Il 2020 è stato l’anno della pasta: consumi alla stelle e cottura… al dente!

Gli italiani, si sa, hanno una vera e propria passione per il piatto nazionale, la pasta. Ma nel 2020 questo “amore” è davvero esploso, tanto che nell’anno passato se ne sono registrati consumi eccezionali. Forse a causa del lockdown, che ci ha fatto cucinare di più, forse per il desiderio di affondare la forchetta ne comfort food per eccellenza, fatto sta che nel 2020 sono entrate nelle dispense degli italiani oltre 50 milioni di confezioni di pasta in più, con punte negli acquisti di circa il +40% a marzo e del +10% tra ottobre e novembre. Secondo un’elaborazione di Unione Italiana Food su dati IRI, nell’ultimo anno i consumi domestici di pasta sono aumentati del 5,5% a volume e del 10% a valore. Insomma, nei momenti bui alla pasta non si rinuncia.

Pasta lovers scatenati anche sui social

Fedeli sì alla pasta, ma anche curiosi di sperimentare nuove ricette: tanto che, in base a una ricerca Bva Doxa, 1 italiano su 3 ha provato modi diversi di prepararla, così da valorizzare al meglio il piatto preferito. E a spaghetti e rigatoni sono state dedicate centinaia di conversazioni e foto sui social, con quasi 270mila citazioni negli ultimi 6 mesi su Facebook, Twitter e Instagram.

Dall’Unione pastai la “scuola” per saperne di più

Per sostenere la nuova curiosità degli italiani verso tutti formati di pasta, i pastai italiani di Unione Italiana Food hanno lanciato l’iniziativa #PastaDiscovery, un ciclo di appuntamenti virtuali dedicato all’ABC della pastasciutta. Il primo topic è dedicato alla cottura perfetta, da sempre metro di giudizio della pasta, visto che la tenuta al dente per gli italiani è sinonimo di qualità. Per 7 italiani su 10 non serve attenersi scrupolosamente ai minuti di cottura indicati sulla confezione, conta l’assaggio e l’esperienza.  #PastaDiscovery vivrà in tre momenti nel corso dell’anno sui canali social di WeLovePasta, community di oltre 30mila pasta lovers, con tanti contenuti multimediali che spaziano dai talk ai consigli pratici, alla storia, scienza e cultura della pasta, alle guide e ai test di assaggio, fino alle interviste e ai contributi video di gastronomi, pastai, food blogger e i consigli di Cristina Bowerman, chef stellato e presidente dell’associazione Ambasciatori del Gusto. Insomma, si potrebbe dire che la pasta è il comfort food per eccellenza: e già che ci siamo, perché non cucinarla da veri esperti in previsione di una spaghettata (finalmente) collettiva? 

Il 2021 sarà l’anno del Marketing Emotivamente Intelligente

Molti sviluppi a cui assisteremo sono guidati o sono stati accelerati dalla pandemia legata al Covid-19. Oggi il mondo è molto diverso rispetto a com’era alla fine del decennio precedente, e per i marchi i tempi sempre più stretti significano un maggiore bisogno di intelligenza emotiva, quindi, devono ascoltare e capire come si sentono i loro consumatori e aiutarli a navigare nel nuovo mondo attraverso prodotti, servizi e azioni. È quanto emerge dal Report Carat Trends 2021 – The Year of Emotionally Intelligent Marketing, che esamina le tendenze dei media nel 2021 e le tendenze sociali di lungo periodo, quelle che plasmeranno gli anni ’20.

Dal remote first al The Donut Problem

Tra le tendenze sociali a lungo termine è emerso che non abbiamo più paura di perderci qualcosa (Fear of Missing Out), abbiamo paura di uscire (Fear of Going Out), stiamo vivendo vite molto più distanti, costringendo i marchi a progettare prodotti e servizi “remote first”. Sembra poi che abbiamo il cosiddetto The Donut Problem, ovvero, ‘il problema della ciambella’: lavorare da casa significa che meno persone si spostano nel centro di paesi e città, creando nei centri urbani una forma ‘a ciambella’, con implicazioni significative per i media e la vendita al dettaglio.

