Cybersicurezza: solo un terzo delle organizzazioni la sa gestire H24

Nonostante la cybersecurity sia un tema sempre più ‘caldo’, e gli attacchi informatici sempre più diffusi e sofisticati, solo una minoranza di organizzazioni è in grado di garantire una gestione continua della sicurezza.
In pratica, nel settore della sicurezza informatica permangono ancora carenze fondamentali. E a disporre di personale adeguato per garantire una copertura di sicurezza informatica è solamente il 36% delle aziende a livello globale.

Lo evidenzia il rapporto di Trend Micro, dal titolo ‘Underfunded and unaccountable: How a lack of corporate leadership is hurting cybersecurity’.
Il report, condotto su 2.600 decision maker IT in tutto il mondo, di cui 100 nel nostro Paese, sottolinea la difficoltà di molte realtà aziendali nel mantenere standard di sicurezza elevati 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Mancanza di risorse e strategie e non conformità ai quadri normativi

Questa carenza nella sicurezza può avere ripercussioni significative sul grado di protezione dagli attacchi informatici, sempre più allarmanti e frequenti.
Ma se il 35% delle aziende impiega tecniche di attack surface management per valutare i rischi, solo il 34% risulta conforme a quadri normativi consolidati, come il NIST (National Institute of Standards and Technology).

Si tratta di lacune che riflettono una generale mancanza di risorse e strategie adeguate per fronteggiare le minacce in modo efficace. E che lasciano molte organizzazioni vulnerabili a potenziali falle di sicurezza.

Per i vertici aziendali la sicurezza informatica è un compito marginale

Tuttavia, una delle rivelazioni più allarmanti dello studio riguarda la percezione della sicurezza informatica da parte dei vertici aziendali come un compito marginale.

Di fatto, quasi la metà degli intervistati, il 48%, lamenta un disinteresse da parte dei responsabili. Tale disattenzione si traduce in una mancanza di direttive chiare e di investimenti adeguati nella sicurezza, compromettendo l’efficacia delle misure di protezione adottate.

I CdA devono essere coinvolti attivamente nella ricerca di soluzioni

“È importante che i Chief Information Security Officer (CISO) comunichino i rischi informatici con chiarezza, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione e coinvolgendo attivamente i Consigli di Amministrazione – afferma Alessandro Fontana, Country Manager di Trend Micro Italia, come riporta Adnkronos -. Per affrontare al meglio queste sfide, le aziende dovrebbero prendere in considerazione l’adozione di una soluzione integrata. Tale soluzione non solo deve proteggere l’intera superficie di attacco, ma anche permettere un monitoraggio dei rischi in tempo reale e una gestione automatizzata delle criticità. Questo approccio rafforza notevolmente la resilienza dell’organizzazione. Ed è inoltre cruciale che la piattaforma sia integrabile con soluzioni di terze parti, per garantire una protezione completa e una gestione più fluida della sicurezza”.

AI e aziende: quali sono i tre punti mancanti della pianificazione?

Lo conferma il report globale Architect an AI Advantage condotto da Hewlett Packard Enterprise IT: nella strategia AI delle organizzazioni permangono alcune disconnessioni critiche. In particolare, una mancanza di allineamento tra strategie, processi e metriche, complica la realizzazione dei risultati attesi dall’Intelligenza artificiale.

E sebbene quasi tutti i leader IT intervistati prevedano di aumentare gli investimenti nell’AI il prossimo anno, in mancanza di un approccio olistico si rischia di frenare i progressi.

Una scarsa “data maturity”

I risultati prodotti dall’AI dipendono dalla qualità dei dati inseriti. Le organizzazioni lo sanno, ma i livelli di maturità dei dati rimangono bassi. Solo il 7% è in grado di eseguire push/pull di dati in tempo reale per consentire l’innovazione e la monetizzazione dei dati esterni.

