Imprese: cresce la domanda di lavoro, ma rimane il mismatch tra offerta e richieste

Le imprese italiane prevedono circa 356mila nuove assunzioni nel mese di dicembre e oltre 1,3 milioni nel trimestre dicembre 2024-febbraio 2025. Rispetto all’anno precedente, si registra una crescita dell’1,0% su base mensile e dell’1,2% su base trimestrale.

Eppure, nonostante questo dato positivo, quasi la metà delle posizioni aperte (48,9%) presenta difficoltà di reperimento. Complessivamente, si tratta di circa 174mila profili. I dati emergono dal Bollettino Excelsior, elaborato da Unioncamere e dal Ministero del Lavoro.

Quali sono i settori che non trovano personale?
I servizi si confermano il motore principale della domanda di lavoro, con oltre 268mila assunzioni programmate a dicembre (+3,5% su base annua) e 927mila nel trimestre (+4,7%). Particolarmente dinamici i settori del turismo e del commercio, che beneficiano dell’avvio della stagione invernale e delle festività natalizie, con rispettivamente 76mila (+8,1%) e 59mila (+4,6%) assunzioni previste.

In controtendenza l’industria, che registra un calo delle assunzioni: 87mila a dicembre (-6,1%) e 381mila nel trimestre (-6,4%). Le imprese manifatturiere programmano 57mila assunzioni a dicembre e 256mila nel trimestre, mentre nel settore delle costruzioni si prevedono 30mila assunzioni nel mese e 125mila nel trimestre.

Tipologie contrattuali e mismatch
Il contratto a tempo determinato rimane la formula più utilizzata, coprendo il 56,1% delle assunzioni previste (circa 200mila contratti). Seguono i contratti a tempo indeterminato (81mila), mentre l’apprendistato, insieme ad altre formule, registra percentuali minori.

Il mismatch tra domanda e offerta è particolarmente evidente nei settori metallurgico, delle costruzioni, del legno e mobile, e della meccatronica, con percentuali superiori al 60%. Tra le figure più difficili da reperire vi sono ingegneri (62,5%), tecnici della salute (65,0%) e addetti alla carpenteria metallica (73,9%).

Giovani e immigrati sono una risorsa preziosa
Le imprese programmano per dicembre circa 68mila assunzioni di lavoratori immigrati, pari al 19,1% del totale. La domanda si concentra nei servizi operativi (30,1%), trasporti e logistica (24,9%) e costruzioni (24,1%).

Inoltre, il 29% delle assunzioni di dicembre (103mila posti) è destinato ai giovani sotto i 30 anni, con buone opportunità nei settori finanziario, commerciale e informatico.
A livello geografico, le imprese del Nord Est segnalano le maggiori difficoltà di reperimento (54%), seguite dal Nord Ovest (49,4%), dal Sud e Isole (46,0%) e dal Centro (45,7%).

Brevetti: nel 2023 l’innovazione parte dalla provincia

Lo conferma l’analisi effettuata da Unioncamere e Dintec: non sono le grandi città a guidare la crescita delle domande italiane di brevetto pubblicate nel 2023 dall’EPO (European Patent Office), bensì le province, soprattutto del Nord Italia.
Allargando l’osservazione a tutto il territorio italiano, sono infatti le province a segnare aumenti anche a due cifre nel numero di brevetti pubblicati.

Quanto alle grandi città, sebbene Milano sia da sempre in pole position per numero di brevetti italiani in Europa, nel 2023 registra una lieve flessione del 3,82%, con 698 brevetti pubblicati rispetto ai 726 del 2022.
Bologna, con 26 brevetti in più, e Torino, in leggero aumento (+3), mantengono saldamente la seconda e terza posizione nella classifica per provincia, mentre Roma mostra un lieve rallentamento (-8 brevetti) nella sua capacità innovativa.

La fotografia di una realtà variegata

Considerando solo le province che hanno pubblicato almeno 40 brevetti, nonostante su numeri contenuti, si riscontrano variazioni a due cifre per Alessandria, Monza, Rimini, Ancona, Bari, Modena, Novara, Lucca, Mantova, Chieti, Vicenza, Varese, Udine e Verona.

