Record mercato pc, la crescita più alta in dieci anni

La pandemia continua a sostenere il mercato dei pc, soprattutto di pc portatili, e dopo un secondo trimestre positivo nel terzo trimestre le consegne mondiali hanno messo a segno l’incremento più alto degli ultimi dieci anni. Stando ai dati degli analisti di Canalys da luglio a settembre 2020 le consegne di pc sono aumentate del 12,7% su base annua, raggiungendo i 79,2 milioni di unità.

A trainare la crescita sono i notebook, che nel trimestre hanno registrato 64 milioni di unità consegnate, una cifra vicina al record di 64,6 milioni toccato durante il quarto trimestre 2011. Tra le aziende, Lenovo è in testa alla classifica per unità vendute, seguita da Hp e Dell. Fuori dal podio Apple e Acer, che però registrano percentuali di crescita maggiori rispetto alle prime tre, riporta Ansa.

La domanda non ha conosciuto uno stop

Insomma, dopo la debolezza del primo trimestre e la ripresa registrata nel secondo, nei tre mesi successivi la crescita è continuata senza fermarsi.

La domanda non ha conosciuto un tempo di stop: a causa del continuo imperversare dell’emergenza sanitaria in molti Paesi molte aziende hanno proseguito sulla strada dello smart-working, facendo registrare ai notebook appunto 64 milioni di unità consegnate. Di fatto, le spedizioni di notebook e workstation mobili sono aumentate del 28,3% su base annua, un dato che va a scontrarsi con quello dei workstation desktop e desktop, le cui spedizioni si sono ridotte del 26,0%, riferisce Smartworld.

Lenovo, HP e Dell sul podio

Per quanto riguarda le aziende, Lenovo ha riguadagnato il primo posto nel mercato dei pc, con una crescita dell’11,4% e spedizioni per 19,2 milioni di unità. HP ha registrato una crescita altrettanto impressionante dell’11,9%, assicurandosi il secondo posto con 18,7 milioni di unità spedite. Dell, al terzo posto, con poco meno di 12 milioni di unità vendute ha subito un piccolo calo dello 0,5% nelle spedizioni rispetto a un anno fa. Fuori dal podio Apple, con 6,3 milioni di Mac consegnati (+13,2%), e Acer, con 5,6 milioni di unità (+15,0%).

I dispositivi devono essere versatili

Dopo aver dato, nel secondo trimestre, priorità ai mercati di alto valore e ai grandi clienti i fornitori si sono rivolti a una gamma più ampia di clienti. I governi si sono resi conto dell’importanza dell’accesso al pc per mantenere l’attività economica durante questo periodo, intervenendo con il supporto finanziario o con implementazioni di dispositivi su vasta scala.  Secondo Rushabh Doshi, Direttore della ricerca di Canalys, è diventata molto importante la versatilità dei dispositivi, che devono offrire caratteristiche quali mobilità, connettività, durata della batteria e qualità del display e dell’audio.

Inoltre, al di là del variegato portafogli di pc, saranno necessari anche accessori per la collaborazione e nuovi servizi. Il che si traduce in vantaggi per tutti i fornitori che consentono ai propri clienti di apportare modifiche strutturali alle proprie operazioni.

Le imprese guidate dalle donne sono più resilienti alla pandemia

“In un momento tanto difficile per l’economia italiana e mondiale è ancora più importante puntare i riflettori sulle donne, sulle imprenditrici e sulle lavoratrici, sulla loro forza e sulla loro resilienza”. Questa è l’opinione di Lella Golfo, presidente della Fondazione Marisa Bellisario, secondo la quale durante l’emergenza coronavirus le imprese a conduzione femminile hanno dato prova di resilienza e capacità di adattamento. Al tema donne e imprese è stato dedicato un seminario online dal titolo “La valorizzazione del talento femminile e la parità di genere come leva strategica per imprese competitive”, promosso da Intesa Sanpaolo e Fondazione Belisario per celebrare le 90 imprese finaliste del premio Women Value Company, giunto alla sua quarta edizione.