Questa mancanza di capacità rischia di rallentare il processo di creazione dei modelli di AI, aumentare la probabilità di informazioni imprecise nonché un ROI negativo.
Altrettanto preoccupante è il fatto che solo il 37% dei responsabili IT ha creato modelli di dati condivisi con una business intelligence centralizzata.

Lacune nel provisioning di rete e calcolo

Sebbene le aziende sembrino fiduciose nelle loro capacità di rete e di calcolo a supporto dell’AI lungo tutto il ciclo di vita del dato, il rapporto ha rilevato alcune criticità.

Il 93% dei responsabili IT ritiene che la propria infrastruttura di rete sia predisposta per supportare il traffico dell’AI. L’84% ritiene che i propri sistemi abbiano una capacità di calcolo sufficientemente flessibile per le esigenze delle diverse fasi del ciclo di vita dell’AI. Tuttavia, meno della metà ammette di avere una piena comprensione dei requisiti di rete e di calcolo specifici per i vari carichi di lavoro dell’AI durante le fasi di addestramento, messa a punto e inferenza. Questo mette in dubbio l’accuratezza del provisioning messo in atto.

Etica e conformità

Le organizzazioni faticano a integrare in modo coerente le diverse aree chiave del business nell’approccio all’AI. Il 28% dei leader IT descrive infatti l’approccio complessivo come ‘frammentato’, con il 35% delle aziende che opta per strategie AI separate per le singole funzioni e il 32% che definisce obiettivi completamente diversi.

Inoltre, la maggioranza trascura completamente le considerazioni su etica e conformità, nonostante la crescente attenzione di consumatori e normative. Solo il 13% dei responsabili IT ritiene che le questioni legali e di conformità siano fondamentali per il successo dell’AI, solo l’11% dei responsabili IT considera l’etica come fattore chiave, e il 22% delle organizzazioni non coinvolge affatto i team legali nella strategia AI.
Ma senza un’adeguata conformità, le aziende rischiano di esporre i loro dati proprietari, danneggiare la reputazione del marchio e incorrere in sanzioni e battaglie legali.

Auto diesel, cala la richiesta di auto nuove, ma cresce quella dell’usato

E’ un dato di fatto che il diesel sia sempre meno richiesto nell mercato delle auto nuove. Tutta un’altra storia è invece  il settore delle vetture di seconda mano. Secondo un recente studio condotto da Carfax, oltre la metà degli italiani che acquistano un’auto usata continua a preferire il diesel.

Ciò evidenzia come, nonostante le restrizioni alla circolazione in diverse città e la ridotta offerta di nuovi modelli, il legame tra gli italiani e le auto a gasolio resti solido.

La situazione nel mercato del nuovo

Le auto diesel stanno registrando un netto calo nelle vendite nel settore delle vetture nuove. Questo fenomeno è dovuto sia alla riduzione dell’offerta da parte dei produttori, sia alle limitazioni ambientali sempre più diffuse. I dati più recenti forniti da UNRAE confermano questa tendenza, con una significativa diminuzione delle immatricolazioni di veicoli a gasolio.

Tuttavia, mentre nel nuovo le auto diesel perdono terreno, nel mercato dell’usato la situazione è completamente diversa.

Preferenze nel mercato dell’usato

Secondo i dati Carfax relativi al primo semestre del 2024, il 52% degli italiani che acquista un’auto di seconda mano sceglie il diesel. Al contrario, solo il 34% preferisce un’auto a benzina, il 5% opta per una vettura ibrida e appena l’1% si orienta verso un’elettrica.

La tendenza potrebbe essere legata alla scarsa disponibilità di nuovi modelli diesel, spingendo chi percorre molti chilometri, o chi non vive in aree con restrizioni, verso il mercato dell’usato. Le auto diesel usate più richieste hanno mediamente 9 anni, contro gli 11 anni delle vetture a benzina, e hanno percorso una distanza maggiore (130.000 km contro 97.000 km).