Il quadrò è quello di una realtà variegata, quindi, tanto più importante in un momento in cui la capacità innovativa del nostro Paese ha mantenuto una crescita moderata, ma costante. Sono, infatti, 4.780 le domande italiane pubblicate dall’EPO lo scorso anno, lo 0,13% in più del 2022.

“L’Italia mantiene un trend di crescita costante”

“Tra il 2015 e il 2023 – commenta il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli – l’Italia ha mantenuto un trend di crescita costante (+33% rispetto al 2015), superando stabilmente le 4.500 domande per il secondo anno consecutivo. Nel 2023, di fatto, si conferma il risultato dell’anno precedente ma emerge una novità: sono in crescita le nuove domande di brevetto che utilizzano tecnologie ‘verdi’, oggi particolarmente importanti per sostenere la transizione ecologica del nostro sistema produttivo”. 

Determinante, comunque, l’apporto delle regioni settentrionali del Paese, dove si registrano variazioni positive per il Nord Ovest (+1,67%) e  il Nord Est (+1,44%). Mezzogiorno (-3,79%) e Centro (-5,62%) registrano un leggero rallentamento.
Il bilancio delle regioni vede comunque in testa Lombardia (1.484 brevetti), Emilia Romagna (829) e Veneto (668), tutte con valori in incremento rispetto all’anno precedente. 

Tecnologie green traiano la ricerca

La parola d’ordine sono le tecnologie green, alle quali nel 2023 sono attribuibili 371 domande di brevetto pubblicate dall’EPO, a fronte delle 290 del 2022.
L’innovazione ‘verde’ passa per le Energie Alternative (+53%), l’Immagazzinamento di Energia (+39%) e i Trasporti (+30%). In crescita anche alcuni ambiti che utilizzano le KET, tecnologie abilitanti ad alta intensità di conoscenza, in particolare, quelle legate alla manifattura avanzata e alla micro e nano elettronica. 

Tra i campi tecnologici, risulta in aumento la capacità di brevettazione italiana nell’ambito delle Tecniche industriali e trasporti, il segmento più diffuso con 1.477 domande di brevetto italiano in Europa nel 2023, la Meccanica e illuminazione (543) e l’Elettricità (404).

Black Friday 2024: la spesa (online) prevista è di oltre 2 miliardi di euro

Anche per il Black Friday 2024 le categorie merceologiche più interessate si confermano Abbigliamento, Beauty, Enogastronomia, Giocattoli, Informatica ed Elettronica, oltre a esperienze legate al mondo dei viaggi e degli eventi.
L’Elettronica, però, tradizionalmente una delle categorie più performanti, oggi registra un deciso calo delle vendite (-14%) in favore di acquisti in altre categorie di prodotti o servizi.

Ma quanto spenderanno quest’anno gli italiani? Risponde l’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm, della School of Management del Politecnico di Milano: nella settimana che comprende il Black Friday e il Cyber Monday la spesa online stimata ammonta a più di 2 miliardi di euro (+9% rispetto al 2023). E gli operatori particolarmente competitivi realizzeranno anche 10 volte il fatturato di un giorno medio, il doppio rispetto al 2023.

Gli e-shopper risparmiano anche il 30%

Le iniziative di sconto più comuni si suddividono equamente tra sconti applicati all’intero catalogo e sconti riservati a una selezione di prodotti. Non mancano promozioni finalizzate a premiare un target di clienti specifico, come le iniziative di sconto anticipato per i clienti più fedeli. Ma alcuni merchant scelgono di arricchire le proprie offerte con ulteriori vantaggi, come l’inserimento di omaggi, l’abbassamento della soglia minima del carrello per beneficiare della spedizione gratuita, o la creazione di bundle di prodotti da acquistare insieme.

“La maggior parte dei merchant manterrà una politica di sconti in linea con quella dell’anno passato – spiega Valentina Pontiggia, Direttrice dell’Osservatorio -: su determinati prodotti i risparmi per il consumatore potranno superare anche il 30%. Per quanto riguarda le abitudini di acquisto, ci aspettiamo che quasi la totalità degli e-shopper acquisti online, beneficiando di un risparmio medio di circa 20 euro ogni 100 spesi”.