“La ri-partenza che tutti vogliamo inizia dalle capitane coraggiose”

Dall’incontro, avvenuto in streaming, è emerso come nel corso della pandemia le imprese a guida femminile si siano distinte appunto per “la resilienza, l’attenzione alla sicurezza delle persone coinvolte nell’attività dell’impresa, la capacità di attuare importanti processi riorganizzativi, l’attenzione al capitale umano e per aver attuato soluzioni complesse e articolate richieste dal nuovo contesto che si è delineato con il ricorso alla digitalizzazione”, spiega Lella Golfo. Secondo la presidente della Fondazione Marisa Bellisario “La ri-partenza che tutti vogliamo, inizia da qui, dalle capitane coraggiose e dalle Pmi che hanno scelto di investire sul capitale di talento e competenze delle donne”

Puntare sulla parità di genere e sul welfare per crescere

Il premio Women Value Company è nato quattro anni fa nel solco del premio in memoria dell’imprenditrice scomparsa Marisa Bellisario, riporta Ansa. “Se anche l’Onu certifica che le donne pagheranno il prezzo più alto della pandemia – ha aggiunto ancora Lella Golfo – le quasi 600 piccole e medie imprese che si sono candidate anche quest’anno  ci danno un segnale di speranza, fiducia e incoraggiamento”. A questo proposito, Stefano Barrese, responsabile della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, commenta: “Siamo orgogliosi di aver messo in luce le storie di oltre 2 mila imprese, che puntano sulle donne, sulla parità di genere e sul welfare come risorse su cui investire per crescere”.

Accelerare l’empowerment femminile per contribuire alla diffusione di una cultura aziendale inclusiva

“Il senso di questo progetto, che è parte fondante del nostro programma di valorizzazione dell’imprenditoria italiana – ha sottolineato Stefano Barrese – è accelerare l’empowerment femminile e contribuire alla più ampia diffusione di una cultura aziendale inclusiva”.

Le donne sono resilienti, preparate, pronte alle sfide e collaborative. “E la loro maggiore presenza nella vita d’impresa – sostiene ancora Barrese – potrebbe realmente essere per il nostro Paese un booster per lo sviluppo economico e sociale”.

In Italia sono oltre il 60% le linee ultrabroadband

A fine marzo 2020 nella rete fissa gli accessi complessivi si sono ridotti di circa 140 mila unità rispetto al trimestre precedente, e di quasi 700 mila unità rispetto a marzo 2019. I dati dell’Osservatorio sulle Comunicazioni diffusi dall’Agcom evidenziano significativi cambiamenti nella composizione delle tecnologie utilizzate per la fornitura del servizio. Se nel marzo 2016 quasi l’88% degli accessi alla rete fissa era in rame, dopo quattro anni questi sono scesi al 44,3%, con una flessione di 9,2 milioni di linee. Le linee che usano le tecnologie più performanti hanno invece superato il 60% del totale delle linee a larga banda.

Un aumento delle prestazioni in termini di velocità di connessione

Tale dinamica si riflette in un aumento delle prestazioni in termini di velocità di connessione commercializzate. Nel periodo osservato (marzo 2016-marzo 2020), sono infatti cresciuti gli accessi tramite tecnologie qualitativamente migliori, in particolare quelle in tecnologia FTTC (+6,8 milioni di unità), FTTH (+950 mila) e FWA (+ 600 mila).  Il quadro competitivo vede Tim quale maggiore operatore (42,8%), seguito da Vodafone (16,5%), Fastweb (15,0%) e Wind Tre (13,8%).

Rete mobile, le sim complessive risultano in flessione di circa 1 milione

Nel segmento della rete mobile, le sim complessive (103 milioni a marzo 2020) su base annua risultano in flessione di circa 1 milione, le sim M2M sono cresciute di 2,8 milioni, mentre quelle “solo voce” e “voce+dati” si sono ridotte di 3,8 milioni di unità. Anche in questo caso Tim si conferma market leader, con il 29,6% del mercato, seguita da Vodafone (28,8%) e Wind Tre (26,9%) mentre il nuovo entrante Iliad rappresenta il 5,6% del mercato.