Le marche più gettonate e le caratteristiche dei veicoli

Nel mercato delle auto usate diesel, dominano i marchi tedeschi. BMW è il brand più richiesto (12%), seguita da Mercedes (11%), FIAT (9%), Audi (8%) e Volkswagen (7%). Dal punto di vista storico, il 40% di queste vetture ha subito almeno un incidente, mentre l’8% ha trascorso un periodo all’estero. Un piccolo 2% ha un chilometraggio inferiore a quello reale, e l’1% ha avuto un passato come auto a noleggio.

Tendenze internazionali

Il legame con il diesel non è solo italiano. In Spagna, ad esempio, il 51% degli acquirenti di auto usate sceglie il diesel, mentre in Paesi del Nord Europa come Olanda e Svezia, le preferenze si spostano su benzina, ibride ed elettriche.

Flat tax: imposte al ribasso per chi aderisce al concordato preventivo biennale

Le conferme sono arrivate il 5 agosto scorso, con la pubblicazione del testo di un decreto correttivo in Gazzetta Ufficiale.
Nel corso del Consiglio dei Ministri del 26 luglio è stato infatti approvato in via definitiva il decreto correttivo in materia di adempimento collaborativo, concordato e scadenze fiscali. E l’avvio di una nuova forma di tassazione piatta, la flat tax, è indubbiamente una delle novità di maggior rilievo.

Tre le aliquote di tassazione previste per le partite IVA che aderiranno alla flat tax: si va dal 10% al 15%, sulla base del livello di affidabilità fiscale.
Regole di maggior favore arrivano inoltre per i forfettari.

Come funziona per le partite IVA che applicano gli ISA

È una novità che cambia le regole per il calcolo degli acconti, e che dal punto di vista pratico impatterà sulla scadenza del secondo acconto di novembre. La flat tax a tre binari introdotta per le partite IVA che applicano gli ISA (Indici Sintetici di Affidabilità fiscale) si applicherà sul reddito incrementale proposto dal Fisco, e accettato dal contribuente. 

In particolare, la flat tax sarà così strutturata: 10% in caso di punteggio ISA da 8 a 10, 12% tra 6 e 8, 15% in caso di punteggio inferiore a 6.
Chi sceglierà di aderire al concordato preventivo biennale potrà quindi beneficiare di regole di maggior favore sul fronte della determinazione delle imposte aggiuntive dovute sul differenziale tra il reddito dichiarato nel 2023 e quello concordato per il biennio 2024-2025.

Premiare le partite IVA considerate fiscalmente affidabili

L’intento del Governo, che ha recepito una delle indicazioni formulate dai rappresentanti del mondo professionale e imprenditoriale nel corso delle audizioni sullo schema di correttivo, è di premiare maggiormente le partite IVA che a oggi, e quindi a prescindere dall’adesione al concordato, sono già considerate fiscalmente affidabili sulla base degli ISA.

Ma, ancor di più, con la flat tax viene messa sul tavolo l’ultima carta disponibile per rendere più vantaggioso il concordato preventivo biennale, ritenuto da molti tutt’altro che conveniente.

“Tassazione piatta” aggiuntiva anche per i forfettari

Anche le partite IVA che applicano il regime forfettario, e che quindi già beneficiano della flat tax del 15% e del 5% per i primi cinque anni di attività, potranno contare su una tassazione di favore in caso di adesione al concordato.

In tal caso, le aliquote fissate ammontano al 10% e al 3% per i forfettari startup, con le medesime regole di calcolo previste per i soggetti ISA.

Quali sono i tre suoni che ci mancherebbero se non potessimo più sentire?

“Quali sono i tre suoni che ti mancherebbero di più se non potessi più sentire?”, secondo gli italiani, le voci di familiari e partner, la musica e la radio, e la TV: lo rivela una ricerca globale di MED-EL.
Secondo la ricerca, le conseguenze emotive della perdita dell’udito spesso superano quelle fisiche. Infatti, le prime dieci risposte sottolineano l’impatto emotivo della perdita dell’udito non trattata.