Dalla ‘vita della fotocamera’ al Metaverse

La vita a distanza ha accelerato l’uso della realtà aumentata e dei codici QR, che utilizzano la fotocamera del telefono. Con l’aumento dell’utilizzo, queste tecnologie sono diventate molto più rilevanti. Ai media quindi chiediamo sempre più che siano responsible, e i marchi emotivamente intelligenti devono ascoltare i loro clienti e, sulla base di questo ascolto, decidere come esprimersi su argomenti diversi assicurandosi che i loro investimenti nei media riflettano questo. C’è poi un nuovo spazio, il Metaverse: il gaming si sta evolvendo in un luogo molto più sociale, con il potenziale per essere il principale social media per molti. Se stiamo già facendo acquisti sulle piattaforme social, quindi perché non farli nei giochi?

Valori e modalità operative restano progettati attorno all’essere umano

“Il mondo attuale è molto diverso da quello del decennio precedente. La pandemia legata al Covid-19 ha apportato moltissimi cambiamenti in un lasso di tempo particolarmente ristretto – commenta Piergiorgio Manuti, Managing Director di Carat Italia -. Per le marche, i tempi che stiamo vivendo significano un maggior bisogno di intelligenza emotiva: devono mettersi in ascolto per comprendere come si sentono i loro consumatori, e aiutare le persone a vivere il nuovo mondo attraverso i loro prodotti, servizi e azioni. I dati sono sempre più centrali nella way of working di Carat, ma i valori e le modalità operative restano progettati attorno all’essere umano, il cui studio è imprescindibile per valutare e definire le connessioni tra brand e pubblico”.

I cittadini europei si fidano poco delle autorità pubbliche nella gestione dei dati sensibili

Oltre la metà dei cittadini europei non si fida delle autorità pubbliche quando si tratta di privacy e e di dati personali. Per la precisione, sono ben il 61% gli europei che storcono il naso all’idea di affidare i propri dati alle autorità: a dirlo è uno studio di Reboot Online, che ha analizzato gli ultimi dati della Commissione europea per scoprire quali cittadini europei si fidano meno delle autorità pubbliche (come governi nazionali e locali, forze dell’ordine, ecc) del loro paese in merito alla privacy. Tra i risultati dell’indagine, è emerso che sono gli spagnoli i più diffidenti, con una percentuale di scettici che arriva la 78%. Al secondo posto c’è l’Irlanda, dove il 73% delle persone è dubbioso su come le autorità pubbliche del paese possano gestire il loro dati. Belgio, Francia e Regno Unito si spartiscono insieme il terzo posto, ognuno con il 68% di cittadini che non ha fiducia nella capacità delle autorità pubbliche di controllare i dati in modo sicuro e diligente. Al quarto posto c’è la Bulgaria, dove il 67% dei cittadini non ha piena fiducia nella gestione dei propri dati da parte delle autorità pubbliche.

I più fiduciosi sono al Nord

Paesi Bassi, Cipro, Lituania e Polonia sono a metà della classifica: in questi paesi il 59% dei cittadini diffida delle modalità in cui le autorità pubbliche conservano e utilizzano i dati sensibili e si piazzano quindi al decimo posto. Dall’altro capo di questa singolare lista, al 19 ° posto, si trova la Finlandia: pare quindi che i suoi abitanti siano fiduciosi su come vengono gestiti i propri dati e la relativa privacy, tanto che solo il 29% non si fida delle capacità delle autorità pubbliche di “maneggiare” le informazioni sensibili. Appena sopra la Finlandia si colloca l’Estonia, al 18 ° posto, dove solo 2 cittadini su 5 non sono convinti che le autorità pubbliche del paese si occupino con competenza dei loro dati.

E’ anche “colpa” di chi non legge

Nonostante questa diffidenza, una recente ricerca di Addictivetips.com ha rilevato che un addirittura l’87% delle persone accetta le politiche sulla privacy senza leggerle. E’ invece molto saggio e prudente prendersi il tempo necessario per leggere le politiche sulla privacy dei siti web. Leggerle può aiutare a capire come un sito web utilizza le informazioni personali e se queste informazioni personali vengono condivise con terzi. Allo stesso modo, bisognerebbe diffidare dai siti che non hanno un’informativa sulla privacy, o che ne forniscono una versione poco chiara.

