ipotesi di una variazione dei prezzi al consumo prossima all’1%. Nella seconda parte dell’anno, il permanere di tassi di variazione dei prezzi contenuti potrebbe favorire un miglioramento della domanda, rendendo meno complicato il raggiungimento di una crescita dell’economia prossima all’1%.

Lavoro e malessere psicologico: i casi aumentano di quasi il 110%

Secondo l’Inail, nel primo trimestre 2024 sono state oltre 22.000 le denunce di malattie professionali legate a disturbi psichici e comportamentali, con una crescita del 17,9% rispetto allo stesso periodo del 2023.
A confermarlo anche i dati raccolti dal servizio di psicologia online Unobravo, nell’ambito dell’analisi condotta sul disagio psicologico legato al lavoro in Italia. Nel primo quadrimestre 2024 le persone che manifestano disagio sul fronte lavorativo sono infatti aumentate del 109,7% rispetto allo stesso periodo del 2023.

Dalla fatica a bilanciare vita personale e lavorativa fino alla frustrazione per una mancata crescita professionale, il disagio psicologico connesso al lavoro si manifesta in diverse forme e settori, colpendo una larga fetta dei lavoratori italiani che arrivano a manifestare sindrome di burnout, stress, frustrazione, e disturbi psicologici.

Donne più esposte allo stress lavorativo

Il 28,3% di chi si è rivolto a Unobravo in cerca di supporto dichiara di avere difficoltà proprio sul fronte professionale. Più della metà (57,3%) manifesta sofferenza generata dal lavoro, e il 10% attribuisce all’ambito lavorativo le principali complicazioni da affrontare nella quotidianità.

Il malessere psicologico derivato dal lavoro può avere un forte impatto sulla vita personale, causando anche sintomi fisici. Che se non trattati, possono creare una condizione di forte stress e portare alla sindrome di burnout.
A livello nazionale sono soprattutto le donne a cercare supporto psicologico per problemi connessi al lavoro (66,3%, vs 33,7% uomini) e le persone nella prima fase della carriera professionale. Il 62,9% ha tra 25 e 34 anni, mentre il 22,8% è compreso nella fascia da 35 a 44 anni.

Lombardia e Lazio in testa

Quando lo stress lavoro-correlato si protrae nel tempo, si può incorrere nella sindrome di burnout, una condizione che presenta sintomi psicologici, fisici e aspecifici e coinvolge un numero sempre maggiore di lavoratori.
Ad esempio, tra coloro che temono di soffrire di sindrome da burnout in Italia e si sono sottoposti al test di screening gratuito, l’82,9% potrebbe essere a rischio, di cui il 61,6% a rischio elevato e il 21,3% moderato.

I problemi legati al benessere lavorativo sono avvertiti soprattutto in Lombardia (27%) e Lazio (10,6%), seguite da Emilia-Romagna (9,4%), Veneto (8,9%) e Piemonte (8,6%).
Il Piemonte, in particolare, è la regione che rispetto al 2023 mostra il maggiore incremento (+146,7%) rispetto alla media italiana (+109,7%).

Milano al primo posto tra le province

I problemi sembrano attenuarsi nelle regioni del Sud. Le regioni con le percentuali più alte di malessere da lavoro sono Campania (5,6%), Sicilia (4,3%) e Puglia (4,2%).
A livello provinciale, riferisce Adnkronos, la percentuale più elevata di coloro che dichiarano di avere problemi di natura psicologica legati alla sfera lavorativa si registra a Milano (13,2%).

Al secondo posto, la Città Metropolitana di Roma (8,2%) e al terzo, Torino (4,9%).
Seguono Bologna (3,4%), Napoli (2,9%), Monza e Brianza (2,4%), Varese (2,1%), Bergamo (2%), Padova e Brescia (entrambe 1,9%).

Google e l’IA, tutte le novità del motore di ricerca

Durante la conferenza Google I/O, l’azienda ha rivelato diverse novità rilevanti riguardanti il suo motore di ricerca e l’intelligenza artificiale. Con l’introduzione dei modelli Gemini 1.5 Flash e 1.5 Pro, Google mira a ottimizzare i flussi di lavoro e a migliorare le applicazioni basate sull’AI, fornendo strumenti avanzati a sviluppatori in tutto il mondo. I nuovi modelli rappresentano un significativo progresso per Google AI.

Disponibili in anteprima pubblica in oltre 200 paesi, tra cui l’UE, il Regno Unito e la Svizzera, questi modelli sono progettati per eseguire compiti ad alta frequenza in modo efficiente. In particolare, riferisce Adnkronos, il modello 1.5 Pro introduce una finestra di contesto di 2 milioni, offrendo una capacità senza precedenti per gestire e analizzare grandi volumi di dati in tempo reale.