Il 56% degli italiani afferma che le voci delle persone care sono i suoni di cui sentirebbero maggiormente la mancanza in caso di perdita uditiva, il 47% indica come più rilevanti musica e radio, mentre la TV (25%) si classifica al terzo posto.
Seguono, il suono delle risate (20%), le onde o il rumore del mare (18%). le voci dei bambini (16%), la musica dal vivo (15%).

Differenze tra generi ed età 

Inoltre, il 13% degli italiani avvertirebbe la mancanza del suono della pioggia l’11% del cinguettio degli uccellini e i versi degli animali domestici.
Se le donne mostrano una preferenza maggiore per suoni come quello delle onde (22% vs 13% uomini), la musica dal vivo (17%, 13%) e i versi degli animali domestici (14%, 9%), gli uomini preferiscono le voci dei bambini (17%, 15%).

Inoltre, il valore attribuito alle voci di familiari o partner aumenta con l’età, passando dal 52% espresso dalla fascia tra 18-24 anni al 62% da quella superiore a 55 anni.
Anche l’interesse per la televisione aumenta con l’età: i suoni televisivi mancherebbero infatti al 18% dei partecipanti in fascia 18-24 anni, percentuale che aumenta fino al 35% tra chi è di età superiore a 55 anni.

Differenze regionali

Le voci dei familiari o del partner sono molto apprezzate in Valle d’Aosta (100%), Liguria (77%) e Trentino-Alto Adige (71%), a differenza di percentuali più basse in Basilicata (23 %), Molise (33%) e Friuli-Venezia Giulia (33%).
Le voci dei bambini sono particolarmente amate in Valle d’Aosta (50%) e Umbria (29%), meno in Basilicata (8%), Trentino-Alto Adige (7%) e Molise (7%).

L’interesse per la radio o la musica, poi, varia dal picco in Valle d’Aosta (100%) al 37% del Veneto, mentre l’apprezzamento per il cinguettio degli uccelli è notevole in Umbria (29%) e Liguria (19%), ma nullo in Valle d’Aosta (0%).

Molto più che semplici suoni

I risultati sottolineano non solo il profondo valore emotivo dei suoni, ma mettono in luce anche le implicazioni più ampie della perdita dell’udito. “Questa indagine evidenzia che ciò che l’udito ci permette di sentire sono molto più che semplici suoni: hanno invece a che fare con le nostre esperienze, con le relazioni più significative, con il nostro mondo emotivo e valoriale, parti integranti della nostra vita – sottolinea Romed Krösbacher, direttore di MED-EL Italia -. È evidente quindi come la perdita dell’udito possa avere un profondo impatto sulle connessioni sociali, ma anche sulla salute e sul benessere mentale”.

GenZ e mobilità: come si spostano i giovani?

Per il 60% dei giovani della GenZ avere un mezzo proprio equivale a un risparmio di tempo, e per il 66% possedere una macchina è il modo migliore per viaggiare in libertà. Tra chi possiede un mezzo, il 66% lo possiede ‘personalmente’ e il 34% come ‘familiare’.

Secondo uno studio condotto da BVA Doxa in collaborazione con gli studenti del corso di Scienze della comunicazione – Marketing e Digital Media dell’Università LUMSA di Roma, il 75,8% dei giovani si sposta a piedi e il 69,5% utilizza autovetture a 4 ruote di proprietà. La terza modalità più utilizzata riguarda i mezzi pubblici (53%)
Chi si sposta a piedi lo fa specialmente per comodità (49,7%), per una questione relativa all’ambiente (35,9%) e perché rappresenta una scelta ecologica (31,2%).