A marzo 2020 hanno navigato 44,7 milioni di utenti medi giornalieri

Per quanto riguarda l’utilizzo di Internet, nel mese di marzo 2020, 44,7 milioni di utenti medi giornalieri hanno navigato in rete per un totale di 113 ore di navigazione mensile a persona. Analizzando l’audience dei principali social network, Facebook, con 38,4 milioni di utenti unici si conferma la principale piattaforma utilizzata dagli italiani. Prosegue poi il trend in crescita per Instagram, frequentato da 28,8 milioni di utenti unici (+14,2 milioni di utenti rispetto a marzo 2019), così come per i restanti operatori Linkedin (+19,5 milioni di visitatori unici), Pinterest (+30,5milioni di utenti) e Twitter (+24,2milioni di internauti).  Tik Tok del gruppo Bytedance, frequentato da 5,4 milioni di utenti, a marzo 2020 supera la performance di Reddit.

Le prospettive per le imprese durante l’emergenza sanitaria

Con l’obiettivo di raccogliere direttamente dalle imprese valutazioni in merito agli effetti dell’emergenza sanitaria e della crisi economica sulla loro attività l’Istat tra l’8 e il 29 maggio ha condotto una rilevazione dal titolo Situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19. I risultati del report forniscono a cittadini, operatori economici e decisori pubblici evidenze statistiche su come le imprese italiane stanno vivendo questa difficile fase della storia del Paese, con particolare riferimento all’impatto economico, finanziario e sull’occupazione.

Tra il 9 marzo e il 4 maggio 458 mila aziende hanno sospeso l’attività

Secondo la rilevazione dell’Istat nel corso della fase 1 dell’emergenza sanitaria, ovvero nel periodo compreso tra il 9 marzo e il 4 maggio, il 45,0% delle imprese con 3 e più addetti  ha sospeso l’attività. Si tratta di 458 mila realtà, che assorbono il 27,5% degli addetti e realizzano il 18,0% del fatturato. Per il 38,3% di queste, ovvero 390 mila imprese, la decisione è stata presa a seguito del decreto del Governo, mentre il 6,7%, pari a 68 mila, lo ha fatto di propria iniziativa.

Oltre la metà prevede la mancanza di liquidità per far fronte alle spese nell’anno in corso

Oltre la metà delle imprese interpellate dall’Istat, che contano il 37,8% di occupati, prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle spese che si presenteranno fino alla fine del 2020. Il 38,0% (con il 27,1% di occupati) segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività e il 42,8% ha richiesto il sostegno per liquidità e credito (DL 18/2020 e DL 23/2020). Le principali opzioni adottate per far fronte alla crisi sono la riorganizzazione di spazi e processi (23,2% delle imprese) e la modifica o l’ampliamento dei metodi di fornitura dei prodotti/servizi (13,6%).

In due mesi per il 41,4% delle imprese il fatturato si è più che dimezzato

A livello settoriale, sono soprattutto le imprese delle costruzioni e dei servizi ad aver sospeso l’attività. In particolare, rispettivamente il 58,9% e il 53,3% delle aziende dei due settori, percentuali maggiori rispetto al 36,0% dell’industria in senso stretto, e al 30,3% del commercio. Oltre il 70% delle imprese, che rappresentano il 73,7% dell’occupazione, dichiara poi una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Nel 41,4% dei casi il fatturato si è più che dimezzato, nel 27,1% si è ridotto tra il 10% e il 50%, e nel 3% dei casi meno del 10%. Nell’8,9% delle imprese il valore del fatturato è invece rimasto stabile.

La tavola della quarantena: più frutta e verdura, ma anche dolcetti consolatori

Lockdown all’insegna dei cibi sani: durante le settimane trascorse in casa, gli italiani hanno mangiato “bene”, aumentando il consumo di frutta e verdura. Ma, pur in questo quadro salutista, i nostri connazionali si sono concessi anche qualche sfizio consolatorio, rappresentato da dolci e un bicchiere di vino. La fotografia della tavola tricolore durante il blocco emerge dall’Osservatorio sulle Eccedenze, sui Recuperi e sugli Sprechi Alimentari del Crea Alimenti e Nutrizione, che ha condotto un’indagine nazionale su un campione di quasi 3mila persone, per analizzare come la quarantena abbia cambiato l’alimentazione quotidiana.