Le funzionalità di API Gemini

L’API Gemini ora supporta chiamate di funzione parallele e l’estrazione di fotogrammi video, migliorando ulteriormente le capacità di elaborazione. Con l’introduzione della funzione di caching del contesto, prevista per il prossimo mese, sarà possibile memorizzare in cache file di contesto frequentemente utilizzati a costi ridotti, ottimizzando i flussi di lavoro in scenari complessi come la creazione di contenuti, l’analisi di documenti e la sintesi di materiali di ricerca. Inoltre, Google AI Edge consente l’implementazione dell’AI in ambienti edge, inclusi dispositivi mobili e web. Con TensorFlow Lite, è possibile portare i modelli PyTorch direttamente sugli utenti mobili, facilitando l’integrazione dell’AI su dispositivo.

Un contest per sviluppatori

Per incentivare l’innovazione, Google ha lanciato una competizione per sviluppatori API Gemini, offrendo la possibilità di vincere un’auto elettrica DeLorean del 1981 personalizzata e altri premi. L’iniziativa mira a scoprire applicazioni innovative che ridefiniscano i confini dell’AI. La piattaforma di sviluppo Android ora beneficia di Gemini in Android Studio, facilitando la creazione di applicazioni di alta qualità. Gemini Nano, il modello più efficiente di Google per i compiti su dispositivo, è ora disponibile sui dispositivi Pixel 8 Pro e Samsung Galaxy S24 Series, con supporto in arrivo per altri dispositivi.

Project Gameface, il “mouse” che si comanda con le espressioni facciali

Gemini Nano sarà in grado di riconoscere non solo il testo, ma anche immagini e altri elementi delle pagine web. Inoltre, l’integrazione di Gemini Nano in Chrome desktop promette di portare le capacità AI direttamente nel browser, migliorando la scalabilità e la privacy. Google ha inoltre reso disponibile il codice di Project Gameface, il suo ‘mouse’ per il gaming senza mani controllato tramite espressioni facciali, in open-source per gli sviluppatori Android da martedì. Gli sviluppatori possono ora integrare questa funzione di accessibilità nelle loro app, permettendo agli utenti di controllare il cursore con gesti facciali o muovendo la testa. Ad esempio, possono aprire la bocca per spostare il cursore o alzare le sopracciglia per cliccare e trascinare.

Rifiuti tecnologici, aiuto: entro il 2030 in Italia saranno 75 milioni di tonnellate

A livello globale, la situazione è allarmante. Uno studio delle Nazioni Unite ha rivelato che nel 2022 sono state prodotte 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, segnando un incremento dell’82% rispetto al 2010. E si prevede un ulteriore aumento del 32% entro il 2030, raggiungendo 82 milioni di tonnellate. Nonostante questi dati sconcertanti, la consapevolezza sembra essere in aumento tra i consumatori italiani, molti dei quali prevedono un aumento dei rifiuti elettronici fino a 75 milioni di tonnellate entro il 2030, equivalenti allo scarto di circa 1.000 computer portatili ogni secondo.

Emerge dai risultati di una ricerca condotta da Swappie, l’azienda europea specializzata in ricondizionamento di iPhone, in occasione della Giornata della Terra.

Ogni anno si producono 20 kg di rifiuti elettronici a testa

La ricerca, incentrata sulla consapevolezza degli italiani riguardo l’impatto delle emissioni di anidride carbonica e la produzione di rifiuti elettronici, rivela una notevole discrepanza tra la percezione dei consumatori e la realtà effettiva dei rifiuti elettronici generati.

Più dell’80% dei partecipanti ha stimato di produrre circa 10 kg di rifiuti elettronici all’anno, ma i dati reali indicano che la quantità è in realtà doppia, attestandosi su circa 20 kg annui a persona.
Questo divario evidenzia un errore di valutazione significativo che sottolinea l’importanza di una maggiore consapevolezza sull’entità degli apparecchi elettronici dismessi.

Quante emissioni di CO2 genera un iPhone nuovo nel suo primo anno di vita?

In pratica, 8 persone su 10 ritengono di produrre solo 10 kg di rifiuti elettronici,’ma in realtà ne generano il doppio.
Anche riguardo alle emissioni di CO2 generate da un iPhone nuovo nel suo primo anno di vita, i risultati hanno mostrato cuna discrepanza. Solo il 20% dei partecipanti ha infatti stimato correttamente i circa 80 kg di emissioni per dispositivo.

La maggior parte degli intervistati, il 60%, ha stimato le emissioni tra 25 kg e 65 kg, mentre una minoranza ha sovrastimato, arrivando a quasi 100 kg.

