Lavoro e maternità, perchè in Italia sembrano inconciliabili?

In Italia il rapporto fra donne e lavoro continua a rimanere complicato. Ancora di più quando ci sono dei bambini. Lo rivela l’ultima indagine condotta dall’Ispettorato del Lavoro (INL) in collaborazione con l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP). L’analisi ha infatti messo in luce un preoccupante aumento delle dimissioni volontarie tra le donne madri in Italia.
Secondo il rapporto, un impressionante numero di 44.699 madri ha scelto di lasciare il proprio impiego, un dato notevolmente più elevato rispetto ai 16.692 padri che hanno preso la medesima decisione.

Boom di dimissioni nei primi tre anni di vita dei figli

La tendenza si fa ancora più evidente quando si analizzano le dimissioni nei primi tre anni di vita dei figli. Il documento mette in luce una crescente difficoltà per le donne nel conciliare le responsabilità professionali con quelle familiari. Tra le categorie professionali più colpite spiccano gli impiegati (30.299) e gli operai (26.471), con il 65,8% delle dimissioni che coinvolgono lavoratori a tempo pieno.

Le ragioni alla base di queste decisioni sono molteplici: il 37,5% delle dimissioni è imputabile al cambio di azienda, mentre il 32,2% è dovuto alle sfide legate alla conciliazione tra lavoro e cura dei figli. Tra queste, la difficoltà nel trovare un equilibrio tra esigenze professionali e familiari emerge come la causa principale, rappresentando il 49,8% delle motivazioni totali.

Anche nelle dimissioni esiste un divario di genere

Il rapporto sottolinea altresì un evidente divario di genere nelle motivazioni delle dimissioni. Le donne madri tendono a lasciare il lavoro principalmente a causa delle difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia, spesso aggravate dalla mancanza di servizi adeguati e problematiche organizzative sul luogo di lavoro. Al contrario, per i padri, le ragioni principali sono più strettamente legate a questioni professionali. Insomma, il “problema” famiglia pare essere tutto sulle spalle delle donne.

Servono politiche di supporto

Questi dati mettono in luce l’urgente necessità di affrontare la questione della conciliazione tra vita professionale e familiare, specialmente per le donne madri. Ciò sottolinea l’importanza di politiche di supporto più efficaci e di un rinnovato impegno nel promuovere un ambiente lavorativo equilibrato e inclusivo, per tutti e… tutte.

Turismo: “c’è fame d’Italia all’estero”, e un 1/3 di spesa in vacanza è per il cibo

È quanto emerge da una analisi della Coldiretti: più di un terzo della spesa di italiani e stranieri in vacanza in Italia è destinato alla tavola, ovvero, alla consumazione di pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche al cibo di strada o alle specialità enogastronomiche di mercati, feste e sagre di Paese.

L’analisi, divulgata in occasione del Forum internazionale del turismo di Baveno, sul Lago Maggiore, fa da commento delle dichiarazioni della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sulla “tantissima fame di Italia all’estero”. Il cibo infatti è la voce più importante del budget destinato alle vacanze estive in Italia, tanto che per molti turisti è diventato la principale motivazione del viaggio.
Lo dimostrano il boom del turismo enogastronomico, insieme alle numerose iniziative di valorizzazione dei prodotti tipici e locali, dalle sagre alle strade del vino.

Il patrimonio enogastronomico nazionale al centro della vacanza Made in Italy 

Si tratta di uno scenario che, sottolinea la Coldiretti, dimostra per ‘la vacanza Made in Italy’ la centralità del patrimonio enogastronomico nazionale.

Un patrimonio diffuso su tutto il territorio, e dalla cui valorizzazione dipendono molte opportunità di sviluppo economico e occupazionale per il nostro Paese.
L’alimentazione si conferma quindi come il vero valore aggiunto della vacanza in Italia, ‘leader mondiale’ del turismo enogastronomico.

L’agricoltura tricolore è la più green d’Europa

Del resto, l’Italia può contare sull’agricoltura più green d’Europa, con 5450 specialità censite dalle Regioni e ottenute secondo regole tradizionali protratte nel tempo per almeno 25 anni, 325 specialità Dop, Igp, Stg riconosciute a livello comunitario, e 415 vini Doc e Docg.