Cibi sani in quantità, ma anche nuove abitudini

Come rivela il rapporto, durante la quarantena gli italiani (o meglio, quelli del campione coinvolto nell’indagine) hanno dichiarato di aver aumentato il consumo di alimenti sani: verdura (il 33%), frutta (il 29%), legumi (il 26,5%), acqua (il 22%), olio extravergine d’oliva (il 21,5%). In contemporanea, però, il 44,5% dei nostri connazionali ha ammesso di aver mangiato più dolci e il 16% di aver bevuto più vino. Ma, oltre a riservare più cura  alla salute, molti italiani hanno scelto di utilizzare questo periodo per sperimentare nuovi cibi (40%) e nuove ricette (31%), migliorando le proprie abitudini alimentari (24%) e maturando abitudini ecosostenibili (fare la raccolta differenziata 86%, conservare e consumare alcuni alimenti acquistati in eccesso 83%, oppure mangiare tutto, inclusi gli avanzi 80%).

Qualche chilo in più, ma comportamenti virtuosi

Ovviamente, fra buona tavola e impossibilità di frequentare la palestra o il campo da calcetto, molti italiani hanno messo su qualche chiletto. Il 44% degli intervistati, infatti, è aumentato di peso per il maggiore apporto calorico, correlato ad una minore attività fisica, che ha riguardato il 53% del campione. Così ora il 37% degli intervistati ha dichiarato l’intenzione di voler mettersi a dieta. “Le limitazioni imposte dalla quarantena non hanno avuto effetti totalmente negativi sull’alimentazione”, spiega la coordinatrice dell’Osservatorio, Laura Rossi, precisando che “a fronte dell’aumento di comfort food (dolci), abbiamo però anche maggiori quantità di frutta, verdura e soprattutto legumi con +26,5% e di olio di oliva +22%”. Si tratta in realtà di dati in linea con quelli del carrello della spesa degli italiani nel primo trimestre del 2020 e che indicano che il tempo trascorso in cucina è stato orientato alla preparazione di piatti con ingredienti salutari. Insomma, abbiamo imparato non solo a impastare e cucinare, ma anche a mangiare meglio: una buona notizia in un periodo complicato.

Nel 2020 crolla il mercato degli smartphone in Europa

Un impatto più pesante di quello che ha interessato la telefonia mobile durante la crisi finanziaria del 2008. È quanto subirà il mercato europeo degli smartphone a causa della crisi sopraggiunta con il coronavirus. A prevederlo sono gli analisti di Idc, secondo i quali quest’anno il settore potrebbe verosimilmente perdere oltre un quarto del suo valore. E l’Italia e la Spagna saranno i Paesi più colpiti da una domanda al collasso.

“In Europa l’impatto più pesante si registrerà in paesi come l’Italia e la Spagna, i più colpiti dall’epidemia – spiega l’analista Marta Pinto – ma nel nostro scenario più probabile ci aspettiamo che quasi tutti i mercati europei caleranno di circa un quinto” del valore.

Lo scenario più pessimista stima un down del 47,1%

Più in particolare, in base alle stime di Idc, nello scenario giudicato più probabile il mercato europeo degli smartphone nel corso dell’anno vedrà il suo valore diminuire del 26,8%. Secondo Idc nello scenario più roseo invece il calo è contenuto al 10%, mentre in quello più nero il crollo raggiunge il 47,1%.

Questo perché nel primo trimestre, secondo Idc, i problemi hanno riguardato la produzione, e quindi l’offerta. “Questi problemi ora sono finiti, ma i mercati adesso si trovano ad affrontare una situazione completamente nuova che vede la domanda al collasso”, sottolinea Marta Pinto.

I vincoli di offerta osservati nel primo trimestre sono in gran parte scomparsi

Un altro fattore a pesare sulla contrazione del mercato europeo è la svalutazione fuori dall’Eurozona, con deprezzamenti che hanno interessato dalla corona norvegese al rublo russo, passando per diverse valute dell’Europa Orientale, riporta Ansa. A novembre 2019 Idc per quest’anno prevedeva ancora una crescita del 2,7%, ma è verosimile che il settore subirà i blocchi imposti in tutto il continente per contenere il coronavirus, e in seguito gli effetti della crescente disoccupazione. I vincoli di offerta osservati nel primo trimestre dell’anno sono in gran parte scomparsi, mentre il problema della diffusione del virus sta facendo crollare la domanda.