“È evidente il forte desiderio dei consumatori di fare scelte più informate”

“I risultati del nostro studio sottolineano l’importanza di sensibilizzare l’opinione pubblica circa i rifiuti elettronici e sui loro effetti dannosi per il nostro pianeta – ha commentato Elena Garbujo, Country Manager di Swappie Italia, come riferisce Adnkronos -. È evidente il forte desiderio dei consumatori di fare scelte più informate per mitigare il loro impatto sull’ambiente, ma la responsabilità va oltre: in Swappie ci impegniamo a informare sempre più persone sui rifiuti elettronici e su come ognuno possa contribuire a rendere il mondo un posto migliore”.

Mind Health: il 28% degli italiani riporta una forma di disturbo mentale

Obiettivo, promuovere una cultura che superi lo stigma e sostenga la prevenzione. È questo l’impegno del Gruppo AXA sui temi della salute e del benessere mentale, che in collaborazione con IPSOS ha condotto l’edizione 2024 di Mind Health Report, l’indagine svolta in 16 Paesi, tra cui l’Italia. 
Dai dati emerge come il 60% degli italiani nel 2023 dichiari di aver affrontato almeno una difficoltà personale, in particolare le donne e i giovani.

Insomma, la salute mentale continua a destare preoccupazione a livello globale, con il 32% della popolazione che riporta una forma di disturbo mentale, percentuale in aumento di 5 punti rispetto al 2022.
Un quadro che desta preoccupazione anche in Italia, dove la percentuale scende al 28%, ma rispetto allo scorso anno cresce di 6 punti.

Ansia e depressione i disturbi più comuni

Se ansia (14%) e depressione (12%) sono i disturbi più comuni, ciò che emerge da questa nuova edizione del report è la scarsa consapevolezza sul tema del benessere mentale e sull’importanza di un supporto professionale. Cresce infatti il trend relativo all’autodiagnosi e alla gestione autonoma dei disturbi. Rispetto al 2022, il numero di diagnosi effettuate da professionisti è in calo, mentre salgono significativamente le diagnosi fatte in autonomia o su Internet (+8%).

Inoltre, 9 italiani su 10 (88%) valutano la propria condizione mentale come buona o media, mentre un quarto della popolazione (26%), ad esempio, manifesta sintomi riconducibili a depressione, ansia o stress in forma grave o molto grave.

Ma gli italiani preferiscono non consultare il medico

Sul fronte della gestione e della cura, il 44% degli italiani ha scelto di auto-gestire i disturbi relativi al benessere mentale, un trend in aumento di 7 punti rispetto al 2022, e più diffuso rispetto al resto del mondo (40%).
Un terzo degli italiani sospettati di soffrire di depressione, ansia o stress (33%), inoltre, non ha consultato un medico quest’anno.

A livello globale le difficoltà mentali tendono a esser ricondotte principalmente a ragioni personali (33%) piuttosto che professionali (23%).
Tuttavia, in Italia come nel resto del mondo, il 76% dei lavoratori sta manifestando almeno un disturbo collegabile al lavoro, tra cui stanchezza, perdita di energie e di interesse, disturbi del sonno, stress e ansia.

Lavoro: il disimpegno è un campanello d’allarme

La condizione di disagio attraversa trasversalmente tutta la popolazione aziendale, ma è significativa l’evidenza che vede i giovani riportare percentuali di disagio in linea con la popolazione più anziana.

Il disimpegno è uno dei primi campanelli di allarme che le aziende dovrebbero prendere in considerazione. Nonostante il dato sia più basso della media, il 62% degli italiani pianifica di dedicare meno energie al lavoro (rispetto al 69% a livello globale), mentre il 44% sta pensando di lasciare o cambiare impiego.

A livello globale, il 23% dei lavoratori ha preso un congedo per malattia a causa di problemi di benessere mentale (38% tra i giovani lavoratori).
In Europa, comunque, è l’Italia il Paese con il minor numero di assenze per malattia (16% vs 22% Europa).

Giovani e intelligenza artificiale, quali i rischi per i teenager?

I più giovani hanno per definizione un notevole interesse e una grande confidenza con la tecnologia. Sono infatti sempre alla ricerca di nuove applicazioni o strumenti che possano semplificare la loro vita. Questa tendenza è stata confermata dalla ricerca sul tema “Intelligenza Artificiale” condotta da BVA Doxa e Telefono Azzurro e presentata recentemente in occasione del Safer Internet Day 2024, l’evento europeo mirato a sensibilizzare sull’utilizzo consapevole e responsabile di Internet. L’indagine ha coinvolto 806 ragazzi di età compresa tra i 12 e i 18 anni.

Il 94% dei ragazzi conosce l’IA

Il 94% dei ragazzi ha sentito parlare di Intelligenza Artificiale e conosce la sua definizione, mentre il 9% ritiene di possedere una conoscenza molto buona. Più del 70% ha un’opinione positiva sull’IA, tanto da consigliarne l’utilizzo a familiari e amici (24%). Per il 13%, l’Intelligenza Artificiale è utile anche per distrarsi dai problemi quotidiani e ricevere supporto nelle sfide emotive e psicologiche.

