Lavoro, 1 neoassunto su 4 è straniero

C’è un dato che più di tutti fotografa la trasformazione del mercato del lavoro italiano: nel 2025 quasi un neoassunto su quattro è straniero. Le previsioni parlano di circa 1 milione e 360mila ingressi di lavoratori immigrati, pari al 23% del totale. Rispetto al periodo pre-pandemia il salto è evidente, e se si torna indietro al 2017 l’aumento sfiora il 140%.

Le stime arrivano dal report dell’Ufficio studi della CGIA, basato sui dati del sistema informativo Excelsior di Unioncamere e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

I settori che assumono di più

Non tutti i comparti mostrano lo stesso peso della manodopera straniera. In agricoltura, per esempio, quasi una nuova assunzione su due riguarda lavoratori non italiani. Le percentuali sono alte anche nel tessile-abbigliamento e nelle costruzioni, mentre logistica e servizi di pulizia viaggiano comunque sopra un quarto del totale.

Se si guardano i numeri assoluti, la ristorazione guida la classifica delle entrate, seguita proprio dalle imprese di pulizia e dal settore agricolo. Sono ambiti dove la domanda di personale resta costante e spesso fatica a trovare candidati.

Una presenza ormai strutturale

L’idea che i lavoratori stranieri siano solo una soluzione temporanea non regge più. Secondo elaborazioni della Fondazione Leone Moressa su dati Inps, i dipendenti extracomunitari sono quasi 2,2 milioni. In alcune regioni l’incidenza sul totale degli occupati è particolarmente alta: Emilia-Romagna, Toscana e Lombardia guidano la classifica.

Il motivo non è solo economico ma anche demografico: tra il crollo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione, la forza lavoro straniera contribuisce a mantenere in equilibrio sia il sistema produttivo sia quello previdenziale.

Chi fa cosa e perché

Spesso si parla di “mestieri tipici” legati alle diverse comunità, ma i dati raccontano un’altra storia. Non esistono specializzazioni ufficiali in base all’etnia: le statistiche classificano per cittadinanza, non per cultura. Le concentrazioni che si osservano dipendono piuttosto da reti migratorie, opportunità locali e barriere iniziali come lingua o riconoscimento dei titoli.

Così si spiegano le presenze più forti di lavoratori dell’Est Europa nell’assistenza familiare, di nordafricani in edilizia e agricoltura, o di asiatici nel commercio e nella ristorazione.

La geografia delle assunzioni

La crescita non è uniforme sul territorio. Negli ultimi otto anni regioni come Basilicata, Trentino-Alto Adige e Umbria hanno registrato gli aumenti più marcati. Nel solo 2025, però, è il Trentino-Alto Adige a segnare la quota più alta di ingressi stranieri sul totale delle assunzioni, seguito da Emilia-Romagna e Lombardia.

A livello provinciale spicca Prato, dove oltre la metà dei nuovi contratti riguarda lavoratori immigrati, mentre in valori assoluti è Milano a concentrare il maggior numero di ingressi, davanti a Roma e Verona.

Uno specchio dell’economia reale

Messi insieme, questi dati raccontano una verità semplice: i lavoratori stranieri non sono un elemento accessorio, ma una colonna portante del sistema produttivo italiano. Non sostituiscono, piuttosto colmano vuoti che altrimenti resterebbero tali. 

Coppie, sono felici? Dipende dal Paese: in Italia così così

Quale occasione migliore di San Valentino per analizzare il livello di soddisfazione delle persone che vivono in coppia? Puntuale come il 14 febbraio, arriva l’’Ipsos Love Life Satisfaction Survey 2026, condotta in 29 Paesi compresa l’Italia, che prova a dare una risposta mettendo insieme emozioni e numeri.

Al di là dei bigliettini, dei fiori e delle cene romantiche, c’è una domanda semplice e tutt’altro che banale: ci sentiamo davvero amati? E siamo soddisfatti della nostra relazione? 