Ma l’Italia può anche vantare la leadership nel ‘biologico’, con circa 86 mila aziende agricole biologiche e la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati (ogm), oltre ai 10 mila agricoltori che vendono direttamente con Campagna Amica.

“I tesori enogastronomici sono opere d’arte conservate da generazioni”

“L’Italia è il solo Paese al mondo che può contare primati nella qualità, nella sostenibilità ambientale e nella sicurezza della propria produzione agroalimentare che peraltro ha contribuito a mantenere nel tempo un territorio con paesaggi di una bellezza unica – ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini, sottolineando che -: i tesori enogastronomici sono vere e proprie opere d’arte conservate gelosamente da generazioni di agricoltori che vanno difese dal rischio della falsificazione, dall’omologazione e dai tentativi di rompere il legame naturale tra il cibo che consumiamo e l’ambiente che ci circonda”.

Casa: lo stop al Superbonus non frena la sfida green

Sebbene in Italia circa una casa su 10, solo il 12%, possa essere considerata veramente efficiente, e complessivamente, solo un terzo delle famiglie, il 34%, abbia fatto almeno qualcosa in direzione della transizione energetica, la buona notizia è che il trend rilevato a metà 2023 è stato comunque in crescita rispetto al periodo analogo del 2022.

Infatti, appena un anno fa, le case veramente efficienti erano il 10%, e quelle almeno parzialmente efficienti, erano il 28%. 
Questo, considerando che lo stop al Superbonus è avvenuto a febbraio. Quindi, la sospensione delle agevolazioni non aveva ancora completamente impattato ‘sulla’ sostenibilità delle abitazioni.
A rilevarlo è la settima edizione dell’Osservatorio Smart Home-Green Home di Eumetra, condotto su 2.000 famiglie italiane. 

Un trend destinato a spegnersi?

Sicuramente lo stop al Superbonus sta avendo e avrà un impatto sul processo verso l’efficientamento energetico, tuttavia, la transizione green continuerà.
Più in particolare, una conseguenza maggiore sull’avvio di opere impegnative, come l’isolamento termico perimetrale (il cosiddetto ‘cappotto’), che richiedono investimenti iniziali consistenti, burocrazia complessa, nonché il disagio derivante dal cantiere, la avrà lo stop alla cessione del credito.

Il 27% di chi non è propenso a investire in queste opere dichiara infatti che lo stop della cessione del credito sta impattando sulla loro decisione. Rapportati alla popolazione, i non propensi a investire in questo tipo di opere, rappresentano comunque il 14% delle famiglie.

Impianto fotovoltaico: sì o no?

Ma su altre opere o dotazioni, forse, l’impatto potrebbe essere minore. Ad esempio, se il costo della componente energia continuerà ad aumentare la propensione a dotarsi di impianto fotovoltaico, che sarebbe ammortizzato in tempi più brevi, potrebbe rimanere allettante.

Dichiarano che lo stop alla cessione del credito influirà sulla loro decisione di investire in tal senso il 22% dei non propensi all’acquisto futuro. Che al netto dei già possessori, dei propensi almeno genericamente e degli incerti, rappresentano il 5% della popolazione.
Altri fattori, come cambiamento climatico e temperature alte per lunghi periodi, inducono le famiglie a dotarsi di apparecchiature come un climatizzatore. Primo acquisto o sostituzione, si tratta comunque di tecnologie nuove, che consumano meno energia e garantiscono maggior benessere.

Un percorso culturale ormai avviato

In questo caso, lo stop alla cessione del credito fermerebbe il 15% dei non propensi all’acquisto futuro. Al netto degli acquirenti recenti, dei propensi e degli incerti, rappresentano il 6,5% della popolazione.

In ogni caso, un altro driver potente è il fattore ‘moda’, che induce a dotarsi di elettrodomestici innovativi, come ad esempio il piano da induzione per la cottura dei cibi, in sostituzione del classico fornello a gas.
Restano infatti a disposizione altri incentivi fiscali, come le detrazioni fiscali, ma soprattutto sembra ormai avviato un percorso ‘culturale’ verso l’efficientamento energetico unito alla ricerca di maggiore comfort.