Quest’anno la contrazione del Pil europeo sarà dell’8%, il doppio del 2009

D’altronde, i dati di febbraio non sono certo di buon auspicio, con un -38% rispetto al medesimo periodo dell’anno scorso, e 61,8 milioni di unità spedite contro le 99,2 milioni di febbraio 2019. Secondo la società di analisi, si tratta della più netta inversione che l’industria della telefonia abbia mai visto in Europa nel corso dei 20 anni in cui Idc ha monitorato il settore. Durante l’ultima grande recessione, quella del 2008, il valore del mercato telefonico europeo è diminuito del 6,3% nel 2008 e del 13,1% nel 2009 in termini di dollari. E se il Pil europeo nel 2009 ha subito una contrazione di oltre il 4%, le ultime previsioni indicano che quest’anno la contrazione sarà il doppio.

L’Italia della Public Utility: un’impresa su sette è in Lombardia

Le Public Utilities in Italia sono cresciute di ben l’8% in cinque anni. oggi sono infatti 33mila le imprese di questo settore – principalmente attive nella fornitura di energia e gas e ingegneria civile – e di queste una su sette è collocata in Lombardia. Complessivamente, il comparto dà lavoro a 363mila addetti, dei quali 70mila impiegati nella sola Lombardia. Un segmento del mercato che gode quindi di ottima salute, sia a livello nazionale sia regionale.

Energia e ingegneria civile i primi settori

Gli ambiti in cui operano le Public Utilities sono principalmente produzione e fornitura di energia elettrica, gas, acqua, costruzioni di strade e autostrade, telecomunicazioni, smaltimento rifiuti: sono quasi 5mila le imprese lombarde attive in questi settori della filiera. Con questi numeri, la Lombardia è prima in Italia seguita da Campania, Lazio e Sicilia con circa 3mila attività. Tutti i dati sono il frutto di un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati registro imprese 2019, 2018 e 2014.

In Italia prima Roma poi Milano

In Italia, in questo settore risulta prima Roma con 2.239 attività e 59mila addetti (+1% in un anno e +9% in cinque anni) seguita a ruota da Milano con 2.050 imprese che danno lavoro a 37mila addetti (+2,3% in un anno e +7% in cinque anni). Si collocano poi Bolzano con 1.551 imprese 4.984 addetti (+5%; +45%), Napoli con 1.306 e 8.799 addetti (+2%; +14%), Torino con 1.052 e 15mila addetti (+0,6%; +1,3%) e Bari con 797. Superano le 600 imprese anche Trento, Salerno, Caserta. Tra le prime dieci provincie italiane crescono di più in cinque anni: Bolzano (+45%), Trento (+23%), Salerno (+21%) e Caserta (+19%), Napoli (+14%). Sulle circa 33mila imprese attive in Italia, 12mila si occupano di produzione e fornitura di energia e gas, 11mila di ingegneria civile, 7mila di rifiuti.

I dati regionali: dopo Milano, Brescia e Bergamo

In Lombardia su 4.664 imprese, sono 2mila le attive nella fornitura di energia elettrica, gas e 1.109 quelle legate ai lavori di ingegneria civile, 1.051 le attività di raccolta dei rifiuti. Oltre a Milano, con 2.050 imprese, tra le lombarde spiccano Brescia e Bergamo ai primi posti in Italia con quasi 600 imprese e rispettivamente 11 mila e 5 mila addetti. Superano le 200 imprese anche Varese, Monza (con 4mila addetti ciascuna) e sono 194 a Como con oltre mille impiegati.

Milano, Monza e Brianza, Lodi: il business abita qui

Milano, Monza e Brianza, Lodi sono generatori di business. Lo rivela una recente elaborazione della Camera di Commercio che ha evidenziato come sul territorio sia in costante aumento il numero di imprese: circa il +1% nel corso del 2019. Un dato davvero positivo, che significa che sull’intera area presa in esame sono attive 385 mila imprese.