Un traffico di 38 milioni di pacchi

“Il picco di vendite derivante dal Black Friday non è più limitato a una sola giornata, ma si è esteso a 10 giorni, dove il venerdì e la domenica precedenti al Black Friday e il Cyber Monday sono addirittura le giornate con il più alto numero di acquirenti e volume di spesa -aggiunge Roberto Liscia, Presidente di Netcomm -. È in questa finestra temporale che gli italiani concentreranno i loro acquisti online più significativi, rimasti quasi come ‘congelati’ in vista del Natale. Stimiamo che i pacchi in circolazione nei prossimi giorni saranno circa 38 milioni, oltre il +13% rispetto allo scorso anno”.

I merchant adeguano le infrastrutture informatiche in collaborazione con i provider

Negli ultimi anni, i merchant hanno riconosciuto l’importanza di potenziare le proprie attività di back-end per affrontare le sfide del periodo promozionale.
Gli interventi più comuni includono un rafforzamento delle operazioni di preparazione ed evasione degli ordini, nonché un incremento delle attività dedicate al customer care. Inoltre, molti merchant evidenziano la necessità di adeguare le proprie infrastrutture informatiche in collaborazione con i provider, per garantire che le piattaforme e-commerce siano in grado di gestire efficacemente i picchi di traffico.

Miglioramenti che oltre a ottimizzare l’esperienza del cliente, contribuiscono a garantire un processo di vendita più fluido e senza frizioni.

Famiglie, mamme e relazione con i brand: come acquistano gli italiani della GenZ e i Millennials?

Le famiglie di Millennials e GenZ mostrano un legame sempre più diretto con i brand, influenzate dai canali digitali e dai social media che rappresentano per loro un vero e proprio punto di riferimento. Quando si tratta di scegliere prodotti per la casa o per i propri figli, i genitori delle nuove generazioni si affidano moltissimo ai consigli online, alle esperienze di altre famiglie e ai pareri di specialisti.

Per il 91% delle mamme, i suggerimenti delle altre mamme sono fondamentali, così come il parere degli esperti (87%). Il web rappresenta un amplificatore importante di queste informazioni: il 90% delle mamme cerca online recensioni sui prodotti.

L’evoluzione dei ruoli di mamma e papà

Nonostante il progresso sociale, la divisione dei ruoli familiari resta ancora molto tradizionale. La maggior parte delle mamme (70%) si considera la principale responsabile della cura dei figli, mentre i papà tendono a percepire una maggiore corresponsabilità, con il 57% che ritiene il ruolo condiviso.

Questa differenza di percezione si riflette anche nel livello di supporto percepito: solo il 26% delle mamme si sente molto supportata dal partner, rispetto al 44% dei papà.

I social media come fonte di informazione e ispirazione

Per queste nuove famiglie, i social media non sono solo intrattenimento, ma una fonte preziosa di consigli e supporto. Instagram è la piattaforma preferita dalle mamme Millennial e GenZ, seguita da TikTok per le più giovani, mentre i papà prediligono YouTube. Due terzi delle mamme seguono almeno un influencer legato alla genitorialità, apprezzando i contenuti condivisi da figure competenti o da altre mamme che raccontano le loro esperienze.

Le principali motivazioni sono la possibilità di scoprire informazioni utili e di qualità (75%) e di accedere a contenuti coinvolgenti.

Quali saranno le esigenze delle famiglie in futuro?

In prospettiva, circa una mamma su quattro vorrebbe avere un altro figlio nei prossimi cinque anni, a fronte del 18% dei papà. Entrambi i genitori concordano su tre condizioni fondamentali per questa scelta: maggiore stabilità economica, servizi per l’infanzia più efficienti e una flessibilità lavorativa adeguata.

Salute e benessere: gli influencer sono affidabili?

La salute dei figli è un tema centrale per le mamme, che seguono con interesse figure professionali sui social, come medici e specialisti (71%). Quasi la metà delle mamme è disposta a seguire consigli di salute ricevuti online, a patto che siano autorevoli. Questo dimostra una crescente fiducia nei contenuti social, che stanno diventando una risorsa affidabile per la salute e il benessere familiare.

Italiani e risparmio: che rapporto c’è oggi? 