Amati sì, ma con qualche ombra

A livello globale il 77% delle persone dice di sentirsi amato. È una percentuale alta, che racconta un mondo meno cinico di quanto spesso immaginiamo. Però la ricerca mette in luce grandi differenze fra i vari Paesi. Ad esempio in Messico la percentuale di chi si sente amato è dell’86%, lontanissima dal Giappone dove invece si ferma al 51%, poco più della metà degli intervistati.
E l’Italia? Nel nostro Paese il 70% delle persone afferma di sentirsi amata. Il dato è al di sotto della media internazionale e ci colloca al 24° posto su 29 Paesi. Forse non siamo più la patria del romanticismo?

In questa classifica della soddisfazione in amore, conta anche un altro dato:  il portafoglio. Tra chi ha un reddito alto, l’82% si dice soddisfatto della propria vita amorosa; tra chi guadagna meno, la quota scende al 72%. E quando si parla di vita sessuale, la distanza si allarga: 68% contro 52%. L’amore non si compra, certo, ma le condizioni materiali sembrano pesare sull’equilibrio di coppia.

Le relazioni tengono, la passione cala

Il quadro è rassicurante se si guarda alla relazione nel suo insieme. Nel mondo l’82% di chi ha un partner si dichiara soddisfatto. In Italia siamo al 79%, poco sotto la media e in lieve calo rispetto allo scorso anno. Uomini e donne si dichiarano felici in percentuali quasi identiche, segno che almeno su questo fronte non esiste il gender gap. 

La soddisfazione inizia però a vacillare quando si entra nella sfera più intima. Solo il 60% degli “accoppiati”, a livello globale,  si dice appagato della propria vita sentimentale e sessuale. In Italia quasi quattro persone su dieci ammettono di non esserlo.

Generazioni e stato civile

Ma si è contenti – o meno – a tutte le età? Certo che no. I Millennials sono i più soddisfatti (65%), seguiti da Generazione X e Gen Z. I Baby Boomers chiudono la classifica con il 55%. Anche essere sposati fa la differenza: l’83% dei coniugati si sente amato, contro il 72% dei non sposati. E la soddisfazione nella vita romantica sale dal 50% dei single al 72% di chi è in coppia stabile.

In fondo, la fotografia è chiara: l’amore resiste, le relazioni tengono, ma la felicità non è un traguardo automatico che si raggiunge un giorno all’anno. 

Viaggi, dati e intelligenza artificiale: come cambia il turismo italiano

Dopo anni a 100 all’ora, il settore dei viaggi in Italia tira il fiato. Nel 2025 la crescita c’è, ma è più contenuta. Secondo i dati dell’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano, il mercato dell’ospitalità arriva a 38,7 miliardi di euro, con un aumento del 2%, mentre i trasporti toccano quota 27,5 miliardi, salendo del 5%. Numeri solidi, ma lontani dalle accelerazioni del passato.
Anche l’eCommerce, ormai canale principale per acquistare viaggi, rallenta pur restando centrale: vale il 57% nel ricettivo e il 70% nei trasporti.

Cambiano anche le scelte dei viaggiatori. Crescono le esperienze outdoor, che avanzano più velocemente delle strutture ricettive tradizionali, mentre il turismo organizzato supera i 6 miliardi, favorito da un calendario particolarmente ricco di ponti e festività.

Meno trasferte, più selezione

Il segnale più netto arriva dal mondo del lavoro. Nel 2025 la spesa delle imprese italiane per i viaggi d’affari scende del 3%, fermandosi a 21,5 miliardi di euro. Diminuiscono le trasferte brevi e ripetitive, mentre aumentano i viaggi in aereo, anche su tratte corte, e quelli legati a eventi, fiere e convegni. L’hybrid work riduce la necessità di spostamenti continui e spinge le aziende a scegliere con più attenzione quando e perché far viaggiare le persone.

Come sottolinea Andrea Guizzardi, direttore dell’Osservatorio Business Travel del Politecnico di Milano, il business travel sta diventando meno operativo e più strategico, con maggiore attenzione a sicurezza, benessere e valore delle relazioni.

Viaggiatori sempre più guidati dall’IA

Sul fronte dei consumatori, l’intelligenza artificiale entra nella vita quotidiana. Un viaggiatore italiano su tre utilizza già strumenti di IA generativa per pianificare itinerari o cercare esperienze, e l’85% li considera utili o addirittura fondamentali. Personalizzazione, flessibilità e relax sono le parole chiave di una domanda che vuole sentirsi ascoltata e compresa.