Milano guida la crescita

Non sorprende che sia Milano a guidare la “carica” di questo aumento imprenditoriale. Il capoluogo registra una crescita di +1% e arriva a contare quasi 307 mila imprese attive rispetto alle oltre 303 mila dell’anno precedente, con un saldo positivo di oltre 3 mila attività in più. Stabili Monza Brianza, + 0,3%, e Lodi, -0,1%, in linea con il dato regionale e nazionale. Insieme i tre territori arrivano a 385 mila imprese e rappresentano circa la metà del totale regionale (814 mila) e quasi un decimo di quello nazionale (5,1 milioni).

I settori più dinamici

Complessivamente, registrano una buona vivacità le attività finanziarie, professionali, i servizi alle imprese, sport e cultura. Più nel dettaglio, le imprese considerate operano soprattutto nel commercio (94 mila di cui 74 mila a Milano), nelle costruzioni (56 mila di cui 41 mila a Milano) e nelle attività immobiliari (37 mila di cui 30 mila a Milano). A crescere maggiormente, come sottolineato, sono soprattutto le attività finanziarie e assicurative (+5% nei tre territori rispetto a +1% in Italia, tra cui +6% a Milano, +4% a Lodi, + 2% a Monza), quelle professionali, scientifiche e tecniche (+5% rispetto a + 3% nazionale, tra cui +5% a Milano e Lodi, + 4% a Monza), i servizi alle imprese (+4%, di cui + 4% a Milano e Lodi e + 5% a Monza), alla persona (+3%), l’intrattenimento, sport e cultura (+3%).

Impiegati 2,5 milioni di addetti

La salute dell’imprenditorialità del territorio si riflette anche sull’occupazione, che assorbe una grande percentuale di lavoratori lombardi. Le imprese di Milano Monza Brianza e Lodi danno lavoro a 2 milioni e mezzo di addetti, di cui 2,2 milioni solo a Milano. Rappresentano il 60% del totale lombardo di 4 milioni e un lavoratore su sette in Italia (17 milioni). È il commercio, tra ingrosso e dettaglio, il settore con il maggior numero di addetti (477 mila di cui 414 mila a Milano) seguito dai servizi alle imprese (429 mila di cui 415 mila a Milano) e dal manifatturiero (464 mila di cui 368 mila a Milano).

Le Pmi sono più tassate dei colossi del web

Le Pmi pagano più tasse dei colossi del web. È quanto emerge dalle rilevazioni della Cgia di Mestre sulla base dei dati riferiti al 2018. Secondo la Cgia le nostre Pmi subiscono un carico fiscale complessivo pari al 59,1% dei profitti, mentre le multinazionali del web presenti in Italia, o meglio le controllate situate nel nostro Paese, registrano un tax rate del 33,1%.

“Premesso che i dati sono desunti da fonti diverse, quindi non comparabili da un punto di vista strettamente scientifico – afferma il coordinatore dell’Uffici studi della Cgia Paolo Zabeo – è comunque verosimile ritenere che sulle piccole imprese il carico fiscale sia quasi doppio rispetto a quello che grava sui giganti tecnologici presenti in Italia”.

Il tax rate medio in Europa è del 42,8%

“Un’ingiustizia – prosegue Zabeo –  che grida vendetta, non tanto perché su questi ultimi grava un peso fiscale relativamente contenuto, ma per il fatto che sulle nostre Pmi il peso delle tasse e dei contributi è tra i più elevati d’Europa”.

Tra i Paesi dell’Area dell’euro, infatti, i dati della Banca Mondiale confermano che solo la Francia, con il 60,7% di tax rate, registra una pressione fiscale sui profitti delle imprese superiore alla nostra, contro una media dei 19 Paesi dell’Eurozona pari al 42,8%. Un dato, questo, di oltre 16 punti percentuali inferiore al dato medio presente in Italia. E all’orizzonte pare difficile ipotizzare una riforma che tagli il carico fiscale, in particolar modo alle imprese.

