Se i negozi chiudono, cosa succede ai quartieri?

C’è un fenomeno al quale stiamo assistendo tutti, e che da alcuni anni coinvolge l’Italia intera: i negozi di quartiere che chiudono. Spariscono così, schiacciati dai costi e dalla concorrenza di supermercati e centri commerciali, lasciando gli abitanti senza punti di riferimento. Il commercio di prossimità, quello fatto soprattutto di relazioni, paga oggi un prezzo altissimo.

Negli ultimi tredici anni sono svanite oltre 130 mila imprese del commercio al dettaglio. Nel 2024 ne restano circa 645 mila, il 16% in meno rispetto al 2011. Non è solo un dato economico, è una fotografia sociale.

La desertificazione commerciale non è un concetto astratto

A raccontare cosa sta accadendo è lo studio “Il Valore della Reciprocità”, realizzato da Nomisma nell’ambito dell’Osservatorio Reciprocità e Commercio Locale, che sarà pubblicato nei prossimi mesi.

La ricerca nasce da una domanda reale: cosa succede ai territori quando i negozi chiudono? La risposta è tutt’altro che rassicurante. Meno servizi, meno sicurezza, meno vita sociale. I “vuoti” lasciati dalle attività commerciali diventano spesso anticamera di degrado e perdita di attrattività, nei quartieri delle grandi città come nei piccoli centri.

La reciprocità come base della comunità

Al centro dello studio c’è un concetto semplice ma potente: la reciprocità. Fare qualcosa per il contesto in cui si vive senza aspettarsi un ritorno immediato, sapendo che quel gesto alimenta un circuito che, prima o poi, restituisce valore a tutti.

Secondo Francesco Capobianco, Head of Public Policy di Nomisma, la prima survey condotta nei primi mesi del 2025 mostra una buona dose di consapevolezza: gli italiani riconoscono il peso della reciprocità nella vita quotidiana e nel funzionamento delle comunità.

Negozi di vicinato: non servono solo per comprare

I dati preliminari sono eloquenti. L’84% degli italiani ritiene che i negozi di prossimità sostengano l’economia locale. Non solo: per l’81% contribuiscono a tenere vivi i centri urbani e per il 72% generano un impatto sociale positivo. Certo, restano degli ostacoli: prezzi percepiti come più alti, scelta limitata, abitudini difficili da cambiare. Eppure, a parità di qualità, la maggioranza è disposta a spendere qualcosa in più, soprattutto per prodotti freschi e specialità locali.

Come costruire un futuro possibile

La reciprocità non riguarda solo il commercio. Il 91% degli intervistati la considera un valore fondamentale e l’85% la associa a un clima di collaborazione. Fiducia, etica, senso di appartenenza: parole che tornano spesso. È vero, tutti abbiamo poco tempo e problemi personali, ma quasi un italiano su due pensa di aumentare il proprio impegno sociale nei prossimi anni.

Da qui nasce anche il Manifesto contro la desertificazione commerciale, promosso da Percorsi di Secondo Welfare insieme a Nomisma: uno strumento aperto, che invita territori, amministrazioni e cittadini a condividere esperienze e soluzioni.