La bici è più usata dello scooter 

Chi utilizza mezzi di proprietà lo fa soprattutto per comodità (59,1%), lunghezza del percorso (46,2%), ottimizzare i tempi (45,6%), spostarsi con più persone (34,6%), e sicurezza (20,1%).
Il mezzo a due ruote più selezionato è la bicicletta (39,1%), al quarto posto tra i mezzi citati, con grande distacco da moto (8,3%) e scooter a benzina (7,7%), entrambi preceduti dal monopattino elettrico (10,5%) e dalla bicicletta elettrica (9,9%).

Chi usa l’automobile lo fa 5 giorni su 7, mentre scooter e moto con motore a benzina vengono usati tra 3 e 4 giorni a settimana.
I giovani pensano poi che l’auto si presti meglio ‘all’elettrificazione’ (35,9%) rispetto allo scooter (22,8%), nonostante siano poco motivati all’acquisto per via dei costi molto alti.

Sostenibilità: una scelta “a parole”

Sebbene si registri un interesse dichiarato verso la sostenibilità non è particolarmente frequente l’adozione di soluzioni di mobilità a favore della tutela dell’ambiente.
Questo è dovuto al fatto che non si sente realmente il bisogno di cambiare le proprie abitudini di spostamento, i prezzi per l’acquisto di vetture elettriche sono elevati, mancano le infrastrutture e l’organizzazione necessarie a rendere effettive queste scelte.

In alcune grandi città sono presenti soluzioni di mobilità green, tuttavia, non sembrano sufficienti. Inoltre, i giovani si mostrano propensi all’utilizzo di mezzi di trasporto sostenibili a condizione che siano disponibili e accessibili a tutti.

Per un futuro green… c’è tempo

Quanto alla mobilità in senso lato, tutti sperano in un miglioramento a 360° del servizio: miglior accessibilità, maggiori collegamenti, più puntualità, più sicurezza e minor costo. E si aspettano un incremento del car sharing perché in questo modo anche le auto elettriche si renderebbero accessibili a tutti.
L’idea di mobilità futura è tecnologica, all’avanguardia, ecologica, pulita, nonostante alla base sia presente una visione pessimistica.

Insomma, nel futuro la GenZ immagina una mobilità sempre più sostenibile, ma oggi all’atto pratico, non effettua molte scelte nel rispetto dell’ambiente.
Viene data precedenza ad autonomia, indipendenza e comfort nell’utilizzo di un mezzo di proprietà, invece che utilizzare i mezzi pubblici o mezzi definiti ‘green’.

Care vacanze: per 16 milioni di italiani non più di 7 giorni

Quest’anno saranno 16 milioni gli italiani, il 27% della popolazione, che andranno in ferie per non più di 7 giorni, e 29 milioni, circa il 50%, quelli che invece potranno godere di vacanze superiori alla settimana.
Secondo il Centro Studi di Conflavoro, in diminuzione del 3% saranno anche coloro che nei mesi estivi si potranno permettere una gita di fine settimana. Il 57% delle famiglie che si recheranno in vacanza per non più di una settimana sono residenti nel Sud Italia, il 25% al Centro e il 18% al Nord 

“Le vacanze estive sono già iniziate e i primi dati non sono certamente incoraggianti – afferma Sandro Susini, direttore del Centro Studi di Conflavoro -. Sarà colpa del tempo, delle temperature sotto la media stagionale, delle votazioni che si sono tenute recentemente o dei costi troppo elevati nei luoghi di villeggiatura, ma pare proprio che il turismo estivo sia partito molto a rilento”.

Un terzo delle presenze tra giugno e agosto sono straniere

Il Centro Studi di Conflavoro stima il settore in flessione del 2% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

“Eppure, l’industria del turismo italiano prevede quasi 220 milioni di presenze tra giugno e agosto, con un incremento di quasi il 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Oltre un terzo (39%), sono i turisti che arriveranno dall’estero – aggiunge Susini -. Ma non è tutto oro ciò che luccica, infatti, a causa degli aumenti dei prezzi, ci saranno famiglie che, pur non rinunciando alle ferie, si troveranno costrette a ridurre il periodo di vacanza a non più di una settimana”.