Trasferire la sede legale all’estero per ottenere vantaggi fiscali

Ma quali sono le ragioni per cui le controllate delle multinazionali del web beneficiano di un tax rate del 33,1%? Il motivo è che la metà dell’utile ante imposte è tassato in Paesi a fiscalità agevolata, che nel periodo 2014-2018 ha procura un risparmio fiscale pari a circa 50 miliardi di euro. Tuttavia, i giganti stranieri del web non sono gli unici a sfruttare i vantaggi fiscali concessi da molti Paesi. Anche alcuni grandi player italiani hanno trasferito la sede legale principale o di una consociata all’estero. Un’operazioni formalmente ineccepibile da un punto di vista fiscale-societario, ma che riduce la base imponibile di chi paga le tasse in Italia, in particolare le realtà imprenditoriali di piccola dimensione.

In Italia pagare le tasse è più difficile

Oltre ad avere la pressione fiscale sulle imprese tra le più elevate d’Europa, l’Italia, evidenzia ancora la Cgia, è il Paese, insieme al Portogallo, dove pagare le tasse è più difficile. Sempre dai dati presentati dalla Banca Mondiale (Doing Business 2020), in Italia sono necessari 30 giorni all’anno (pari a 238 ore) per raccogliere tutte le informazioni necessarie per calcolare le imposte dovute, completare le dichiarazioni dei redditi, presentarle all’Amministrazione finanziaria, ed effettuare il pagamento, riporta Adnkronos. Mentre in Francia per espletare le incombenze burocratiche derivanti dal pagamento delle tasse sono necessari solo 17 giorni, e la media dell’area euro è 18 giorni.

Benessere organizzativo in primo piano, anche con robot e AI

Le risorse umane sono protagoniste della trasformazione tecnologica e digitale in atto, con l’ingresso di robot e AI all’interno delle organizzazioni. E dal loro benessere organizzativo dipende molto del futuro economico e sociale del Paese. È quanto viene indagato dal Secondo Rapporto Aidp-LabLaw 2019 redatto da Doxa. L’Aidp, l’associazione italiana per la direzione del personale, ha analizzato i nuovi sistemi che si definiscono all’interno delle organizzazioni del lavoro, con la contaminazione, appunto, dei robot e delle forme di intelligenza artificiale.

Per gli italiani robot e AI contribuiscono a migliorare la qualità della vita

Dal Rapporto Aidp-LabLaw 2019 risulta che gli italiani si dichiarano molto interessati alle nuove tecnologie (89%), anche se dichiarano una conoscenza un po’ meno estesa (65%). Il 43% degli intervistati ha utilizzato sistemi di robot e intelligenza artificiale al lavoro e a casa, e il 47% ha fruito o effettuato acquisti tramite piattaforme e soluzioni basate su AI. Per il 94% del campione, poi, robot e AI hanno portato a scoperte e risultati un tempo impensabili, per l’89% si tratta di supporti necessari per svolgere le attività troppo faticose e pericolose per l’uomo e non potranno mai sostituire completamente l’intervento umano. E contribuiscono a migliorare la qualità della vita (87%).

Il sistema normativo non è adeguato al lavoro 4.0

Il 70% degli italiani è convinto però che l’intelligenza artificiale applicata alle organizzazioni produttive porterà alla perdita di migliaia di posti di lavoro.

“Il sistema normativo non è adeguato al lavoro, così come si è sviluppato con le nuove tecnologie, tra i doveri dell’imprenditore e i diritti del lavoratore – afferma l’avvocato Francesco Rotondi (fondatore di LabLaw) -. È cambiato il paradigma. Il legislatore non affronta il nuovo contesto. È pigro o troppo coinvolto nella palude delle contrapposizioni politiche”.

Ribadire la centralità di etica e competenza per riaffermare il ruolo delle risorse umane

A fronte dell’arrembante novità di robot e intelligenza artificiale, “va riaffermata una visione del progresso fondata sulla centralità della persona umana e la correttezza nella sua valorizzazione – commenta la presidente di Aidp, Isabella Covilli Faggioli -. Per stare nel nuovo mercato del lavoro 4.0 occorre sviluppare competenze adeguate senza le quali il rischio di finire ai margini è concreto”.

Occorrono perciò sia competenze umane sia tecniche, perché per la direzione del personale i dipendenti devono essere nomi, non numeri, riporta Italpress.

In questa fase di transizione nelle organizzazioni del lavoro va quindi ribadita la centralità dell’etica e della competenza per riaffermare il ruolo delle risorse umane.