L’indagine annuale condotta da Ipsos per Acri, in occasione della 100ª Giornata Mondiale del Risparmio, offre un quadro approfondito di come gli italiani percepiscono e gestiscono il risparmio. Il tema di quest’anno, “1924-2024: Cento anni di cultura del risparmio,” celebra l’importanza del risparmio privato durante un secolo di cambiamenti economici e sociali, analizzando l’evoluzione di questa abitudine nelle diverse generazioni.

Le differenze fra generazioni  

In Italia, la percezione del risparmio è cambiata nel tempo, con un’attenzione crescente alla stabilità economica e alla pianificazione del futuro. Il risparmio è visto dal 38% degli italiani come uno strumento per la tranquillità finanziaria, e tra i Boomers questo dato sale al 46%. I giovani, invece, guardano al risparmio come un mezzo per realizzare obiettivi specifici, con un 63% della GenZ e un 64% dei Millennials che affermano di avere priorità di risparmio diverse rispetto ai loro genitori.

Tuttavia, il 33% degli italiani ritiene di avere minori possibilità di risparmio rispetto alle generazioni passate, citando come cause principali l’aumento del costo della vita (70%) e le sfide del mercato del lavoro (60%).

L’impatto delle condizioni socio-economiche attuali  

Le condizioni economiche in miglioramento, come il calo dell’inflazione e dei tassi di interesse, hanno contribuito a rendere meno pesante il contesto rispetto agli anni passati. Questo ha portato a un aumento della fiducia sia economica che dei consumatori, favorita dagli aumenti salariali e dalla progressiva diminuzione della disoccupazione.

Dal 2018, la percentuale di famiglie che dichiarano un tenore di vita migliore è salita dal 44% al 49%, mentre la soddisfazione generale per la propria situazione economica è passata dal 56% al 64%.

Prospettive future per l’Italia e l’Europa

L’indagine mostra un miglioramento delle aspettative per l’economia globale, anche se persistono dubbi su quella italiana ed europea. La fiducia nell’Unione Europea è in calo tra le generazioni più anziane, mentre i giovani restano più positivi: il 53% dei 18-30enni sostiene l’UE, a fronte del 45% del totale. In ogni caso, il 61% degli italiani è convinto che uscire dall’UE sarebbe un errore.

Il valore comune del risparmio

Il risparmio non è solo percepito come un atto personale, ma anche come un contributo al bene del Paese: tre italiani su quattro lo ritengono importante per il progresso nazionale. Inoltre, la popolazione riconosce il valore delle associazioni di categoria e del Terzo settore nel promuovere la coesione sociale, specie tra i più giovani.

Per gran parte degli italiani, il risparmio rappresenta dunque un mezzo per migliorare non solo la propria vita, ma anche il contesto sociale ed economico del Paese, favorendo una crescita sostenibile e inclusiva.

Perché il lavoro ibrido fa bene alla salute dei dipendenti?

Uno studio condotto da International Workplace Group (Iwg) ha rivelato una chiara correlazione tra il lavoro ibrido e il miglioramento del benessere dei dipendenti. Secondo la ricerca, l’80% dei lavoratori ha riscontrato un netto miglioramento del proprio benessere generale grazie alla maggiore flessibilità.

Il lavoro ibrido, che prevede una combinazione tra lavoro in ufficio, da casa e in spazi di lavoro flessibili, ha ridotto notevolmente il tempo impiegato per gli spostamenti, permettendo ai dipendenti di dedicare più tempo alla cura di sé.

Benefici per la salute fisica e mentale

La ricerca ha evidenziato che il 68% dei lavoratori ha notato miglioramenti nella propria salute fisica grazie al modello ibrido, con oltre la metà che ha incrementato l’attività fisica (54%) e ha dedicato più tempo alla preparazione di pasti sani (58%). Inoltre, il 68% degli intervistati ha riportato un miglioramento del sonno, sentendosi più riposato. Il lavoro ibrido sembra quindi avere un impatto positivo anche sul ritmo di vita quotidiano.

L’evoluzione del modello di lavoro ibrido

Iwg ha evidenziato che, rispetto al periodo precedente alla pandemia, i lavoratori ibridi dedicano più tempo all’attività fisica, con una media di 4,7 ore a settimana contro le 3,4 ore pre-pandemia, e dormono circa sei ore in più al mese. Inoltre, molte aziende stanno promuovendo programmi per incentivare l’attività fisica, come abbonamenti scontati in palestra e programmi di bike-to-work.