Sanità: tra costi e tempi di attesa gli italiani rinunciano a curarsi

Nell’ultimo anno quasi 14 milioni di italiani, uno su 3, hanno rinunciato a sottoporsi a una o più visite o cure mediche. Al Sud e nelle Isole la percentuale arriva addirittura al 37,5%.
Le ragioni? Fra chi ha scelto di non curarsi, il 64% lo ha fatto a causa dei tempi di attesa troppo lunghi e il 60% per via dei costi elevati (circa 8,3 milioni).
Secondo l’indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat, tra coloro che hanno rinunciato a esami, visite e operazioni, la frequenza maggiore è stata riscontrata per oculistica (36%), dermatologia (35,6%) e odontoiatria (35,5%).
Ma non manca chi ha scelto di non curarsi anche in aree mediche come ginecologia (25%) o cardiologia (26%).

Il problema delle liste d’attesa

Numeri così alti non sorprendono: chi nell’ultimo anno si è curato solo attraverso il SSN ha affrontato, in media, liste di attesa di circa 77 giorni, valore influenzato certamente anche dalla scarsità di personale medico nelle strutture pubbliche.
Liste d’attesa che tendono ad allungarsi fino a quasi raddoppiare, a seconda dell’area geografica e della specializzazione richiesta.
Proprio a causa dei tempi così dilatati 14 milioni di italiani hanno dichiarato di essersi rivolti a una struttura privata.
Chi ha fatto questa scelta si è dovuto confrontare, in media, con liste di attesa di circa 15 giorni, non di 77.

Quanto costa rivolgersi alle strutture private?

Chi si è curato in una struttura a pagamento ha speso, in media, 335 euro per ogni approfondimento specialistico (nel Centro Italia si sfiorano 400 euro).
Gli importi medi pagati dai pazienti sono stati sensibilmente diversi anche a seconda dell’area specialistica, e vanno da 117 euro per gli esami del sangue a 144 euro per la ginecologia, da 210 per la dermatologia a 610 per la chirurgia generale fino a 716 euro per l’odontoiatria.
Per far fronte a questi costi il 77% degli intervistati ha utilizzato i propri risparmi.
Solo il 20% ha potuto usufruire di un’assicurazione sanitaria, mentre il 15% ha dovuto chiedere un sostegno economico ai familiari, e il 5% si è rivolto a una banca o una società finanziaria.

Cambiare regione per curarsi

Sempre nell’ultimo anno, poi, oltre 2,4 milioni di persone hanno dovuto cambiare regione per sottoporsi a esami, visite o interventi.
Sebbene il fenomeno sia stato rilevato in tutto il Paese, sono le aree del Centro Italia quelle dove la percentuale di chi ha cambiato regione per curarsi è più alta (11,5% rispetto al 7,4% rilevato a livello nazionale).
Le regioni verso cui ci si è spostati con più frequenza? Sono Lazio (27%), Lombardia (19%), Emilia-Romagna (15%) e Veneto (11%).

Classifica delle università europee: Politecnico di Milano tra le prime 50

La conferma arriva dalla classifica europea delle migliori università stilata da QS Quacquarelli Symonds: è il Politecnico di Milano il migliore ateneo italiano. L’istituzione milanese si piazza al 47° posto nel ranking generale ed è l’unico ateneo italiano a figurare tra le prime cinquanta, mentre la Sapienza di Roma e le università di Bologna e Padova si posizionano tra le prime cento. Tra gli altri atenei italiani che si sono distinti in ognuno dei dodici indicatori della classifica, Ca’ Foscari – Università di Venezia occupa l’apice nazionale per il numero di studenti in scambio in uscita, seguita dall’Università Cattolica del Sacro Cuore al 6° posto in questa categoria, mentre il Politecnico di Bari si mette in luce per la produttività dei suoi ricercatori.