Una settimana di ferie costa 615 euro

La spesa media pro capite per una settimana di ferie è stimata su 615 euro, +22% rispetto all’anno precedente. Intorno a 1.150 euro, invece, è la spesa dei turisti provenienti dall’estero.

Anche per quanto riguarda la spesa media pro-capite per una settimana si registra un notevole divario fra gli italiani. Quelli che abitano nel Nord Italia sono disposti a spendere fino a 740 euro, al Centro 630 euro e 480 euro al Sud.
Quanto all’età anagrafica, le persone fino a 30 anni hanno un budget settimanale di 450 euro, fra 31 e 60 anni 800 euro e 595 euro gli over61.

Aumentano i prezzi anche all’estero

“Gli aumenti di prezzo sono dovuti principalmente al costo delle strutture ricettive, che annotano fino al 23% di incremento rispetto al 2023, ai servizi spiaggia (+11%) e ai trasporti (+26%). Una vacanza di 7 giorni – sottolinea  Susini, come riporta AGI – costerà dal 20% fino al 25% in più rispetto all’estate scorsa. Anche le mete estere a causa degli aumenti del costo dei traghetti e dei voli non sono più convenienti, e gli italiani, in controtendenza con il 2023, preferiscono rimanere in Italia, riducendo del 4% i viaggi all’estero”.

A maggio consumi ancora fragili, e l’incertezza frena gli investimenti

Secondo le stime di Confcommercio su dati Istat, a maggio si conferma la fragilità dei consumi, con una variazione dell’ICC sia rispetto al mese precedente sia rispetto a maggio 2023. Servizi e turismo potrebbero non bastare a rimettere in carreggiata la spesa.
Inoltre, il taglio dei tassi di riferimento da parte della BCE è stato inferiore alle attese. Pertanto le imprese italiane si devono confrontano con tassi d’interesse reali particolarmente elevati.

Tra gli aspetti positivi, si confermano il miglioramento del mercato del lavoro e l’inflazione sotto controllo, con una variazione stimata per giugno dello 0,2% congiunturale e dello 0,9% su base annua.
In ogni caso, il profilo declinante della produzione industriale evidenzia le difficoltà di una parte rilevante del nostro sistema imprenditoriale

Puntare tutto sulla stabilità o l’ulteriore ridimensionamento dell’inflazione

Si deve puntare tutto, quindi, sulla stabilità o l’ulteriore ridimensionamento, dell’inflazione, profilo che rafforzerebbe il potere d’acquisto del reddito da lavoro, e in un contesto privo di shock rilevanti sull’occupazione, consolidare un percorso di crescita dei consumi, con conseguente sostegno al PIL.

L’obiettivo di raggiungere una variazione del PIL all’1% o poco sopra richiede condizioni sempre più stringenti.
La stima per il secondo quarto dell’anno in corso è moderatamente negativa in termini congiunturali (-0,1%) e ancora allo 0,7% la variazione tendenziale. Questo stop potrebbe essere superato grazie ai servizi e al turismo in senso lato, trasporti, cultura, alloggio e ristorazione, a partire da luglio.

ICC: -0,3% in un anno

A maggio 2024 l’Indicatore dei Consumi Confcommercio (ICC) evidenzia una riduzione dello -0,3% tendenziale. La flessione dell’ultimo mese è sintesi del permanere di dinamiche negative sul versante della domanda per i beni (-0,6% annuo) e i servizi (-0,2%).

In questo contesto, i comportamenti delle famiglie sembrano indicare una situazione in cui le dinamiche della domanda cominciano ad assumere toni meno emergenziali, peraltro indipendenti dalle festività variabili. Il settore automotive è tornato, dopo il rimbalzo del mese precedente, a mostrare una netta flessione (-10,8%). Su tale andamento potrebbe aver pesato anche l’attesa per l’avvio degli incentivi. Si confermano, invece, in territorio positivo trasporti aerei (+12,7%) e beni e servizi per le comunicazioni (+5,7%).