La flessibilità offerta dal lavoro ibrido ha migliorato significativamente l’equilibrio tra vita privata e professionale per l’86% dei dipendenti, con una riduzione dello stress per il 78%.

L’importanza del lavoro ibrido per aziende e dipendenti

Secondo il report “HR leaders and hybrid working”, l’86% dei responsabili delle risorse umane riconosce il modello ibrido come uno dei benefit più apprezzati dai dipendenti, oltre a considerarlo un fattore chiave per la fidelizzazione del personale (85%). Il modello è visto positivamente anche per la salute mentale dei lavoratori, con l’88% degli HR leader che ne evidenzia i benefici.

Non sorprende quindi che il 76% dei lavoratori affermi che un ritorno in ufficio a tempo pieno avrebbe un impatto negativo sul loro benessere. Il lavoro ibrido, inoltre, contribuisce a una maggiore produttività, con il 74% dei lavoratori che si sente più produttivo e l’85% che sperimenta una maggiore soddisfazione lavorativa.

Pesca sostenibile: italiani preoccupati per l’ambiente cambiano dieta 

È quanto rileva una nuova ricerca globale voluta dal Marine Stewardship Council (MSC), l’organizzazione non profit che protegge gli oceani promuovendo la pesca sostenibile: il 36 % degli italiani ritiene che entro 20 anni sarà impossibile salvare gli oceani dai danni irreparabili causati dall’uomo. Nel 2022, lo pensava il  53 %. Per questo motivo, la quasi metà dei consumatori italiani che in questi ultimi due anni ha modificato le proprie abitudini alimentari lo ha fatto a causa di preoccupazioni ambientali. 

L’Italia si distingue per essere uno dei paesi più orientati alla sostenibilità. Infatti, se il 48% degli italiani ha cambiato dieta rispetto a due anni fa per motivi ambientali, a livello globale la percentuale si ferma al 43%.

Meno carni rosse nel piatto per il 57% dei nostri concittadini

Il cambiamento maggiore nella dieta si è verificato nelle carni rosse, come manzo e agnello. A livello globale, il 39% degli intervistati ha confermato di averne ridotto il consumo negli ultimi due anni, mentre in Italia la percentuale sale al 57%.

Inoltre, il 46% dei nostri concittadini ha mangiato più verdure e il 12% più pesce rispetto a due anni fa.
Guardando al futuro, il 27% degli intervistati globali e il 38% dei consumatori italiani sarebbero disposti a mangiare più pesce se avessero la sicurezza di non causare danni agli oceani.

Cambiamento climatico, la paura numero 1 a livello globale 

A livello globale, il cambiamento climatico è la principale preoccupazione che riguarda l’ambiente (51%), seguito dal timore per eventi estremi e distruzione di boschi e foreste.

Anche nel nostro Paese la prima preoccupazione ambientale riguarda il cambiamento climatico (56%), seguito però dai danni causati da inquinamento e spazzatura versati in fiumi e torrenti (43%), ed eventi estremi (43%).
Molto alta anche la preoccupazione per lo stato degli oceani: il 91% degli intervistati globali e il 94% di quelli italiani si dice preoccupato per la loro sorte.

Impossibile salvare gli oceani: i danni sono irreversibili

Di fatto, crolla l’ottimismo sulla possibilità di salvare i mari da danni irreversibili
Diminuisce infatti la percentuale di italiani convinta che entro 20 anni sarà possibile salvare gli oceani dai danni irreparabili causati dall’uomo (dal 53% del 2022 al 36% di oggi), mentre cresce la quota di chi ritiene improbabile che la propria specie ittica preferita possa essere disponibile tra 20 anni (dal 33% al 50%).

A fianco di questo quadro poco rassicurante, la ricerca rileva anche un buon livello di empowerment e attenzione alla sostenibilità da parte degli italiani. L’Italia si classifica terza tra tutti i Paesi interessati dall’indagine per importanza data a questo tema.