Altre eccellenze: dalla Sapienza alla Libera Università di Bozen-Bolzano

La Sapienza è invece particolarmente apprezzata nella comunità accademica internazionale, oltre ad avere una vasta rete di ricerca globale e ottime prospettive occupazionali per i suoi laureati, il Politecnico di Milano si distingue come il più apprezzato dai datori di lavoro internazionali e come punto di riferimento per attrarre studenti internazionali in scambio, e l’Università Vita-Salute San Raffaele brilla per il rapporto ottimale tra docenti e studenti, il notevole impatto della sua ricerca e le citazioni per pubblicazione scientifica. La Libera Università di Bozen-Bolzano si fa invece notare per l’alta proporzione di docenti internazionali.

La produttività della ricerca è un punto di forza tricolore

Nell’indicatore relativo alla produttività dei ricercatori, l’Italia occupa 25 posizioni tra i primi cento posti, superando Francia e Germania, che registrano 13 atenei ciascuno in questa fascia. A livello nazionale, sono i tre Politecnici di Bari, Torino e Milano a spiccare, seguiti dall’Università di Napoli Federico II e dall’Università di Firenze, che completano la top 5 italiana. Inoltre, l’Università di Milano-Bicocca si colloca tra le prime 150, mentre l’Università di Trento registra il terzo miglior punteggio a livello nazionale.

L’Università di Padova guida la classifica italiana della sostenibilità 

Per quanto riguarda l’indicatore di sostenibilità, che valuta l’impatto ambientale e sociale delle università, nonché la ricerca e l’insegnamento in questo ambito, è l’Università di Padova a guidare la classifica italiana, seguita dall’Università di Milano e dalla Sapienza. Come evidenzia poi un sondaggio che ha raccolto risposte da oltre 144.000 partecipanti, di tutte le università italiane 16 si collocano tra le prime 200 in Europa per la reputazione guadagnata all’interno della comunità accademica internazionale. La Sapienza e l’Università di Bologna figurano tra le prime 20, apprezzate da accademici di tutto il mondo, e il Politecnico di Milano si posiziona tra le prime 30, mentre l’Università di Padova è tra le prime 50 a livello europeo.

Si spende di più ma si compra meno, ed è boom dei discount

La sensazione di tanti consumatori di spendere sempre di più per comprare meno è confermata dai dati Istat sulle vendite al dettaglio, che anche nel mese di luglio vedono il calo del volume degli acquisti raggiungere il 4,5% su base annua, a fronte di una spesa superiore del 2,7%. Insomma, l’inflazione insiste nel mettere alla prova il potere d’acquisto delle famiglie italiane, che sempre più ricorrono per i loro acquisti ai discount, in crescita del 10,5%. Intanto il governo cerca di stringere sul patto salva-spesa che potrebbe rientrare nell’accordo sul trimestre anti-inflazione. Un’iniziativa che dal primo ottobre offrirà un paniere di prodotti di prima necessità a prezzi calmierati nei negozi, super e ipermercati aderenti, contrassegnati da un bollino tricolore.

Un paniere salva-spesa ribassato del 10%

“Perché funzioni realmente – dichiara Assoutenti – il paniere salva-spesa deve vedere seriamente impegnate tutte le parti in causa, dal commercio ai produttori, e deve portare a un sensibile ribasso dei prezzi”.
Un ribasso del 10% sui prodotti del carrello della spesa, stima l’associazione, porterebbe a risparmi di 4 miliardi, pari a oltre 155 euro per la famiglia media nell’arco del trimestre. Più scettica, l’Unione nazionale consumatori bolla la bozza di intesa come “parole includenti, generiche e prive di impegni precisi”.

Ritorna la cucina povera dei piatti anti spreco

L’iniziativa interverrebbe in un contesto di consumi fiacchi dove le vendite dei prodotti a basso prezzo sono le uniche in crescita. La Coldiretti registra anche un ritorno della cucina povera dei piatti anti spreco preparati in quasi 7 famiglie su 10, dalla frittata di pasta alla panzanella e alle polpette recuperando della carne rimasta, ma anche la ribollita o i canederli. In generale, secondo Confcommercio, non è allarmante il dato puntuale sulle vendite di luglio, che vede rispetto a giugno una crescita del +0,4% in valore e un calo del -0,2% in volume, è “invece preoccupante il quadro che si sta delineando mettendo a sistema gli indicatori congiunturali relativi a terzo trimestre”.

