In Italia siamo abituati a lamentarci, ma quando si parla di riciclo possiamo permetterci un filo d’orgoglio. I numeri ci mettono nelle prime file in Europa e, almeno a guardarli da lontano, il nostro sistema sembra funzionare piuttosto bene. Basta però avvicinarsi un po’ per scoprire che alcune filiere cruciali faticano ancora a trovare equilibrio.
È il quadro tracciato dal nuovo Rapporto “L’Italia che Ricicla”, presentato a Roma da UNICIRCULAR, la sezione di ASSOAMBIENTE dedicata al mondo del recupero e dell’economia circolare.
Una montagna di rifiuti, ma anche tanta differenziata
Ogni anno produciamo quasi 194 milioni di tonnellate di rifiuti, una cifra che fa quasi impressione detta così. La maggior parte arriva dalle attività produttive e soprattutto dall’edilizia, mentre i rifiuti urbani rappresentano poco più di 29 milioni di tonnellate. L’organico continua a essere la parte più consistente del sacchetto domestico, seguito da carta, plastica e vetro.
La raccolta differenziata ha ormai preso una strada solida: supera il 66 per cento e più della metà dei rifiuti urbani viene davvero riciclata. Ancora meglio va per i rifiuti speciali, che raggiungono quote di recupero ben oltre il 70 per cento. Insomma, un meccanismo che, sulla carta, funziona.
Dove il cerchio non si chiude
Il problema è che questo buon risultato non riesce a trasformarsi in una strategia industriale vera e propria. Alcune filiere restano, di fatto, in affanno. La plastica lotta con l’arrivo di polimeri vergini a basso costo, che rendono il riciclato poco competitivo. Nel tessile e nei RAEE, invece, la raccolta è ancora troppo bassa per poter recuperare materiali che avremmo davvero bisogno di trattenere nel Paese.
Poi c’è l’edilizia: lì il recupero non manca, ma gli aggregati riciclati restano spesso senza un mercato pronto ad accoglierli. È come produrre farina senza avere forni disposti a usarla. E anche nelle filiere storiche, quelle che ci hanno sempre dato soddisfazione, i costi energetici mordono e riducono i margini.
Un mosaico di realtà che necessita di regole
Il settore del riciclo è fatto soprattutto di piccole imprese, tante e spesso isolate. I margini sono bassi, i prezzi oscillano e le norme non sempre parlano la stessa lingua da una regione all’altra. Il rapporto insiste su un punto: senza collaborazione industriale e regole certe, l’Italia rischia di sprecare un’opportunità enorme.
Paolo Barberi lo dice senza giri di parole: se non diamo ai materiali riciclati un vero valore di mercato, continueremo a raccontarci di essere bravissimi a riciclare, ma l’economia circolare resterà un’etichetta buona per i convegni. Chicco Testa aggiunge che il riciclo, oggi, non è più solo ecologia: è industria, competitività, sicurezza delle risorse. Serve una spinta politica chiara, una fiscalità che premi chi investe davvero e scelte coerenti che aiutino questo sistema a diventare adulto.