Con la pandemia l’hi-tech da indossare vola, +35% di vendite

La pandemia non sembra arrestare il mercato dei dispositivi tecnologici da indossare, i cosiddetti wearable device. Tutt’altro, secondo gli analisti di Idc a livello globale le consegne di smartwatch, bracciali da fitness e auricolari senza fili nel terzo trimestre del 2020 sono aumentate del 35,1% su base annua, raggiungendo i 125 milioni di unità consegnate. A trainare le vendite da un lato è la disponibilità di nuovi prodotti, e dall’altro proprio l’emergenza coronavirus, che ha determinato una diversa allocazione delle risorse economiche delle persone.

Una crescita a doppia cifra che non indica solo una domanda forte

“Nei mesi recenti la spesa dei consumatori in prodotti tecnologici è aumentata, dal momento che la spesa in viaggi, cene fuori e altre attività di svago è diminuita”, osservano i ricercatori di Idc. Inoltre, la crescita a doppia cifra “non indica solo una domanda forte – continuano gli analisti – ma suggerisce che molte persone hanno comprato un dispositivo indossabile per la prima volta”, e questo non solo nei mercati sviluppati, ma anche nei mercati emergenti.

Le previsioni di Idc per il mercato dei dispositivi indossabili sono perciò positive, e il mercato è ben lontano dalla saturazione.

Apple consolida la leadership e detiene un terzo del mercato

Tra le aziende produttrici di dispositivi weareable Apple consolida la sua leadership, arrivando a detenere un terzo (33,1%) del mercato. Da luglio a settembre la società californiana ha messo in commercio 41,4 milioni di dispositivi, pari a un +38,6% anno su anno, tra auricolari AirPods e Apple Watch, riporta Ansa. Come rilevano gli esperti di Idc, la Mela ha inoltre beneficiato anche del lancio di uno smartwatch di fascia media, l’Apple Watch SE.

Xiaomi e Huawei completano il podio del wearable

Al secondo posto si conferma la cinese Xiaomi, che cresce del 26,4% consegnando 17 milioni di dispositivi, di cui 12,8 milioni di bracciali da fitness economici. In terza posizione si piazza Huawei, che segna una buona performance in un segmento di mercato in cui non pesano le sanzioni Usa. Il colosso di Shenzhen riporta consegne per 13,7 milioni di unità, in aumento dell’87,2%. Appena fuori dal podio si trova Samsung, con 11,2 milioni di dispositivi consegnati pari a un aumento del +32,2%. Al quinto posto invece si piazzano a pari merito, la californiana Fitbit, acquistata da Google, con 3,3 milioni di unità (+6,2%), e l’indiana BoAt (+316,9%), grazie alla forte domanda di auricolari sul mercato locale.

Continua la frenata delle imprese attive in Lombardia, ma le iscrizioni tornano a salire

Prosegue la fase di contrazione del tessuto imprenditoriale lombardo, ma dalle nuove iscrizioni emergono segnali positivi. La conferma arriva dal rapporto sull’andamento della demografia per le imprese lombarde nel terzo trimestre 2020, secondo il quale dopo due trimestri in cui le misure di contenimento dell’epidemia hanno fortemente ridotto le nuove iniziative imprenditoriali, nel terzo trimestre tornano a crescere le iscrizioni al Registro delle Imprese.

Sul fronte delle cessazioni di attività si assiste però a un incremento molto più marcato, con 11.437 movimenti, pari al 22,6% in più rispetto all’anno precedente, che determina un saldo negativo di 450 posizioni.