Cybersicurezza: solo un terzo delle organizzazioni la sa gestire H24

Nonostante la cybersecurity sia un tema sempre più ‘caldo’, e gli attacchi informatici sempre più diffusi e sofisticati, solo una minoranza di organizzazioni è in grado di garantire una gestione continua della sicurezza.
In pratica, nel settore della sicurezza informatica permangono ancora carenze fondamentali. E a disporre di personale adeguato per garantire una copertura di sicurezza informatica è solamente il 36% delle aziende a livello globale.

Lo evidenzia il rapporto di Trend Micro, dal titolo ‘Underfunded and unaccountable: How a lack of corporate leadership is hurting cybersecurity’.
Il report, condotto su 2.600 decision maker IT in tutto il mondo, di cui 100 nel nostro Paese, sottolinea la difficoltà di molte realtà aziendali nel mantenere standard di sicurezza elevati 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Mancanza di risorse e strategie e non conformità ai quadri normativi

Questa carenza nella sicurezza può avere ripercussioni significative sul grado di protezione dagli attacchi informatici, sempre più allarmanti e frequenti.
Ma se il 35% delle aziende impiega tecniche di attack surface management per valutare i rischi, solo il 34% risulta conforme a quadri normativi consolidati, come il NIST (National Institute of Standards and Technology).

Si tratta di lacune che riflettono una generale mancanza di risorse e strategie adeguate per fronteggiare le minacce in modo efficace. E che lasciano molte organizzazioni vulnerabili a potenziali falle di sicurezza.

Per i vertici aziendali la sicurezza informatica è un compito marginale

Tuttavia, una delle rivelazioni più allarmanti dello studio riguarda la percezione della sicurezza informatica da parte dei vertici aziendali come un compito marginale.

Di fatto, quasi la metà degli intervistati, il 48%, lamenta un disinteresse da parte dei responsabili. Tale disattenzione si traduce in una mancanza di direttive chiare e di investimenti adeguati nella sicurezza, compromettendo l’efficacia delle misure di protezione adottate.

I CdA devono essere coinvolti attivamente nella ricerca di soluzioni

“È importante che i Chief Information Security Officer (CISO) comunichino i rischi informatici con chiarezza, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione e coinvolgendo attivamente i Consigli di Amministrazione – afferma Alessandro Fontana, Country Manager di Trend Micro Italia, come riporta Adnkronos -. Per affrontare al meglio queste sfide, le aziende dovrebbero prendere in considerazione l’adozione di una soluzione integrata. Tale soluzione non solo deve proteggere l’intera superficie di attacco, ma anche permettere un monitoraggio dei rischi in tempo reale e una gestione automatizzata delle criticità. Questo approccio rafforza notevolmente la resilienza dell’organizzazione. Ed è inoltre cruciale che la piattaforma sia integrabile con soluzioni di terze parti, per garantire una protezione completa e una gestione più fluida della sicurezza”.

AI e aziende: quali sono i tre punti mancanti della pianificazione?

Lo conferma il report globale Architect an AI Advantage condotto da Hewlett Packard Enterprise IT: nella strategia AI delle organizzazioni permangono alcune disconnessioni critiche. In particolare, una mancanza di allineamento tra strategie, processi e metriche, complica la realizzazione dei risultati attesi dall’Intelligenza artificiale.

E sebbene quasi tutti i leader IT intervistati prevedano di aumentare gli investimenti nell’AI il prossimo anno, in mancanza di un approccio olistico si rischia di frenare i progressi.

Una scarsa “data maturity”

I risultati prodotti dall’AI dipendono dalla qualità dei dati inseriti. Le organizzazioni lo sanno, ma i livelli di maturità dei dati rimangono bassi. Solo il 7% è in grado di eseguire push/pull di dati in tempo reale per consentire l’innovazione e la monetizzazione dei dati esterni.

Questa mancanza di capacità rischia di rallentare il processo di creazione dei modelli di AI, aumentare la probabilità di informazioni imprecise nonché un ROI negativo.
Altrettanto preoccupante è il fatto che solo il 37% dei responsabili IT ha creato modelli di dati condivisi con una business intelligence centralizzata.

Lacune nel provisioning di rete e calcolo

Sebbene le aziende sembrino fiduciose nelle loro capacità di rete e di calcolo a supporto dell’AI lungo tutto il ciclo di vita del dato, il rapporto ha rilevato alcune criticità.