Intanto a svuotare i portafogli continua a pensarci anche la benzina 

Per l’anno in corso, lo stesso traguardo di una variazione del Pil all’1% sarebbe in discussione. Confesercenti sottolinea che le difficoltà sono maggiori per le piccole imprese, con vendite in calo anche in valore, e che per oltre metà dei negozi di moda i saldi estivi hanno avuto scontrini inferiori al 2022. Intanto, riporta Ansa, a svuotare i portafogli dei consumatori continua a pensarci la benzina, con il servito che raggiunge i 2,1 euro al litro, secondo le elaborazioni di Quotidiano Energia.

Italia, come sono cambiati i consumi negli ultimi 30 anni?

Negli ultimi trent’anni, l’Italia ha vissuto un notevole cambiamento nei consumi della popolazione. Un cambiamento pilotato principalmente dalla tecnologia e dai telefoni cellulari. Questi mutamenti hanno avuto un impatto significativo sulle abitudini di spesa delle famiglie italiane. I principali protagonisti di questa trasformazione sono stati i prodotti tecnologici, come i personal computer e i dispositivi audiovisivi e multimediali, ma soprattutto i telefoni cellulari. La spesa pro capite per questi ultimi è aumentata incredibilmente del 5.339%, mentre i PC hanno visto un aumento del 786% in termini reali. Questi dispositivi hanno rivoluzionato la vita quotidiana, diventando indispensabili per la comunicazione e l’intrattenimento. I dati sono il frutto dell’analisi effettuata dall’Ufficio Studi di Confcommercio sulle abitudini di consumo delle famiglie italiane nel periodo dal 1995 al 2023

Aumenta la spesa per il tempo libero

Nel settore del tempo libero, i servizi ricreativi e culturali hanno registrato una crescita significativa del 93%, dimostrando che gli italiani sono disposti a investire nel loro svago e nella cultura. Tuttavia, sono stati in calo i consumi domestici, come i pasti cucinati in casa (-11,2%), i mobili ed elettrodomestici (-5,1%) e il consumo di elettricità e gas (-12,2%), in parte grazie a politiche di risparmio energetico e alla riduzione degli sprechi. Nonostante questi cambiamenti, la spesa complessiva delle famiglie nel 2022, pari a 20.810 euro pro capite, è ancora inferiore ai livelli del 2019, che erano di 20.914 euro. Inoltre, nel 2024 non si prevede un completo recupero dei livelli di picco del 2007, quando la spesa pro capite raggiunse i 21.365 euro.

Il 2023 segna il ritorno alla normalità

Tuttavia, il 2023 segna un ritorno alla normalità, in gran parte grazie al settore turistico. I viaggi, le vacanze e gli alberghi registrano aumenti significativi rispetto all’anno precedente (+23,6%), così come i servizi ricreativi e culturali (+9,7%) e i bar e i ristoranti (+8%). Questi settori stanno contribuendo in modo consistente alla ripresa economica. In attesa di una ripresa dell’industria manifatturiera orientata all’esportazione, il terziario di mercato, composto principalmente da tempo libero, tecnologia e settore turistico, sembra essere il motore principale della crescita economica. Ciò dovrebbe essere sostenuto anche dalle riforme e dagli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

Una crescita strutturale limitata nel lungo periodo?

Tuttavia, i dati evidenziano una crescita strutturale limitata nel lungo periodo. La speranza di invertire questa tendenza con riforme e investimenti potrebbe essere difficile da realizzare. La tecnologia, in particolare i telefoni cellulari, ha guidato una grande parte dell’incremento dei consumi, mentre altre categorie di spesa, come l’abbigliamento e le calzature, rimangono ai livelli degli ultimi trent’anni.
Inoltre, le politiche di risparmio energetico hanno ridotto la spesa per l’elettricità e il gas, mentre le dinamiche demografiche stanno influenzando la spesa per l’alimentazione. La popolazione più anziana richiede meno alimenti di base e più servizi, e le imprese devono adeguarsi a queste sfide.