Il numero di imprese registrate scende a 948.083 unità

Tale peggioramento è da ascrivere in gran parte a motivi non strettamente economici quanto amministrativi. La crescita delle cessazioni è infatti dovuta al picco di cancellazioni di ufficio legate ad attività di pulizia degli archivi anagrafici camerali. Il numero di imprese registrate scende perciò a 948.083 unità, mentre considerando solo le imprese attive, ed escludendo quindi quelle che non hanno ancora iniziato l’attività e quelle in liquidazione o sottoposte a procedure concorsuali, lo stock risulta pari a 811.200, con una variazione del -0,7% su base annua. Peggiora la dinamica nell’industria (-2,6%), nelle attività di alloggio e ristorazione (-1,2%) e negli altri servizi (+0,9%), che restano in territorio positivo, ma con una decisa frenata rispetto ai tassi di crescita degli ultimi anni.

Segnali di miglioramento provenienti dai dati di flusso

La fase decrescente della demografia imprenditoriale in Lombardia, iniziata già nel corso del 2019, mostra però segnali di miglioramento provenienti dai dati di flusso. Le nuove posizioni risultano infatti pari a 10.987, in aumento del +3,5% su base annua.”La crescita delle nuove iniziative imprenditoriali nel terzo trimestre 2020 è davvero significativa – dichiara il Presidente di Unioncamere Lombardia, Gian Domenico Auricchio -. In un periodo difficile come questo è un segnale importante. Dopo la paralisi del lockdown sembra tornata la voglia di fare impresa”.

Agricoltura, commercio e costruzioni i settori dove si concentrano le nuove iscrizioni

Agricoltura, commercio e costruzioni sono i settori dove si concentra maggiormente la ripresa delle iscrizioni. L’edilizia in particolare, dopo lunghi anni di pesanti perdite, registra una variazione del numero di imprese attive prossima al valore nullo (-0,2%), e vede finalmente la possibilità concreta di un ritorno alla crescita. Anche le imprese artigiane, attive nell’edilizia nel 40% dei casi, evidenziano un miglioramento.

Record mercato pc, la crescita più alta in dieci anni

La pandemia continua a sostenere il mercato dei pc, soprattutto di pc portatili, e dopo un secondo trimestre positivo nel terzo trimestre le consegne mondiali hanno messo a segno l’incremento più alto degli ultimi dieci anni. Stando ai dati degli analisti di Canalys da luglio a settembre 2020 le consegne di pc sono aumentate del 12,7% su base annua, raggiungendo i 79,2 milioni di unità.

A trainare la crescita sono i notebook, che nel trimestre hanno registrato 64 milioni di unità consegnate, una cifra vicina al record di 64,6 milioni toccato durante il quarto trimestre 2011. Tra le aziende, Lenovo è in testa alla classifica per unità vendute, seguita da Hp e Dell. Fuori dal podio Apple e Acer, che però registrano percentuali di crescita maggiori rispetto alle prime tre, riporta Ansa.

La domanda non ha conosciuto uno stop

Insomma, dopo la debolezza del primo trimestre e la ripresa registrata nel secondo, nei tre mesi successivi la crescita è continuata senza fermarsi.

La domanda non ha conosciuto un tempo di stop: a causa del continuo imperversare dell’emergenza sanitaria in molti Paesi molte aziende hanno proseguito sulla strada dello smart-working, facendo registrare ai notebook appunto 64 milioni di unità consegnate. Di fatto, le spedizioni di notebook e workstation mobili sono aumentate del 28,3% su base annua, un dato che va a scontrarsi con quello dei workstation desktop e desktop, le cui spedizioni si sono ridotte del 26,0%, riferisce Smartworld.

Lenovo, HP e Dell sul podio

Per quanto riguarda le aziende, Lenovo ha riguadagnato il primo posto nel mercato dei pc, con una crescita dell’11,4% e spedizioni per 19,2 milioni di unità. HP ha registrato una crescita altrettanto impressionante dell’11,9%, assicurandosi il secondo posto con 18,7 milioni di unità spedite. Dell, al terzo posto, con poco meno di 12 milioni di unità vendute ha subito un piccolo calo dello 0,5% nelle spedizioni rispetto a un anno fa. Fuori dal podio Apple, con 6,3 milioni di Mac consegnati (+13,2%), e Acer, con 5,6 milioni di unità (+15,0%).