Eppure, lato imprese, il percorso è ancora a metà. Gli investimenti in IA crescono, ma l’impatto resta disomogeneo. Solo una minoranza di operatori, soprattutto tra agenzie di viaggio e fornitori di esperienze outdoor, ha avviato progetti strutturati. Eleonora Lorenzini, direttrice dell’Osservatorio Travel Innovation, parla di un vero e proprio “AI Paradox”: grandi potenzialità, risultati ancora limitati, soprattutto per mancanza di competenze, governance dei dati e modelli chiari di misurazione del valore.

Dati come infrastruttura del futuro

Secondo l’Osservatorio, la sfida ora è costruire una visione condivisa. Servono strategie nazionali ed europee sull’innovazione nel turismo, un sostegno concreto all’adozione dell’IA e un ecosistema capace di accompagnare le startup del settore.
Perché il futuro del travel non si giocherà solo sulla tecnologia, ma sull’equilibrio tra persone, territori, dati e imprese.

Se i negozi chiudono, cosa succede ai quartieri?

C’è un fenomeno al quale stiamo assistendo tutti, e che da alcuni anni coinvolge l’Italia intera: i negozi di quartiere che chiudono. Spariscono così, schiacciati dai costi e dalla concorrenza di supermercati e centri commerciali, lasciando gli abitanti senza punti di riferimento. Il commercio di prossimità, quello fatto soprattutto di relazioni, paga oggi un prezzo altissimo.

Negli ultimi tredici anni sono svanite oltre 130 mila imprese del commercio al dettaglio. Nel 2024 ne restano circa 645 mila, il 16% in meno rispetto al 2011. Non è solo un dato economico, è una fotografia sociale.

La desertificazione commerciale non è un concetto astratto

A raccontare cosa sta accadendo è lo studio “Il Valore della Reciprocità”, realizzato da Nomisma nell’ambito dell’Osservatorio Reciprocità e Commercio Locale, che sarà pubblicato nei prossimi mesi.

La ricerca nasce da una domanda reale: cosa succede ai territori quando i negozi chiudono? La risposta è tutt’altro che rassicurante. Meno servizi, meno sicurezza, meno vita sociale. I “vuoti” lasciati dalle attività commerciali diventano spesso anticamera di degrado e perdita di attrattività, nei quartieri delle grandi città come nei piccoli centri.

La reciprocità come base della comunità

Al centro dello studio c’è un concetto semplice ma potente: la reciprocità. Fare qualcosa per il contesto in cui si vive senza aspettarsi un ritorno immediato, sapendo che quel gesto alimenta un circuito che, prima o poi, restituisce valore a tutti.

Secondo Francesco Capobianco, Head of Public Policy di Nomisma, la prima survey condotta nei primi mesi del 2025 mostra una buona dose di consapevolezza: gli italiani riconoscono il peso della reciprocità nella vita quotidiana e nel funzionamento delle comunità.

Negozi di vicinato: non servono solo per comprare

I dati preliminari sono eloquenti. L’84% degli italiani ritiene che i negozi di prossimità sostengano l’economia locale. Non solo: per l’81% contribuiscono a tenere vivi i centri urbani e per il 72% generano un impatto sociale positivo. Certo, restano degli ostacoli: prezzi percepiti come più alti, scelta limitata, abitudini difficili da cambiare. Eppure, a parità di qualità, la maggioranza è disposta a spendere qualcosa in più, soprattutto per prodotti freschi e specialità locali.

Come costruire un futuro possibile

La reciprocità non riguarda solo il commercio. Il 91% degli intervistati la considera un valore fondamentale e l’85% la associa a un clima di collaborazione. Fiducia, etica, senso di appartenenza: parole che tornano spesso. È vero, tutti abbiamo poco tempo e problemi personali, ma quasi un italiano su due pensa di aumentare il proprio impegno sociale nei prossimi anni.

Da qui nasce anche il Manifesto contro la desertificazione commerciale, promosso da Percorsi di Secondo Welfare insieme a Nomisma: uno strumento aperto, che invita territori, amministrazioni e cittadini a condividere esperienze e soluzioni.