Quanti sono i Paperoni a livello mondiale? Più di quanto si pensi

Secondo l’ultima edizione del Wealth Report, pubblicato da Knight Frank, un’agenzia immobiliare che analizza i mercati top spender, nel 2022 il numero di individui ad alto patrimonio netto è diminuito del 3,8% a livello globale, dopo l’aumento record del 9,3% nel 2021. Nonostante questo calo, ci sono state alcune eccezioni sia in determinati paesi sia tra diverse fasce di reddito, come gli “UHNWI” (ultra-high-net-worth individuals, individui con patrimonio ultraelevato), gli HNWI (high-net-worth individuals, individui con patrimonio elevato) e i miliardari.

Nel 2022 cala il numero dei super-ricchi 

Il calo degli UHNWI a livello globale nell’anno precedente è stato in gran parte causato dalla debolezza dei mercati azionari e obbligazionari. Tuttavia, 100 mercati immobiliari di lusso a livello globale hanno registrato una crescita media dei prezzi del 5,2% e un aumento del 16% degli investimenti di lusso, contribuendo ad attenuare la diminuzione della ricchezza. Nel complesso, la popolazione degli UHNWI nel mondo è cresciuta del 44% in cinque anni fino al 2022. Nonostante sia previsto un rallentamento della crescita al 28,5% nei prossimi cinque anni, si prevede che la diminuzione sia di breve durata grazie all’adattamento a un nuovo contesto economico.

Medio Oriente e Arabia Saudita, nuovi paradisi dei milionari

Il Medio Oriente è stato in netto contrasto con la tendenza globale, con un aumento del 16,9% degli individui con un patrimonio netto superiore a 30 milioni di dollari nel 2022. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati particolarmente in crescita, con un aumento dell’18,1%, seguiti dall’Arabia Saudita con un aumento del 10,4%. Anche l’Africa ha registrato cifre positive con un aumento del 6,3% dei super ricchi, mentre l’Oceania e le Americhe hanno registrato solo un lieve incremento, rispettivamente dello 0,7% e dello 0,2%. L’Asia è rimasta coerente con la diminuzione globale della ricchezza, con una diminuzione del 6,5% della popolazione dei super ricchi, sebbene Malaysia, Indonesia e Singapore abbiano smentito questa tendenza. L’Europa ha subito una diminuzione degli ultra ricchi, con una diminuzione dell’8,5% degli UHNWI nel 2022. Le uniche eccezioni sono state l’Irlanda (+3,9%) e il Principato di Monaco (+0,9%).

Nei prossimi anni aumenterà ancora la ricchezza

Mentre la popolazione dei super ricchi è diminuita, quella degli HNWI è aumentata del 2,9% nel 2022. A livello mondiale, ci sono quasi 70 milioni di persone che possiedono un patrimonio netto superiore a 1 milione di dollari. I primi tre paesi in classifica sono la Malaysia, il Brasile e l’Indonesia. Il numero di miliardari è invece diminuito del 5%, raggiungendo quota 2.629 a livello globale. Secondo il modello di dimensionamento della ricchezza di Knight Frank, si prevede che la popolazione globale degli UHNWI si espanderà del 28,5% nei prossimi cinque anni, passando da 579.625 a quasi 750.000 individui, sebbene con una crescita più lenta rispetto al periodo 2017-2022 (+44%). Il numero di HNWI dovrebbe invece aumentare del 56,9% superando i 100 milioni nei prossimi cinque anni. Le prime dieci località con la crescita più rapida potrebbero essere in Europa e in Asia, con l’Ungheria al primo posto con un aumento del 75% della popolazione HNWI, seguita dalla Turchia (70%) e dalla Polonia (67%). Gli Stati Uniti manterranno il loro primato con la popolazione di milionari più numerosa a livello globale, prevista un aumento del 24,6%. In Italia, si prevede che la popolazione degli individui con patrimonio netto elevato (HNWI) aumenterà del 41% in cinque anni, passando da 2 milioni di persone nel 2022 a oltre 2,8 milioni nel 2027. Gli UHNWI, coloro che hanno un patrimonio netto superiore a 30 milioni, aumenteranno dell’8,6% in cinque anni, passando da circa 16.490 individui nel 2022 a 17.900 nel 2027.