I dispositivi devono essere versatili

Dopo aver dato, nel secondo trimestre, priorità ai mercati di alto valore e ai grandi clienti i fornitori si sono rivolti a una gamma più ampia di clienti. I governi si sono resi conto dell’importanza dell’accesso al pc per mantenere l’attività economica durante questo periodo, intervenendo con il supporto finanziario o con implementazioni di dispositivi su vasta scala.  Secondo Rushabh Doshi, Direttore della ricerca di Canalys, è diventata molto importante la versatilità dei dispositivi, che devono offrire caratteristiche quali mobilità, connettività, durata della batteria e qualità del display e dell’audio.

Inoltre, al di là del variegato portafogli di pc, saranno necessari anche accessori per la collaborazione e nuovi servizi. Il che si traduce in vantaggi per tutti i fornitori che consentono ai propri clienti di apportare modifiche strutturali alle proprie operazioni.

Le imprese guidate dalle donne sono più resilienti alla pandemia

“In un momento tanto difficile per l’economia italiana e mondiale è ancora più importante puntare i riflettori sulle donne, sulle imprenditrici e sulle lavoratrici, sulla loro forza e sulla loro resilienza”. Questa è l’opinione di Lella Golfo, presidente della Fondazione Marisa Bellisario, secondo la quale durante l’emergenza coronavirus le imprese a conduzione femminile hanno dato prova di resilienza e capacità di adattamento. Al tema donne e imprese è stato dedicato un seminario online dal titolo “La valorizzazione del talento femminile e la parità di genere come leva strategica per imprese competitive”, promosso da Intesa Sanpaolo e Fondazione Belisario per celebrare le 90 imprese finaliste del premio Women Value Company, giunto alla sua quarta edizione.

“La ri-partenza che tutti vogliamo inizia dalle capitane coraggiose”

Dall’incontro, avvenuto in streaming, è emerso come nel corso della pandemia le imprese a guida femminile si siano distinte appunto per “la resilienza, l’attenzione alla sicurezza delle persone coinvolte nell’attività dell’impresa, la capacità di attuare importanti processi riorganizzativi, l’attenzione al capitale umano e per aver attuato soluzioni complesse e articolate richieste dal nuovo contesto che si è delineato con il ricorso alla digitalizzazione”, spiega Lella Golfo. Secondo la presidente della Fondazione Marisa Bellisario “La ri-partenza che tutti vogliamo, inizia da qui, dalle capitane coraggiose e dalle Pmi che hanno scelto di investire sul capitale di talento e competenze delle donne”

Puntare sulla parità di genere e sul welfare per crescere

Il premio Women Value Company è nato quattro anni fa nel solco del premio in memoria dell’imprenditrice scomparsa Marisa Bellisario, riporta Ansa. “Se anche l’Onu certifica che le donne pagheranno il prezzo più alto della pandemia – ha aggiunto ancora Lella Golfo – le quasi 600 piccole e medie imprese che si sono candidate anche quest’anno  ci danno un segnale di speranza, fiducia e incoraggiamento”. A questo proposito, Stefano Barrese, responsabile della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, commenta: “Siamo orgogliosi di aver messo in luce le storie di oltre 2 mila imprese, che puntano sulle donne, sulla parità di genere e sul welfare come risorse su cui investire per crescere”.

Accelerare l’empowerment femminile per contribuire alla diffusione di una cultura aziendale inclusiva

“Il senso di questo progetto, che è parte fondante del nostro programma di valorizzazione dell’imprenditoria italiana – ha sottolineato Stefano Barrese – è accelerare l’empowerment femminile e contribuire alla più ampia diffusione di una cultura aziendale inclusiva”.

Le donne sono resilienti, preparate, pronte alle sfide e collaborative. “E la loro maggiore presenza nella vita d’impresa – sostiene ancora Barrese – potrebbe realmente essere per il nostro Paese un booster per lo sviluppo economico e sociale”.