Prezzi al consumo: a giugno stimati a +0,9%

Sulla base delle dinamiche registrate dalle diverse variabili che concorrono alla formazione dei prezzi al consumo si stima per il mese di giugno 2024 una variazione dello 0,2% in termini congiunturali e una crescita dello 0,9% su base annua.
Prosegue il processo di rientro dell’inflazione sui beni alimentari, segmento che influenza in modo significativo la percezione dell’inflazione da parte delle famiglie, con un tasso di variazione dei prezzi su base annua che a giugno dovrebbe attestarsi al 2,1%.

Nella media del 2024 si consolida quindi l’ipotesi di una variazione dei prezzi al consumo prossima all’1%. Nella seconda parte dell’anno, il permanere di tassi di variazione dei prezzi contenuti potrebbe favorire un miglioramento della domanda, rendendo meno complicato il raggiungimento di una crescita dell’economia prossima all’1%.

Cambiare lavoro: i motivi delle (grandi) dimissioni in Italia

Secondo il sondaggio ‘New Year, New Career’ di Monster.com, nel 2023 il 96% dei lavoratori italiani era alla ricerca di una nuova posizione lavorativa. Inoltre, secondo gli ultimi dati del Ministero del Lavoro riguardanti le comunicazioni obbligatorie, nel 2022 sono state registrate quasi 2,2 milioni di dimissioni, +13,8% rispetto al milione e 930mila del 2021.

Ma quali sono le ragioni principali che spingono gli italiani  a cambiare lavoro? Secondo lo studio di Monster, la necessità di un reddito più alto (40%), disoccupazione (35%), mancanza di opportunità di crescita (34%), e un ambiente lavorativo tossico (25%).
Se l’idea di abbandonare il proprio impiego spesso è pervasa da una serie di paure, tuttavia, uscire dalla propria zona di comfort può portare a nuove possibilità di crescita e realizzazione. 

Come riconoscere un’azienda “tossica”

Emergono infatti nuovi modelli di aziende che pongono il benessere e la crescita dei dipendenti al centro delle proprie azioni, creando un ambiente di lavoro sano e virtuoso. Al contrario, un contesto lavorativo tossico, può avere pesanti ripercussioni sulla vita dei lavoratori.

Ma come riconoscere un’azienda tossica?
“Spesso – spiega Alessandro Da Col, top voice di LinkedIn e co-fondatore dell’Accademia Crescita Personale Meritidiesserefelice -, le atmosfere tossiche derivano da una direzione inadeguata. Un leader efficace non solo interviene prontamente di fronte ai comportamenti dannosi per il team, ma agisce anche da modello, motivando e ispirando in maniera autentica”.
Comunicare efficacemente e sviluppare lo spirito di gruppo con azioni di team building sono aspetti fondamentali.

Parole d’ordine: coinvolgere e condividere

“È importante anche agire equamente e con la massima trasparenza, condividendo sempre, nei singoli team, le informazioni, trasmettendo il proprio know-how ai neoassunti, rispettando le proprie mansioni – aggiunge il co-fondatore, Alessandro Pancia – e mantenendo una chiara separazione tra la sfera professionale e quella personale”.

Se poi il dipendente commette un errore, soprattutto se involontario e di entità minima, non deve essere mobbizzato, ma avere l’occasione di correggere il danno arrecato all’azienda.
“Emarginare un lavoratore – conferma Da Col – può innescare dinamiche negative, sia perché le persone che lavorano in azienda non vengono valorizzate, sia perché possono nascere rivalità e conflitti tra colleghi”.

Una sana cultura del fallimento

Dunque, è fondamentale mettere in pratica una sana cultura del fallimento, e al tempo stesso, dare un giusto riconoscimento in caso di successo.
Riguardo agli orari, occorre rispettare la separazione tra lavoro e vita privata, il diritto alla disconnessione nelle ore notturne e nei giorni festivi.