Quanti milioni servono per essere “Paperoni?

Il Dipartimento di Ricerca e Sviluppo di Knight Frank ha anche identificato il livello di ricchezza individuale necessario in ogni paese per far parte dell’1% più ricco. Nel Principato di Monaco, che detiene il primato globale dei super ricchi, un individuo ha bisogno di almeno 12,4 milioni di dollari per far parte di questa categoria. Questa cifra è quasi il doppio rispetto alla soglia in Svizzera, dove l’1% più ricco possiede almeno 6,6 milioni di dollari. L’Australia si posiziona al terzo posto con 5,5 milioni di dollari, seguita dalla Nuova Zelanda e dagli Stati Uniti rispettivamente con 5,2 e 5,1 milioni di dollari. In Italia, invece, per far parte dell’1% più ricco, sono necessari almeno 2,6 milioni di dollari.

Abitare: la casa è una priorità per gli italiani, ma cala il potere d’acquisto

Anche il 2023 conferma il grande interesse degli italiani nei confronti della casa, ma per quasi la metà delle famiglie le disponibilità economiche oggi sono appena sufficienti a far fronte alle spese primarie.
La perdita di potere d’acquisto si traduce in una minore quota di nuclei che riesce a risparmiare (33,8%,) con un impatto diretto sulle tendenze legate all’abitare, ovvero, la scelta di acquistare un’abitazione o quella di vivere in affitto. Nonostante nel 2023 il clima di fiducia delle famiglie italiane recepisca i segnali positivi provenienti dall’aumento della produzione industriale e dagli interventi di sostegno varati dal Governo, la capacità reddituale delle famiglie lascia intravedere campanelli dall’allarme. Emerge dall’Indagine sulle famiglie 2023 presentata da Nomisma all’interno del 16° rapporto sulla finanza per l’abitare. 

Permane l’intenzione ad acquistare, ma spesso l’affitto è l’unica soluzione

Sono circa 3,1 milioni le famiglie intenzionate ad acquistare un’abitazione nei prossimi 12 mesi. L’acquisto di una prima casa riguarda complessivamente l’81,2% delle motivazioni manifestate dagli intervistati. Quanto alla locazione, dopo la forte ripresa nel 2022, si assiste a una flessione dei nuovi contratti. La quota di famiglie che ha fatto ricorso all’affitto di una o più abitazioni per un periodo superiore a 6 mesi passa dal 5,6% nel 2022 al 5% nei primi mesi del 2023.  Le motivazioni che sorreggono la scelta di vivere in locazione confermano come per il 56% delle famiglie l’affitto rappresenti l’unica soluzione percorribile, a causa delle risorse economiche insufficienti ad accedere al mercato della compravendita. E il 13%, considera la proprietà non conveniente.

Diminuisce il ricorso al credito

La quota di famiglie che nel 2023 prevede di avere difficoltà nel pagare il canone di locazione sale al 34,8% (+3% vs 2022).  Il 42,7%, però, farebbe sicuramente ricorso al finanziamento per l’acquisto dell’abitazione, mentre il 35,2% è intenzionato con buona probabilità a ricorrere al credito. Rispetto al 2022 la diminuzione della quota di potenziali proprietari che intende rivolgersi al sistema bancario per sostenere l’acquisto dell’abitazione è imputabile a un’autoesclusione causata da sistemi di finanziamento difficilmente accessibili, e da una maggiore onerosità derivante dal rialzo dei tassi di interesse.