In Italia sono oltre il 60% le linee ultrabroadband

A fine marzo 2020 nella rete fissa gli accessi complessivi si sono ridotti di circa 140 mila unità rispetto al trimestre precedente, e di quasi 700 mila unità rispetto a marzo 2019. I dati dell’Osservatorio sulle Comunicazioni diffusi dall’Agcom evidenziano significativi cambiamenti nella composizione delle tecnologie utilizzate per la fornitura del servizio. Se nel marzo 2016 quasi l’88% degli accessi alla rete fissa era in rame, dopo quattro anni questi sono scesi al 44,3%, con una flessione di 9,2 milioni di linee. Le linee che usano le tecnologie più performanti hanno invece superato il 60% del totale delle linee a larga banda.

Un aumento delle prestazioni in termini di velocità di connessione

Tale dinamica si riflette in un aumento delle prestazioni in termini di velocità di connessione commercializzate. Nel periodo osservato (marzo 2016-marzo 2020), sono infatti cresciuti gli accessi tramite tecnologie qualitativamente migliori, in particolare quelle in tecnologia FTTC (+6,8 milioni di unità), FTTH (+950 mila) e FWA (+ 600 mila).  Il quadro competitivo vede Tim quale maggiore operatore (42,8%), seguito da Vodafone (16,5%), Fastweb (15,0%) e Wind Tre (13,8%).

Rete mobile, le sim complessive risultano in flessione di circa 1 milione

Nel segmento della rete mobile, le sim complessive (103 milioni a marzo 2020) su base annua risultano in flessione di circa 1 milione, le sim M2M sono cresciute di 2,8 milioni, mentre quelle “solo voce” e “voce+dati” si sono ridotte di 3,8 milioni di unità. Anche in questo caso Tim si conferma market leader, con il 29,6% del mercato, seguita da Vodafone (28,8%) e Wind Tre (26,9%) mentre il nuovo entrante Iliad rappresenta il 5,6% del mercato.

A marzo 2020 hanno navigato 44,7 milioni di utenti medi giornalieri

Per quanto riguarda l’utilizzo di Internet, nel mese di marzo 2020, 44,7 milioni di utenti medi giornalieri hanno navigato in rete per un totale di 113 ore di navigazione mensile a persona. Analizzando l’audience dei principali social network, Facebook, con 38,4 milioni di utenti unici si conferma la principale piattaforma utilizzata dagli italiani. Prosegue poi il trend in crescita per Instagram, frequentato da 28,8 milioni di utenti unici (+14,2 milioni di utenti rispetto a marzo 2019), così come per i restanti operatori Linkedin (+19,5 milioni di visitatori unici), Pinterest (+30,5milioni di utenti) e Twitter (+24,2milioni di internauti).  Tik Tok del gruppo Bytedance, frequentato da 5,4 milioni di utenti, a marzo 2020 supera la performance di Reddit.

Le prospettive per le imprese durante l’emergenza sanitaria

Con l’obiettivo di raccogliere direttamente dalle imprese valutazioni in merito agli effetti dell’emergenza sanitaria e della crisi economica sulla loro attività l’Istat tra l’8 e il 29 maggio ha condotto una rilevazione dal titolo Situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19. I risultati del report forniscono a cittadini, operatori economici e decisori pubblici evidenze statistiche su come le imprese italiane stanno vivendo questa difficile fase della storia del Paese, con particolare riferimento all’impatto economico, finanziario e sull’occupazione.

Tra il 9 marzo e il 4 maggio 458 mila aziende hanno sospeso l’attività

Secondo la rilevazione dell’Istat nel corso della fase 1 dell’emergenza sanitaria, ovvero nel periodo compreso tra il 9 marzo e il 4 maggio, il 45,0% delle imprese con 3 e più addetti  ha sospeso l’attività. Si tratta di 458 mila realtà, che assorbono il 27,5% degli addetti e realizzano il 18,0% del fatturato. Per il 38,3% di queste, ovvero 390 mila imprese, la decisione è stata presa a seguito del decreto del Governo, mentre il 6,7%, pari a 68 mila, lo ha fatto di propria iniziativa.