In un ambiente di lavoro stimolante, il rust-out, la mancanza di slancio e stimoli quando si devono affrontare nuovi progetti e nuove mansioni, dev’essere ridotto al minimo, anche se si svolge un lavoro ripetitivo.
“In questo caso – commenta Pancia -, il segreto sta, innanzitutto, nell’affrontare il problema con il proprio capo e, successivamente, iniziare a svolgere compiti meno noiosi”.

Lavoro e malessere psicologico: i casi aumentano di quasi il 110%

Secondo l’Inail, nel primo trimestre 2024 sono state oltre 22.000 le denunce di malattie professionali legate a disturbi psichici e comportamentali, con una crescita del 17,9% rispetto allo stesso periodo del 2023.
A confermarlo anche i dati raccolti dal servizio di psicologia online Unobravo, nell’ambito dell’analisi condotta sul disagio psicologico legato al lavoro in Italia. Nel primo quadrimestre 2024 le persone che manifestano disagio sul fronte lavorativo sono infatti aumentate del 109,7% rispetto allo stesso periodo del 2023.

Dalla fatica a bilanciare vita personale e lavorativa fino alla frustrazione per una mancata crescita professionale, il disagio psicologico connesso al lavoro si manifesta in diverse forme e settori, colpendo una larga fetta dei lavoratori italiani che arrivano a manifestare sindrome di burnout, stress, frustrazione, e disturbi psicologici.

Donne più esposte allo stress lavorativo

Il 28,3% di chi si è rivolto a Unobravo in cerca di supporto dichiara di avere difficoltà proprio sul fronte professionale. Più della metà (57,3%) manifesta sofferenza generata dal lavoro, e il 10% attribuisce all’ambito lavorativo le principali complicazioni da affrontare nella quotidianità.

Il malessere psicologico derivato dal lavoro può avere un forte impatto sulla vita personale, causando anche sintomi fisici. Che se non trattati, possono creare una condizione di forte stress e portare alla sindrome di burnout.
A livello nazionale sono soprattutto le donne a cercare supporto psicologico per problemi connessi al lavoro (66,3%, vs 33,7% uomini) e le persone nella prima fase della carriera professionale. Il 62,9% ha tra 25 e 34 anni, mentre il 22,8% è compreso nella fascia da 35 a 44 anni.

Lombardia e Lazio in testa

Quando lo stress lavoro-correlato si protrae nel tempo, si può incorrere nella sindrome di burnout, una condizione che presenta sintomi psicologici, fisici e aspecifici e coinvolge un numero sempre maggiore di lavoratori.
Ad esempio, tra coloro che temono di soffrire di sindrome da burnout in Italia e si sono sottoposti al test di screening gratuito, l’82,9% potrebbe essere a rischio, di cui il 61,6% a rischio elevato e il 21,3% moderato.

I problemi legati al benessere lavorativo sono avvertiti soprattutto in Lombardia (27%) e Lazio (10,6%), seguite da Emilia-Romagna (9,4%), Veneto (8,9%) e Piemonte (8,6%).
Il Piemonte, in particolare, è la regione che rispetto al 2023 mostra il maggiore incremento (+146,7%) rispetto alla media italiana (+109,7%).

Milano al primo posto tra le province

I problemi sembrano attenuarsi nelle regioni del Sud. Le regioni con le percentuali più alte di malessere da lavoro sono Campania (5,6%), Sicilia (4,3%) e Puglia (4,2%).
A livello provinciale, riferisce Adnkronos, la percentuale più elevata di coloro che dichiarano di avere problemi di natura psicologica legati alla sfera lavorativa si registra a Milano (13,2%).

Al secondo posto, la Città Metropolitana di Roma (8,2%) e al terzo, Torino (4,9%).
Seguono Bologna (3,4%), Napoli (2,9%), Monza e Brianza (2,4%), Varese (2,1%), Bergamo (2%), Padova e Brescia (entrambe 1,9%).