I timori legati alla rete

I giovani sono sempre più utilizzatori e consumatori di servizi internet, ma non mancano le preoccupazioni in merito. In particolare, il 31% del campione teme un possibile furto d’identità. Il 28% si preoccupa per la privacy e la sicurezza dei propri dati personali. Altri potenziali rischi riguardano la scarsa protezione da situazioni dannose e violente, con il 21% che ha paura di danni alla reputazione dovuti alle immagini generate dall’AI. Il 20% teme di entrare in contatto con contenuti inappropriati, mentre il 10% esprime preoccupazione per la creazione di immagini pedopornografiche.

ChatGpt, uno strumento noto

L’indagine ha esaminato anche l’uso di chatbot da parte dei ragazzi. Il più famoso, ChatGpt, risulta conosciuto da 8 ragazzi su 10. Il 6% lo utilizza quotidianamente, mentre il 40% più volte a settimana. Il 54% ritiene che il principale aspetto positivo di ChatGpt sia la facilità d’uso e la possibilità di essere utilizzato per diverse attività. Tuttavia, il 34% sottolinea la difficoltà nell’avere accesso a fonti sicure e attendibili, mentre il 51% teme che l’utilizzo renda più pigri.

Per concludere

In conclusione, i giovani italiani dimostrano una buona conoscenza e un’accoglienza favorevole verso l’Intelligenza Artificiale. Allo stesso tempo, però, le nuove generazioni esprimono alcune preoccupazioni riguardo alla sicurezza online, alla privacy e all’impatto sociale degli strumenti tecnologici. I teenager italiani sono quindi ben disposti nei confronti dell’IA, però manifestano anche un pensiero critico fondamentale per un corretto utilizzo.

Ransomware, oltre un miliardo di dollari di riscatto nel 2023. Cosa succederà adesso?

Nel corso del 2023, gli attacchi di ransomware hanno raggiunto livelli senza precedenti, prendendo di mira primarie istituzioni  e infrastrutture sensibili, tra cui ospedali, scuole e agenzie governative. Non solo: software malevoli di trasferimento file come MOVEit sono stati utilizzati per attaccare aziende di fama internazionale come la BBC e la British Airways.

Complessivamente, i cybercriminali hanno estorto alle vittime, come riscatto, oltre un imiliardo di dollari in criptovaluta. Lo rivela un recente rapporto della società tecnologica Chainalysis.

Il 2023: anno di svolta per il ransomware

Il 2023 rappresenta un punto di svolta per il ransomware, dato che nel 2022 si era registrato un deciso calo degli attacchi. L’anno passato i pagamenti di ransomware hanno superato la soglia del miliardo di dollari, il massimo mai registrato. Sebbene il 2022 avesse mostrato una diminuzione nel volume di questi riscatti, l’andamento complessivo dal 2019 al 2023 traccia un’escalation del problema. Tra l’altro, la cifra record indicata – più di un miliardo di dollari – non include l’impatto economico derivante dalla perdita di produttività e dai costi di ripristino associati agli attacchi.

Il 2022 è stato un’anomalia, purtroppo non una tendenza 

Il 2022 aveva visto una diminuzione delle attività di ransomware, influenzata da vari fattori, tra cui eventi geopolitici come il conflitto russo-ucraino. Questo conflitto aveva distratto gli hacker, spostando la loro attenzione verso attacchi informatici motivati politicamente e trascurando quelli di tipo finanziario. Tuttavia, nel 2023 il ransomware “tradizionale” è ripartito con una maggiore forza. 

I trend emergenti

Il 2023 ha visto una crescita esponenziale nel numero di minacce informatiche, con 538 nuove varianti di ransomware segnalate da Recorded Future. La “caccia grossa”, come la definisce Chainalysis, è diventata la strategia dominante, con una percentuale sempre maggiore dei pagamenti di ransomware superiore a un milione di dollari.

Il rebranding e l’utilizzo di ceppi sovrapposti di software malevoli restano il modus operandi dei cybercriminali, che così riescono a colpire più volte le stesse vittime – ma con nomi diversi –  e a evitare l’individuazione.

Per concludere

In conclusione, l’anno appena passato ha portato cambiamenti significativi nel panorama del ransomware, con tattiche sempre più sofisticate, l’aumento di gruppi di criminali informatici  e l’uso di exploit zero-day per attacchi di grande portata. La diffusione del RaaS e la semplificazione degli attacchi indicano un approccio più efficiente e aggressivo da parte degli hacker. 

Le buone notizie sono che l’ecosistema del ransomware è più piccolo di quanto sembri, e la blockchain consente di identificare i rebranding a opera degli stessi gruppi. Per queste ragioni, sono necessarie una costante vigilanza e una immediata risposta per contrastare tale minaccia.