Oltre la metà prevede la mancanza di liquidità per far fronte alle spese nell’anno in corso

Oltre la metà delle imprese interpellate dall’Istat, che contano il 37,8% di occupati, prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle spese che si presenteranno fino alla fine del 2020. Il 38,0% (con il 27,1% di occupati) segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività e il 42,8% ha richiesto il sostegno per liquidità e credito (DL 18/2020 e DL 23/2020). Le principali opzioni adottate per far fronte alla crisi sono la riorganizzazione di spazi e processi (23,2% delle imprese) e la modifica o l’ampliamento dei metodi di fornitura dei prodotti/servizi (13,6%).

In due mesi per il 41,4% delle imprese il fatturato si è più che dimezzato

A livello settoriale, sono soprattutto le imprese delle costruzioni e dei servizi ad aver sospeso l’attività. In particolare, rispettivamente il 58,9% e il 53,3% delle aziende dei due settori, percentuali maggiori rispetto al 36,0% dell’industria in senso stretto, e al 30,3% del commercio. Oltre il 70% delle imprese, che rappresentano il 73,7% dell’occupazione, dichiara poi una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Nel 41,4% dei casi il fatturato si è più che dimezzato, nel 27,1% si è ridotto tra il 10% e il 50%, e nel 3% dei casi meno del 10%. Nell’8,9% delle imprese il valore del fatturato è invece rimasto stabile.

La tavola della quarantena: più frutta e verdura, ma anche dolcetti consolatori

Lockdown all’insegna dei cibi sani: durante le settimane trascorse in casa, gli italiani hanno mangiato “bene”, aumentando il consumo di frutta e verdura. Ma, pur in questo quadro salutista, i nostri connazionali si sono concessi anche qualche sfizio consolatorio, rappresentato da dolci e un bicchiere di vino. La fotografia della tavola tricolore durante il blocco emerge dall’Osservatorio sulle Eccedenze, sui Recuperi e sugli Sprechi Alimentari del Crea Alimenti e Nutrizione, che ha condotto un’indagine nazionale su un campione di quasi 3mila persone, per analizzare come la quarantena abbia cambiato l’alimentazione quotidiana.

Cibi sani in quantità, ma anche nuove abitudini

Come rivela il rapporto, durante la quarantena gli italiani (o meglio, quelli del campione coinvolto nell’indagine) hanno dichiarato di aver aumentato il consumo di alimenti sani: verdura (il 33%), frutta (il 29%), legumi (il 26,5%), acqua (il 22%), olio extravergine d’oliva (il 21,5%). In contemporanea, però, il 44,5% dei nostri connazionali ha ammesso di aver mangiato più dolci e il 16% di aver bevuto più vino. Ma, oltre a riservare più cura  alla salute, molti italiani hanno scelto di utilizzare questo periodo per sperimentare nuovi cibi (40%) e nuove ricette (31%), migliorando le proprie abitudini alimentari (24%) e maturando abitudini ecosostenibili (fare la raccolta differenziata 86%, conservare e consumare alcuni alimenti acquistati in eccesso 83%, oppure mangiare tutto, inclusi gli avanzi 80%).

Qualche chilo in più, ma comportamenti virtuosi

Ovviamente, fra buona tavola e impossibilità di frequentare la palestra o il campo da calcetto, molti italiani hanno messo su qualche chiletto. Il 44% degli intervistati, infatti, è aumentato di peso per il maggiore apporto calorico, correlato ad una minore attività fisica, che ha riguardato il 53% del campione. Così ora il 37% degli intervistati ha dichiarato l’intenzione di voler mettersi a dieta. “Le limitazioni imposte dalla quarantena non hanno avuto effetti totalmente negativi sull’alimentazione”, spiega la coordinatrice dell’Osservatorio, Laura Rossi, precisando che “a fronte dell’aumento di comfort food (dolci), abbiamo però anche maggiori quantità di frutta, verdura e soprattutto legumi con +26,5% e di olio di oliva +22%”. Si tratta in realtà di dati in linea con quelli del carrello della spesa degli italiani nel primo trimestre del 2020 e che indicano che il tempo trascorso in cucina è stato orientato alla preparazione di piatti con ingredienti salutari. Insomma, abbiamo imparato non solo a impastare e cucinare, ma anche a mangiare meglio: una buona notizia in un periodo complicato.