Il 93% dei responsabili IT ritiene che la propria infrastruttura di rete sia predisposta per supportare il traffico dell’AI. L’84% ritiene che i propri sistemi abbiano una capacità di calcolo sufficientemente flessibile per le esigenze delle diverse fasi del ciclo di vita dell’AI. Tuttavia, meno della metà ammette di avere una piena comprensione dei requisiti di rete e di calcolo specifici per i vari carichi di lavoro dell’AI durante le fasi di addestramento, messa a punto e inferenza. Questo mette in dubbio l’accuratezza del provisioning messo in atto.

Etica e conformità

Le organizzazioni faticano a integrare in modo coerente le diverse aree chiave del business nell’approccio all’AI. Il 28% dei leader IT descrive infatti l’approccio complessivo come ‘frammentato’, con il 35% delle aziende che opta per strategie AI separate per le singole funzioni e il 32% che definisce obiettivi completamente diversi.

Inoltre, la maggioranza trascura completamente le considerazioni su etica e conformità, nonostante la crescente attenzione di consumatori e normative. Solo il 13% dei responsabili IT ritiene che le questioni legali e di conformità siano fondamentali per il successo dell’AI, solo l’11% dei responsabili IT considera l’etica come fattore chiave, e il 22% delle organizzazioni non coinvolge affatto i team legali nella strategia AI.
Ma senza un’adeguata conformità, le aziende rischiano di esporre i loro dati proprietari, danneggiare la reputazione del marchio e incorrere in sanzioni e battaglie legali.

Auto diesel, cala la richiesta di auto nuove, ma cresce quella dell’usato

E’ un dato di fatto che il diesel sia sempre meno richiesto nell mercato delle auto nuove. Tutta un’altra storia è invece  il settore delle vetture di seconda mano. Secondo un recente studio condotto da Carfax, oltre la metà degli italiani che acquistano un’auto usata continua a preferire il diesel.

Ciò evidenzia come, nonostante le restrizioni alla circolazione in diverse città e la ridotta offerta di nuovi modelli, il legame tra gli italiani e le auto a gasolio resti solido.

La situazione nel mercato del nuovo

Le auto diesel stanno registrando un netto calo nelle vendite nel settore delle vetture nuove. Questo fenomeno è dovuto sia alla riduzione dell’offerta da parte dei produttori, sia alle limitazioni ambientali sempre più diffuse. I dati più recenti forniti da UNRAE confermano questa tendenza, con una significativa diminuzione delle immatricolazioni di veicoli a gasolio.

Tuttavia, mentre nel nuovo le auto diesel perdono terreno, nel mercato dell’usato la situazione è completamente diversa.

Preferenze nel mercato dell’usato

Secondo i dati Carfax relativi al primo semestre del 2024, il 52% degli italiani che acquista un’auto di seconda mano sceglie il diesel. Al contrario, solo il 34% preferisce un’auto a benzina, il 5% opta per una vettura ibrida e appena l’1% si orienta verso un’elettrica.

La tendenza potrebbe essere legata alla scarsa disponibilità di nuovi modelli diesel, spingendo chi percorre molti chilometri, o chi non vive in aree con restrizioni, verso il mercato dell’usato. Le auto diesel usate più richieste hanno mediamente 9 anni, contro gli 11 anni delle vetture a benzina, e hanno percorso una distanza maggiore (130.000 km contro 97.000 km).

Le marche più gettonate e le caratteristiche dei veicoli

Nel mercato delle auto usate diesel, dominano i marchi tedeschi. BMW è il brand più richiesto (12%), seguita da Mercedes (11%), FIAT (9%), Audi (8%) e Volkswagen (7%). Dal punto di vista storico, il 40% di queste vetture ha subito almeno un incidente, mentre l’8% ha trascorso un periodo all’estero. Un piccolo 2% ha un chilometraggio inferiore a quello reale, e l’1% ha avuto un passato come auto a noleggio.

Tendenze internazionali

Il legame con il diesel non è solo italiano. In Spagna, ad esempio, il 51% degli acquirenti di auto usate sceglie il diesel, mentre in Paesi del Nord Europa come Olanda e Svezia, le preferenze si spostano su benzina, ibride ed elettriche.