Mutui: difficoltà a pagare le rate

La quota di nuclei che ha difficoltà nel pagamento delle rate del mutuo scende al 6% (7,5% 2022), ma sale al 27,8% la percentuale di famiglie che nei prossimi 12 mesi teme di incontrare difficoltà nel rimborsare regolarmente le rate. Rispetto alla qualità del credito erogato, nel quarto trimestre 2022 la riduzione delle sofferenze relative ai prestiti per acquisto di abitazioni è risultata più marcata rispetto al credito al consumo, anche grazie a politiche di erogazione particolarmente attente alla sostenibilità del debito. Nonostante ciò, l’incidenza delle sofferenze legate ai mutui sul totale di sistema è leggermente aumentata, attestandosi al 13,6%. In questo contesto il processo di alleggerimento dei bilanci bancari è stato garantito dalla cartolarizzazione dei mutui, proseguita anche nel 2023. Tanto che a marzo di quest’anno i prestiti cancellati delle famiglie residenti ammontavano a 51,5 miliardi di euro. 

L’AI accelera la transizione digitale delle imprese

Oltre a intervenire su diversi ambiti della vita quotidiana, l’Intelligenza Artificiale è in grado di imprimere un’accelerazione nella transizione digitale delle imprese. Per le aziende le possibili applicazioni sono diverse: automazione di interi processi, come gestione dei dati e del personale, ricerca e sviluppo di nuovi prodotti e servizi con riduzione dei costi, tempi e aumento della qualità, personalizzazione della relazione con i clienti, e miglioramento dell’efficienza di dipendenti e collaboratori aziendali L’adozione dell’AI richiede, però, un cambio di mindset da parte di aziende e organizzazioni. “Non si tratta solo di acquisire tecnologie avanzate, ma di implementare un approccio olistico – commenta all’Adnkronos Paolo Lobetti Bodoni, consulting leader di EY Italia -. Questa modalità di implementazione a 360° è la chiave per generare vero valore a lungo termine”.

Per un’applicazione su larga scala serve una spinta decisa

Ignorare questa nascente rivoluzione fornita dall’AI “significa condannare le proprie imprese a una minor competitività nel mercato globale, e per l’Italia, perdere l’opportunità di accelerare la propria trasformazione digitale”, aggiunge Lobetti Bodoni.
Per un’applicazione su larga scala dell’AI servirebbe una spinta decisa, ma non senza un’adeguata governance, che garantisca una corretta adozione della tecnologia, con particolare riferimento alla sicurezza e alla protezione dei dati. Oltre a investimenti, che per quanto riguarda il nostro Paese, pur aumentati del 30% nell’ultimo anno, ci vedono ancora piuttosto indietro rispetto a Usa, Cina, Regno Unito, Francia, Germania e Spagna.

Un modello di business AI driven

Per fare in modo che l’AI rappresenti un valore aggiunto le imprese dovrebbero allineare la cultura, la struttura e le modalità di lavoro adottando una strategia integrata tra conoscenza del processo, etica e sicurezza. Il che si tradurrebbe in un cambio di atteggiamento complessivo, a cominciare dallo sviluppo di conoscenze specifiche, la definizione di processi di lavoro che integrino l’AI in modo efficace anche tramite regole chiare e un’infrastruttura adeguata.
Un modello di business ‘AI driven’, in cui l’organizzazione è interamente progettata attorno all’Intelligenza Artificiale e basata su di essa, e dove ogni funzione deve essere pensata per migliorare efficienza ed efficacia della strategia.

Il margine di crescita è ancora ampio

Finora le aziende che hanno accolto l’AI in tutta l’azienda hanno ottenuto un valore significativo dei loro investimenti, e in genere dedicano il 70% di tali investimenti all’integrazione dell’AI nei processi aziendali, il 20% alle tecnologie e il 10% negli algoritmi di AI. In ogni caso, l’impatto stimato dall’Osservatorio EY dell’uso dell’AI sul prodotto interno globale è di 15 trilioni di dollari entro il 2030. Attualmente, però, solo l’8% delle aziende è impegnato nell’adozione diffusa di tale tecnologia. Inoltre, se nell’ultimo anno l’Italia ha investito 457 milioni di euro nell’AI, a livello europeo sono stati investiti 15 miliardi. Il margine di crescita in questo settore in Italia è quindi ancora ampio.